CXVIII – Fortiguerri

By Giacomo Leopardi

Penso sovente che l'umana vita

Ricolma ell'è di tutti quanti i mali;

E niuna dolcezza è mai compita:

Ma quale in guerra viva, u' dardi e strali

Vibransi ognor su la città assalita;

Così piovon su i miseri mortali

Da tutti i lati miserie e sciagure:

Onde mirabil cosa è come dure.

La povertà ci affanna; e la ricchezza

Ci fa odiosi, superbi ed ignoranti:

L'amore ci riempie di tristezza;

L'ira e lo sdegno ci turba i sembianti:

Un mar turbato sembra giovinezza,

Pieno di rotte sarte, e legni infranti;

È la vecchiezza languida e da poco;

E la virilità dura pur poco.

In somma in ogni tempo o in ogni stato

Non ha mai requie, e non ha mai conforto:

E quegli, al parer mio, solo è beato,

Che nato appena, o poco dopo, è morto.

Perché se ben c'è qualche fortunato,

Il cui naviglio già si trova in porto;

Pure in guardando le miserie altrui,

Moveransi a pietà gli affetti sui.

Perché siccome le diverse corde

D'uno instrumento, se son ben temprate,

Fanno un suono dolcissimo e concorde;

In cotal guisa le genti create

Convien fra loro che natura accorde.

Onde non ponno l'une esser toccate,

Che non rispondan l'altre. E di qua viene

Che abbiam tanto dolor de le altrui pene.

Ché se non fosse questa gran catena,

E si vivesse come querce o abeti,

Fissi ad ognor su la paterna arena;

Né cale a quei che spezzi ed inquieti

La scure l'altre piante, e non ne han pena;

Così staremmo noi contenti e lieti

Su le miserie di questo e di quello.

Ma natura ci dié senso e cervello.

E ci diede per quello gentilezza,

E per quest'altro, senno e intelligenza:

Onde per l'una il male altrui s'apprezza,

E fassi nostra ancor la sua doglienza;

E per altro s'accresce l'amarezza,

Ché, come dice il Savio in sua sentenza,

Quei che aggiunge sapere, aggiunge affanno;

E men si dolgon quelli che men sanno.