CXLVIII – Varano
Quando in men che non scoppiano i baleni,
Il prato inaridò vento che sorse
Del nevoso Aquilon da i freddi seni,
E dietro al vento un calpestio trascorse;
Romoreggiando per lo pian battuto,
Che là donde movea, gli occhi mi torse;
E fra paura e maraviglia muto
Vidi gran turba in fieri atti, e con volto
Crudo e in difformità varia sparuto.
Pedestre era la turba, e di quel folto
Stuolo ciascun tenea creceo dipinto
D'atra immago un vessillo a l'aure sciolto,
In cui d'illustre donna, o d'eroe spinto
De l'ombre a i regni bui scorgeasi scritto
Il nome, e sotto quel: Da me fu vinto.
Percorrea quanto è d'una selce il gitto
La feral schiera un condottier più truce,
Che il sommo in essa avea scettro e diritto.
A la squallida e rea faccia del duce
Giunge squallor sotto palpebre immote
Lo sguardo tinto di sanguigna luce.
Duo serpi sorti da l'orecchie vote
Di suono striscian senza inciampo e legge,
Sibilando or al collo, or su le gote.
La trista fronte elmo fasciato regge
Da corona intessuta a lauri freschi
Da frusti di spolpate ossa e da schegge.
L'usbergo aspro è al di fuor, ed in rabeschi
Orridi rilevato, e fuso a scaglie
Di rinterzati spaventevol teschi.
La destra, cinta da ferrate maglie,
Stringe una falce contro a belva e ad uomo,
Barbara e invitta ognor ne le battaglie,
Col segno, ahi vista amara! onde fu domo
L'antico padre da la colpa antica,
A l'asta de la falce infisso il pomo.
L'altra man fra la ruggine s'implica
Di scure briglie, ed un cavallo affrena
Pallido e spregiator d'ogni fatica,
Che concitato da terribil lena
Soffia, e di spume il duro morso imbianca,
Scalpitando e spargendo alto l'arena.