CXVIII
Io vi vo', donne, insegnare
come voi dobbiate fare.
Quando agli uomin vi mostrate,
fate d'esser sempre aconce
(benché certe son più grate,
quando altrui le vede sconce).
Non si vuol colle bigonce
porsi el liscio, ma pian piano;
quando scorre un po' la mano,
una cosa schifa pare.
Fate pur che 'ntorno a' letti
non sien, donne, mai trovati
vostre ampolle e bossoletti,
ma tenetegli serrati.
E capei ben pettinati,
se son biondi, me' ne giova
— che non paia fatto in pruova —
di vedelli un po' sconciare.
State pur sempre pulite,
i' non dico già strebbiate;
sempre el brutto ricoprite,
ricci e gale sempre usate.
Vuolsi ben che conosciate
quel ch'al viso si conviene:
ché tal cosa a te sta bene
che quell'altra ne dispare.
Ingegnatevi star liete,
con be' modi e avenenti;
volentier sempre ridete,
pur ch'abbiate netti e denti:
ma nel rider certi acenti
gentileschi usate sempre,
certi tocchi, certe tempre,
da fare altrui sgretolare.
Imparate e giuochi tutti,
carte e dadi e scacchi e tavole,
perché e' fanno di gran frutti,
canzonette, versi e favole.
Ho vedute certe diavole
che pel canto paion belle;
ho vedute anche di quelle
che ognun l'ama pel ballare.
El sonar qualche stormento
par che acresca anche bellezza:
vuolsi al primo darvi drento
perch'ella è più gentilezza.
Molto veggo che s'aprezza
una dama che ha el piacevole;
io per me queste sazievole
non le posso comportare.
Le saccente e le leziose
a vederle par ch'i' muoia;
le fantastiche e ombrose,
non le posso aver più a noia.
A ognun date la soia,
a ognun fate piacere:
el sapere entrattenere
sempre stette per giovare.
Non mi piace chi sta cheta,
né chi sempre lei cinguetta;
né chi tien gli occhi a dieta,
né chi qua e là civetta.
Sopra tutte mi saetta
quella che usa qualche motto,
che vi sia misterio sotto
ch'io lo sappia interpetrare.
Se tu vai o stai o siedi,
fa' d'aver sempre maniera:
muover dita e ciglia e piedi
vuolsi sempre alla smanziera;
fa' a tutti buona cera,
fa' che mai disdica posta,
ma di quel che non ti costa
fanne ognun contento andare.
Fatti sempre partigiani
dove se', fino alle gatte,
fino a' topi, fino a' cani;
non far mai volentier natte:
lascia farle a certe matte!
Abbi sempre una fidata
che ti sappie una imbasciata,
una lettera portare.
Fuggi tutti questi pazzi,
fuggi, fuggi gli smanzieri,
fa' la casa te ne spazzi,
non ber mai con lor bicchieri.
Oggi quivi e colà ieri,
n'hanno a ogni stringa un paio:
l'asinin del pentolaio
fanno, e santi anche rubare.
Pigliat'uomin ch'abbin senno,
e che sien discreti e pratichi,
e che 'ntendino a un cenno,
e non sien punto salvatichi,
come i' veggo ta' lunatichi
muffaticci, goffi e rozzi,
certi gnaffi, certi ghiozzi,
buoni apunto a sbavigliare.
Vuolsi ancor la 'ndustria mettere
nello scriver ben e presto,
e 'n saper contraffar lettere,
che la cosa vadi a sesto.
Sarà forse anche buon questo,
ch'io v'insegni un certo inchiostro
che fie proprio el caso vostro
se 'l vorrete adoperare.
Nello scriver sie pur destra,
sì che 'l giuoco netto vada:
chi è pratica e maestra
tiene un po' el brigante a bada,
che non paia che alla strada
la si getti al primo tratto;
poi conchiude pure afatto
sanza troppo dondolare.
Sopra tutto tieni a mente
d'andar sempre a ogni festa,
bene in punto fra la gente
perché quivi amor si desta.
Se qualcuno el pie' ti pesta,
non da briga, sta pur soda:
chi ti serve, onora e loda
si vuol sempre carezzare.
È ben buono a dar la salda
qualche po' di gelosia:
una fredda e una calda
fa ch'amor non si disvia.
Non dir più, canzona mia,
che le son cattive troppo;
or su, el mio cavallo è zoppo
e non può più caminare.