CXVIII – Fortiguerri
Penso sovente che l'umana vita
Ricolma ell'è di tutti quanti i mali;
E niuna dolcezza è mai compita:
Ma quale in guerra viva, u' dardi e strali
Vibransi ognor su la città assalita;
Così piovon su i miseri mortali
Da tutti i lati miserie e sciagure:
Onde mirabil cosa è come dure.
La povertà ci affanna; e la ricchezza
Ci fa odiosi, superbi ed ignoranti:
L'amore ci riempie di tristezza;
L'ira e lo sdegno ci turba i sembianti:
Un mar turbato sembra giovinezza,
Pieno di rotte sarte, e legni infranti;
È la vecchiezza languida e da poco;
E la virilità dura pur poco.
In somma in ogni tempo o in ogni stato
Non ha mai requie, e non ha mai conforto:
E quegli, al parer mio, solo è beato,
Che nato appena, o poco dopo, è morto.
Perché se ben c'è qualche fortunato,
Il cui naviglio già si trova in porto;
Pure in guardando le miserie altrui,
Moveransi a pietà gli affetti sui.
Perché siccome le diverse corde
D'uno instrumento, se son ben temprate,
Fanno un suono dolcissimo e concorde;
In cotal guisa le genti create
Convien fra loro che natura accorde.
Onde non ponno l'une esser toccate,
Che non rispondan l'altre. E di qua viene
Che abbiam tanto dolor de le altrui pene.
Ché se non fosse questa gran catena,
E si vivesse come querce o abeti,
Fissi ad ognor su la paterna arena;
Né cale a quei che spezzi ed inquieti
La scure l'altre piante, e non ne han pena;
Così staremmo noi contenti e lieti
Su le miserie di questo e di quello.
Ma natura ci dié senso e cervello.
E ci diede per quello gentilezza,
E per quest'altro, senno e intelligenza:
Onde per l'una il male altrui s'apprezza,
E fassi nostra ancor la sua doglienza;
E per altro s'accresce l'amarezza,
Ché, come dice il Savio in sua sentenza,
Quei che aggiunge sapere, aggiunge affanno;
E men si dolgon quelli che men sanno.