CXVII – Fortiguerri

By Giacomo Leopardi

Quei gode lieta e avventurosa sorte,

Che vive in parte solitaria ed erma;

Né sa che cosa sia cittade o corte;

Né ora si distrugge, ora s'inferma

Per van desio di viver dopo morte;

Né le sue voglie ognor stringe e rafferma

A' cenni altrui; né tra speme e timore,

Misero invecchia, e più miser si muore.

Quel piacer che si cerca e che si crede

Che stia ne' gran palazzi e in grembo a l'oro,

Tempo è che ignudo a la superna sede

Rimenò de le Grazie il santo coro:

E de le spoglie sue rimase erede,

Per nostro scherno, il barbaro martoro;

Il qual vestito de' suoi lieti panni,

Chiunque lo ritrova empie d'affanni.

Solo tra' boschi e le romite ville

L'allegra del piacer dolce famiglia

Alloggia; e gode l'ore sue tranquille

Ed ei spesso dal cielo il cammin piglia

Verso le selve; ed or nel cor di Fille,

Ora alberga di Nice in su le ciglia:

Quindi ritorna a rallegrar le stelle:

Né fa distinzion tra Giove e quelle.

Ond'è che in vano si lusinghi, e spere

Unire a signoria vero diletto,

Chi tien parte del mondo in suo potere:

Ché acerbe cure egli ha a covare in petto,

E d'ogni cosa sempre ha da temere.

E con ragion: perché il Fabbro perfetto

Che con peso, con numero e misura

Fa il tutto, in questo pose ancor gran cura.

Povero sì, ma dolce e saporito,

Il cibo diede al rozzo villanello;

E gli dié sonno placido e gradito,

Se letto non gli diede ornato e bello:

Né per quanto sia grinzo e incanutito,

V'è chi lo brami chiuso in un avello,

Per dar di mano a l'oro ed a l'argento,

E poter dissiparlo a suo talento.

La vecchierella a la più fredda bruma

Si siede al fuoco con la sua conocchia,

E le dita filando si consuma;

E tien la nuora in luogo di sirocchia,

Talché lite fra lor non si costuma.

Né v'ha chi scaltro ed amoroso adocchia

La donna altrui: ché al villano par bella

La propria, e amor per altra nol martella.

Non s'odono per quelle amene spiagge

Furti, veleni, e sporchi tradimenti;

Né chi, presente voi, vi palpi o piagge,

E poi, lontan, vi laceri co' denti,

E vostro onore e vostra fama oltragge.

Puri costumi in somma ed innocenti,

Contrari affatto a la vita civile,

Albergan sempre in quella gente umile.

Ma questa conoscenza più m'accora:

Ché son costretto in così chiara corte

A stare infin che non avvien ch'io mora.

Deh perché non trovai chiuse le porte,

Roma superba, in quel punto e in quell'ora

Che a te guidommi la mia trista sorte?

Ché ritornato indietro allor saria,

E vivrei lieto in qualche villa mia.