CXLVI. SULLA MITOLOGIA. AD ANTONIETTA COSTA DI GENOVA, NELLE NOZZE DEL MARCHESE ...

By Vincenzo Monti

Audace scuola boreal, dannando

Tutti a morte gli dèi che di leggiadre

Fantasie già fiorîr le carte argive

E le latine, di spaventi ha pieno

Delle Muse il bel regno. Arco e faretra

Toglie ad Amore, ad Imeneo la face,

Il cinto a Citeréa. Le Grazie anch'esse

Senza il cui riso nulla cosa è bella,

Anco le Grazie al tribunal citate

De' novelli maestri alto seduti

Cesser proscritte e fuggitive il campo

Ai lemuri e alle streghe. In tenebrose

Nebbie soffiate dal gelato Arturo,

Si cangia, orrendo a dirsi!, il bel zaffiro

Dell'italico cielo; in procellosi

Venti e bufere le sue molli aurette;

I lieti allori dell'aonie rive

In funebri cipressi; in pianto il riso;

E il tetro solo, il solo tetro è bello.

E tu fra tanta, ohimè!, strage di numi

E tanta morte d'ogni allegra idea,

Tu del ligure olimpo astro diletto,

Antonietta, a cantar nozze m'inviti?

E vuoi che al figlio tuo, fior de' garzoni,

Di rose colte in Elicona io sparga

Il talamo beato? Oh me meschino!

Spenti gli dèi che del piacere ai dolci

Fonti i mortali conducean, velando

Di lusinghieri adombramenti il vero;

Spento lo stesso re de' carmi Apollo;

Chi voce mi darà lena e pensieri

Al subbietto gentil convenienti?

Forse l'austero genio inspiratore

Delle nordiche nenie? Ohimè! chè nato

Sotto povero sole e fra i ruggiti

De' turbini nudrito, ei sol di fosche

Idee si pasce e le ridenti abborre,

E abitar gode ne' sepolcri e tutte

In lugubri color pinger le cose.

Chiedi a costui di lieti fiori un serto,

Onde alla sposa delle Grazie alunna

Fregiarne il crin: che ti dirà? Secondo

Sua qualitade natural, null'altro

Che fior tra i dumi del dolor cresciuti.

Tempo già fu che, dilettando, i prischi

Dell'apollineo culto archimandriti

Di quanti la natura in cielo e in terra

E nell'aria e nel mar produce effetti

Tanti numi crearo; onde per tutta

La celeste materia e la terrestre

Uno spirto una mente una divina

Fiamma scorrea, che l'alma era del mondo

Tutto avea vita allor, tutto animava

La bell'arte de' vati. Ora il bel regno

Ideal cadde al fondo. Entro la buccia

Di quella pianta palpitava il petto

D'una saltante Driade; e quel duro

Artico genio destruttor l'uccise.

Quella limpida fonte uscìa dell'urna

D'un'innocente Naiade; ed, infranta

L'urna, il crudele a questa ancor diè morte.

Garzon superbo e di se stesso amante

Era quel fior; quell'altro al sol converso,

Una ninfa a cui nocque esser gelosa.

Il canto che alla queta ombra notturna

Ti vien sì dolce da quel bosco al core

Era il lamento di regal donzella

Da re tiranno indegnamente offesa.

Quel lauro onor de' forti e de' poeti,

Quella canna che fischia, e quella scorza

Che ne' boschi sabèi lagrime suda,

Nella sacra di Pindo alta favella

Ebbero un giorno e sentimento e vita:

Or d'aspro gelo aquilonar percossa

Dafne morì; ne' calami palustri

Più non geme Siringa; ed in quel tronco

Cessò di Mirra l'odoroso pianto.

Ov'è l'aureo tuo carro, o maestoso

Portator della luce, occhio del mondo?

Ove l'Ore danzanti? ove i destrieri

Fiamme spiranti dalle nari? Ahi misero!

In un immenso inanimato immobile

Globo di foco ti cangiâr le nuove

Poetiche dottrine, alto gridando

— Fine ai sogni e alle fole, e regni il vero. —

Magnifico parlar! degno del senno

Che della Stoa dettò l'irte dottrine;

Ma non del senno che cantò d'Achille

L'ira, e fu prima fantasia del mondo.

Senza portento senza meraviglia

Nulla è l'arte de' carmi; e mal s'accorda

La meraviglia ed il portento al nudo

Arido vero che de' vati è tomba.

Il mar, che regno in prima era d'un dio

Scotitor della terra e dell'irate

Procelle correttore; il mar, soggiorno

Di tanti divi al navigante amici

E rallegranti al suon di tube e conche

Il gran padre Oceáno ed Amfitriate;

Che divenne per voi? un pauroso

Di sozzi mostri abisso. Orche deformi

Cacciar di nido di Neréo le figlie,

Ed enormi balene al vostro sguardo

Fur più belle che Dori e Galatea.

Quel Nettuno che rapido da Samo

Move tre passi, e al quarto è giunto in Ega;

Quel Giove che al chinar del sopracciglio

Tremar fa il mondo, e allor ch'alza lo scettro

Mugge il tuono al suo piede e la trisulca

Folgor s'infiamma di partir bramosa;

Quel Pluto che al fragor della battaglia

Fra gl'immortali dal suo ferreo trono

Balza atterrito, squarciata temendo

Sul suo capo la terra e fra i sepolti

Intromessa la luce; eran pensieri

Che del sublime un dì tenean la cima.

Or che giacquer Nettuno e Giove e Pluto

Dal vostro senno fulminati, ei sono

Nomi e concetti di superbo riso,

Perchè il ver non v'impresse il suo sigillo,

E passò la stagion delle pompose

Menzogne achèe. Di fè quindi più degna

Cosa vi torna il comparir d'orrendo

Spettro sul dorso di corsier morello

Venuto a via portar nel pianto eterno

Disperata d'amor cieca donzella;

Che, abbracciar si credendo il suo diletto,

Stringe uno scheltro spaventoso armato

D'un oriuolo a polve e d'una ronca;

Mentre a raggio di luna oscene larve

Danzano a tondo, e orribilmente urlando

Gridano — pazienza, pazienza. —

Ombra del grande Ettorre, ombra del caro

D'Achille amico, fuggite, fuggite,

E povere d'orror cedete il loco

Ai romantici spettri. Ecco ecco il vero

Mirabile dell'arte, ecco il sublime.

Di gentil poesia fonte perenne

A chi saggio v'attinge, veneranda

Mitica dea, qual nuovo error sospinge

Oggi le menti a impoverir del bello

Dall'idea partorito e in te sì vivo

La delfica favella? E qual bizzarro

Consiglio di Maron chiude e d'Omero

A te la scuola, e ti consente poi

Libera entrar d'Apelle e di Lisippo

Nell'officina? Non è forse ingiusto

Proponimento, all'arte che sovrana

Con eletto parlar sculpe e colora

Negar lo dritto delle sue sorelle?

Dunque di Psiche la beltade o quella

Che mise Troia in pianto ed in faville,

In muta tela o in freddo marmo espressa,

Sarà degli occhi incanto e meraviglia;

E, se loquela e affetti e moto e vita

Avrà ne' carmi, volgerassi in mostro?

Ah, riedi al primo ufficio, o bella diva;

Riedi, e sicura in tua ragion col dolce

Delle tue vaghe fantasie l'amaro

Tempra dell'aspra verità. Nol vedi?

Essa medesma, tua nemica in vista

Ma in segreto congiunta, a sè t'invita:

Chè, non osando timida ai profani

Tutta nuda mostrarsi, il trasparente

Mistico vel di due figure implora;

Onde, mezzo nascosta e mezzo aperta,

Come rosa che al raggio mattutino

Vereconda si schiude, in più desío

Pungere i cuori ed allettar le menti.

Vien; chè tutta per te fatta più viva

Ti chiama natura. I laghi i fiumi

Le foreste le valli i prati i monti

E le viti e le spiche e i fiori e l'erbe

E le rugiade, e tutte alfin le cose,

Da che fur morti i numi onde ciascuna

Avea nel nostro immaginar vaghezza

Ed anima e potenza, a te dolenti

Alzan la voce e chieggono vendetta.

E la chiede dal ciel la luna e il sole

E le stelle, ma più rapite in giro

Armonioso e per l'eterea volta

Carolanti, non più mosse da dive

Intelligenze, ma dannate al freno

Della legge che tira al centro i pesi;

Potente legge di Sofia, ma nulla

Ne' liberi d'Apollo immensi regni,

Ove il diletto è prima legge e mille

Mondi il pensiero a suo voler si crea.

Rendi dunque ad Amor l'arco e gli strali,

Rendi a Venere il cinto: ed essa il ceda

A te divina Antonietta, a cui

Meglio che a Giuno nel meonio canto

Altra volta l'avea già conceduto,

Quando novella Venere di tua

Folgorante beltà nel vago aprile

D'amor l'alme rapisti, e mancò poco

Che lungo il mar di Giano a te devoti

Non fumassero altari e sacrifici.

Tu, donna di virtù che all'alto core

Fai pari andar la gentilezza e sei

Dolce pensiero delle Muse, adopra

Tu quel magico cinto a porre in fuga

Le danzanti al lunar pallido raggio

Maliarde del norte. Ed or che brilla

Nel tuo larario d'Imeneo la face,

Di Citeréa le veci adempi; e desta

Ne' talami del figlio, allo splendore

Di quelle tede, gl'innocenti balli

Delle Grazie mai sempre a te compagne.