CXXII. IL RITORNO D'AMORE AL CESPUGLIO DELLE QUATTRO ROSE PER LE NOZZE DI D. CRI...
Al bel cespo delle rose
Ritornar promise Amore;
E tornò. L'aspro rigore
Delle brine ai fior dannose
Si dilegua: ed ecco ei coglie
L'altra rosa, e sua fè scioglie;
L'altra rosa che languente
Per timor d'un tardo aprile
Ravvivò quel dio gentile
Col suo bacio onnipossente;
Onde fatta era sì bella
Che del dì parea la stella.
E sì dolce innamorava,
Sì rapìa, che, fermi e fissi
Gli occhi in lei, sovente io dissi
Come il cor significava:
— Se più tarda il suo desío,
Ah! l'invola un altro iddio. —
Ma lo sguardo de' mortali
Mal de' numi all'opre arriva,
E la nostra estimativa
Dietro a quelle ha corte l'ali.
Congiurato con Amore
Custodìa quest'almo fiore
Quel diritto iddio severo
Che suo trono sempre pose
Sol nell'alme generose;
Quell'iddio che, lieto o nero
Volga il tempo, non cancella
Mai decreto; e Onor s'appella.
Ed Amor che tolto avea
A compirne il giuramento,
Alla sua bell'opra intento
Degli stolti in sè ridea;
Degli stolti a cui segrete
Son le vie delle sue mète.
Ma segrete a te non furo,
Genio insùbre di leggiadre
Nobil'alme antico padre;
Chè presente all'alto giuro
Suonar fêsti i voti ardenti
Del tuo petto in questi accenti:
— Delle Grazie e di Minerva
Dolce studio e caro orgoglio,
Di bel ramo bel germoglio,
Salve! e sempre arrida e serva
Alla tua beltà pudica
La stagion de' fiori amica.
Sia perenne in su lo stelo
Il fiorir delle tue foglie:
La virtù che in te s'accoglie
Mai non stringa acuto gelo;
E del cielo ingiuste l'ire
Mai non faccia il tuo languire.
Voi che morte saettate
Alle piante tenerelle,
Vampe estive; e voi procelle;
Via fuggite, non toccate
Questo fior che tutto è riso;
Tutto fior di paradiso.
A blandir sue caste frondi
Vien tu solo, o carezzante
Venticel di Clori amante;
Vieni; e l'aura lo fecondi
Che dal verno resoluta
Ogni pianta al parto aiuta.
E se muove atro livore
All'offese i serpi infidi,
De' tuoi strali ah tu gli uccidi,
Della luce almo signore,
E sia sempre tutto riso
Questo fior di paradiso. —
Così disse: e più lucente
Al finir delle parole
Fiammeggiò dall'alto il sole;
E tonar s'udì repente
Questa voce: — O mia diletta,
Dell'invidia avrai vendetta.
Sì l'avrai, mia fede è pura:
Ed Amor felice a pieno
Ti farà su questo seno:
Ad Amore Onor lo giura,
Quell'Onor che a mille prove
Agl'insùbri è più che Giove. —
Quale in cielo è la fragranza
Che di Venere il vermiglio
Labbro spira e il sen di giglio
Fuor di tutta umana usanza,
Sì che Giove pon giù l'ira,
E ogni dio d'amor sospira;
Tale al suon della nascosa
Voce amica si dischiuse,
E un divino odor diffuse
La gentil Trivulzia Rosa.
Infiammossi in vaga mostra
Del color che il volto innostra:
E parea d'amor la diva,
Quando intatta e vereconda
Verginetta uscìa dell'onda.
Così questa: e ardea sì viva
La sua porpora e sì bella,
Che del dì vincea la stella.