CXVII – Fortiguerri
Quei gode lieta e avventurosa sorte,
Che vive in parte solitaria ed erma;
Né sa che cosa sia cittade o corte;
Né ora si distrugge, ora s'inferma
Per van desio di viver dopo morte;
Né le sue voglie ognor stringe e rafferma
A' cenni altrui; né tra speme e timore,
Misero invecchia, e più miser si muore.
Quel piacer che si cerca e che si crede
Che stia ne' gran palazzi e in grembo a l'oro,
Tempo è che ignudo a la superna sede
Rimenò de le Grazie il santo coro:
E de le spoglie sue rimase erede,
Per nostro scherno, il barbaro martoro;
Il qual vestito de' suoi lieti panni,
Chiunque lo ritrova empie d'affanni.
Solo tra' boschi e le romite ville
L'allegra del piacer dolce famiglia
Alloggia; e gode l'ore sue tranquille
Ed ei spesso dal cielo il cammin piglia
Verso le selve; ed or nel cor di Fille,
Ora alberga di Nice in su le ciglia:
Quindi ritorna a rallegrar le stelle:
Né fa distinzion tra Giove e quelle.
Ond'è che in vano si lusinghi, e spere
Unire a signoria vero diletto,
Chi tien parte del mondo in suo potere:
Ché acerbe cure egli ha a covare in petto,
E d'ogni cosa sempre ha da temere.
E con ragion: perché il Fabbro perfetto
Che con peso, con numero e misura
Fa il tutto, in questo pose ancor gran cura.
Povero sì, ma dolce e saporito,
Il cibo diede al rozzo villanello;
E gli dié sonno placido e gradito,
Se letto non gli diede ornato e bello:
Né per quanto sia grinzo e incanutito,
V'è chi lo brami chiuso in un avello,
Per dar di mano a l'oro ed a l'argento,
E poter dissiparlo a suo talento.
La vecchierella a la più fredda bruma
Si siede al fuoco con la sua conocchia,
E le dita filando si consuma;
E tien la nuora in luogo di sirocchia,
Talché lite fra lor non si costuma.
Né v'ha chi scaltro ed amoroso adocchia
La donna altrui: ché al villano par bella
La propria, e amor per altra nol martella.
Non s'odono per quelle amene spiagge
Furti, veleni, e sporchi tradimenti;
Né chi, presente voi, vi palpi o piagge,
E poi, lontan, vi laceri co' denti,
E vostro onore e vostra fama oltragge.
Puri costumi in somma ed innocenti,
Contrari affatto a la vita civile,
Albergan sempre in quella gente umile.
Ma questa conoscenza più m'accora:
Ché son costretto in così chiara corte
A stare infin che non avvien ch'io mora.
Deh perché non trovai chiuse le porte,
Roma superba, in quel punto e in quell'ora
Che a te guidommi la mia trista sorte?
Ché ritornato indietro allor saria,
E vivrei lieto in qualche villa mia.