CXVI – Fortiguerri

By Giacomo Leopardi

Ma perché non m'offusca sì la vista

La difesa ch'io prendo de' poeti,

Ch'io voglia porre in così chiara lista

Subito quei che la marina Teti

Sanno nomare, e la palude trista

D'Averno, e di Vulcan le industri reti;

E sanno dir begli occhi, ed aureo crine,

Fronte d'avorio, e labbra coralline;

Io dico chiaro che nessuna stima

Ho di chi solo accozza tanto quanto

Quattordici versacci con la rima.

Il gran poeta non l'annaso al canto

Unicamente: ma vo' che m'imprima

Un non so che di nuovo, che d'incanto

Abbia sembianza; e voglio che in lui sia

Una bella e divina fantasia.

Vo' che le umane e le divine cose

Sappia quanto saper puote un mortale;

E con le vaghe idee e luminose,

Sopra l'aere più puro ei batta l'ale;

E de la terra ne le parti ascose

Entri, e discorra come l'acqua sale

In cima a' monti, e come perdut'abbia

Il sal che avea ne la marina sabbia.

In somma, quando io dico un buon poeta,

Dico una cosa rara e pellegrina,

Che grazia di natura e di pianeta

A nascer fra noi raro destina.

Ma non vo' già che da l'alba a compieta

Diguazzi ognor ne l'onda caballina,

Né che ad ognor sul menelao e Permesso

Riposi, sol contento di se stesso.

Ché quasi in ogni età furo ben molti

E sommi duci e sommi imperadori

Che in braccio ancora de le muse accolti

Bella vittoria coronò d'allori:

Anzi d'april non son sì spessi e folti

Per le campagne i leggiadretti fiori,

Come gli uomini illustri che di paro

Trattar la penna ed il fulmineo acciaro.

E quanti fur, che, con la toga in dosso,

In mezzo a i padri ne l'ampio senato,

Il poetico foco da se scosso,

In grazioso sermone e posato

Dier salute a la patria; ed il già mosso

Periglio a' danni suoi fu dissipato!