CXVI – Fortiguerri
Ma perché non m'offusca sì la vista
La difesa ch'io prendo de' poeti,
Ch'io voglia porre in così chiara lista
Subito quei che la marina Teti
Sanno nomare, e la palude trista
D'Averno, e di Vulcan le industri reti;
E sanno dir begli occhi, ed aureo crine,
Fronte d'avorio, e labbra coralline;
Io dico chiaro che nessuna stima
Ho di chi solo accozza tanto quanto
Quattordici versacci con la rima.
Il gran poeta non l'annaso al canto
Unicamente: ma vo' che m'imprima
Un non so che di nuovo, che d'incanto
Abbia sembianza; e voglio che in lui sia
Una bella e divina fantasia.
Vo' che le umane e le divine cose
Sappia quanto saper puote un mortale;
E con le vaghe idee e luminose,
Sopra l'aere più puro ei batta l'ale;
E de la terra ne le parti ascose
Entri, e discorra come l'acqua sale
In cima a' monti, e come perdut'abbia
Il sal che avea ne la marina sabbia.
In somma, quando io dico un buon poeta,
Dico una cosa rara e pellegrina,
Che grazia di natura e di pianeta
A nascer fra noi raro destina.
Ma non vo' già che da l'alba a compieta
Diguazzi ognor ne l'onda caballina,
Né che ad ognor sul menelao e Permesso
Riposi, sol contento di se stesso.
Ché quasi in ogni età furo ben molti
E sommi duci e sommi imperadori
Che in braccio ancora de le muse accolti
Bella vittoria coronò d'allori:
Anzi d'april non son sì spessi e folti
Per le campagne i leggiadretti fiori,
Come gli uomini illustri che di paro
Trattar la penna ed il fulmineo acciaro.
E quanti fur, che, con la toga in dosso,
In mezzo a i padri ne l'ampio senato,
Il poetico foco da se scosso,
In grazioso sermone e posato
Dier salute a la patria; ed il già mosso
Periglio a' danni suoi fu dissipato!