CXLVI – Varano

By Giacomo Leopardi

Levai lo sguardo, e tal sentenza stesa

Lessi ne' duri bronzi in su l'esterna

Porta con ceppi di diamante appesa.

Il libero voler, che l'uom governa

Reo de l'iniquo oprar, questo alzò tempio

A la Giustizia ultrice e a l'Ira eterna.

Gli error miei gravi, e del mio giusto scempio

L'editto, che in que' carmi aperto scorse

L'anima conscia a sé del suo cor empio,

Fer sì, che mentre il condottier mi porse

La man per superar le soglie insieme,

Gran tempo stetti di seguirlo in forse;

Ma da lui preso al fin conforto e speme,

Posi tremante il piè dentro i secreti

Aditi sempre chiusi a l'uman seme.

Giungean al ciel le fulgide pareti

Scarche di tetto, che al chiaror diviso

De l'aere sacro il penetrarle vieti.

Nel mezzo eretta un'ara, e in quella inciso:

Io son principio e fine; a cui dintorno

Sette fra i Cherubini più ardenti in viso

Davan incensi, e ne rendean il giorno

Annebbiato da fumi, e il tempio stesso

Di maestà fra dubbia luce adorno.

Poiché adorato umile ebbi con esso

L'invisibil di Dio gloria tremenda,

Che al fral guardo mirar non è permesso,

Sbigottito scoprii negli atti orrenda

Schiera, che ovunque voli, avvien per tutto

Che fra eccidio e dolor le nubi fenda.

Vedi, ei soggiunse allor, qual tragge frutto

L'alma dal vaneggiar de' suoi pensieri;

Vedi quei che a recar la morte e il lutto

Stanno su l'ale pronti aspri guerrieri

Coll'occhio attento in aspettar il cenno,

Contro cui scampo arte o valor non speri.

Quel che calcante armi e trofei t'accenno,

È l'angiol che mutò Nabucco in belva,

E tolse a lui coll'alterezza il senno,

E d'ogni cruda fiera che s'inselva

Lo fe' compagno, onde co' suoi muggiti

Del grand'Eufrate empié l'acque e la selva.

L'altro ch'agita in aria i vanni arditi,

È quel che ne la notte in ciel segnata

Lo squallor mise ne gli egizi liti,

E scannò i primi figli; e sguainata

Ancor tenea la fulminante spada,

Che di sanguigne strisce era bagnata.

Quegli cui par che da la fronte cada

Gruppo di lampi al suol per cener farne,

D'Asfalte nella fertile contrada

Vibrò le fiamme ultrici a divorarne

L'infame terra, e la consunse, ed arse

De gli empi abitator l'ossa e la carne.

L'altro cui scritto su le ciglia apparse

Stermiator, colle man preste e fiere

Di Siloe in riva il sangue assiro sparse,

E serba ancor de le svenate schiere

A l'asta, che ne' petti armati immerse,

Le ravvolte d alui caldee bandiere.

Questi ne la Giudea, mentr'egli offerse

In sagrifizio a Dio vittime tante,

La strada a l'aure venenate aperse

Del buon re sciolto in pianto a gli occhi avante:

Vedi che ancor la feral tazza aggira

D'orribile furor colma e fumante.