CXLVII – Varano

By Giacomo Leopardi

Ma già de l'ampia valle a noi le apriche

Piagge apparian di vaghi fior coverte

E di verdi erbe a impallidir nemiche.

A le dolci acque da' bei rivi offerte

Giacea prostrata innumerabil turba

A braccia stese e colle labbra aperte;

E l'acque, il corso a cui mai non perturba

Limo od alga, scendean da un monte alpestre,

Cui nebbia o nube il capo altier non turba,

Perché ardea su la cima alta e silvestre

Sì chiaro un Sol, che par di raggi privo

Quel che sorge a fugar l'ombra terrestre.

Talor sembrava inaridirsi un rivo,

Mentre un altro da lungi entro le sponde

Gonfio crescea di limpid'acque e vivo.

Né l'eterna che in lor virtù s'infonde,

Valea soltanto ad ammorzar la sete,

Ma purissimo il cor rendean quell'onde.

Qui fin del globo da l'oscure mete

Vario accorrea popol di volti e lingue;

E quei che i campi de l'aurora miete,

E quel cui dal color bianco distingue

Ne l'arsa Etiopia l'annerita pelle,

E quel cui lunga notte il giorno estingue

Là dove regna il freddo Arturo, e svelle

Da le piante il vigor coi moti pigri

De le sue tarde aquilonari stelle.

Qui adorno pur de le squoiate tigri

Stuolo d'abitator fieri si tragge

Dal grand'Eufrate e da l'armeno Tigri.

Né de le nuove americane spiagge

Manca il rozzo cultor, oh colpa infame!

Uso le belve ad imitar selvagge

Col sangue umano in satollar la fame;

Nudo, e coperto sol di penne i lombi

Insiem tessute con arboreo stame.