CXLVIII – Varano

By Giacomo Leopardi

Quando in men che non scoppiano i baleni,

Il prato inaridò vento che sorse

Del nevoso Aquilon da i freddi seni,

E dietro al vento un calpestio trascorse;

Romoreggiando per lo pian battuto,

Che là donde movea, gli occhi mi torse;

E fra paura e maraviglia muto

Vidi gran turba in fieri atti, e con volto

Crudo e in difformità varia sparuto.

Pedestre era la turba, e di quel folto

Stuolo ciascun tenea creceo dipinto

D'atra immago un vessillo a l'aure sciolto,

In cui d'illustre donna, o d'eroe spinto

De l'ombre a i regni bui scorgeasi scritto

Il nome, e sotto quel: Da me fu vinto.

Percorrea quanto è d'una selce il gitto

La feral schiera un condottier più truce,

Che il sommo in essa avea scettro e diritto.

A la squallida e rea faccia del duce

Giunge squallor sotto palpebre immote

Lo sguardo tinto di sanguigna luce.

Duo serpi sorti da l'orecchie vote

Di suono striscian senza inciampo e legge,

Sibilando or al collo, or su le gote.

La trista fronte elmo fasciato regge

Da corona intessuta a lauri freschi

Da frusti di spolpate ossa e da schegge.

L'usbergo aspro è al di fuor, ed in rabeschi

Orridi rilevato, e fuso a scaglie

Di rinterzati spaventevol teschi.

La destra, cinta da ferrate maglie,

Stringe una falce contro a belva e ad uomo,

Barbara e invitta ognor ne le battaglie,

Col segno, ahi vista amara! onde fu domo

L'antico padre da la colpa antica,

A l'asta de la falce infisso il pomo.

L'altra man fra la ruggine s'implica

Di scure briglie, ed un cavallo affrena

Pallido e spregiator d'ogni fatica,

Che concitato da terribil lena

Soffia, e di spume il duro morso imbianca,

Scalpitando e spargendo alto l'arena.