CXXII – Manfredi

By Giacomo Leopardi

Poiché scese qua giù l'anima bella

Che nel sen di costei posar dovea;

Incerta errando in questa parte e in quella,

Niuna degna di lei alma scorgea.

Qual basso luogo è questo? e chi m'appella

Qua giù dal ciel? sdegnando ella dicea:

E già per ritornar, di stella in stella,

Era a l'alta onde scese, eterna idea.

Pur, seguendo de' fati il gran disegno,

Entrò nel vago destinato velo:

Vago bensì, ma pur di lei non degno.

E già lo sprezza; e già, colma di zelo,

Cerca, rotto il suo fral breve ritegno,

Tutte le vie di ricondursi al cielo.

Qual feroce leon che assalit'abbia

Pastor malcauto, e il preme, e in fuga il caccia:

Quei d'elce o quercia a l'alte annose braccia

Ricovra, e schiva del crudel la rabbia:

Il qual gli è intorno, e con spumanti labbia

Ruggendo il mira, e pur quel tronco abbraccia

Con l'unghie adunche, e il crolla, e pur procaccia

Salirvi, e sparge invan col piè la sabbia:

Così costei, che del leon d'inferno

Fuggì gli artigli, ed ha ricovro amico

Su i santi rami del gran tronco eterno;

L'ira non teme più del fier nemico:

E lo vedrem, pien d'aspro duolo interno,

Tornar ruggendo a quel suo centro antico.

Vergini, che pensose, a lenti passi,

Da grande officio e pio tornar mostrate,

Dipinta avendo in volto la pietate,

E più ne gli occhi lagrimosi e bassi;

Dov'è colei che fra tutt'altre stassi

Quasi Sol di bellezza e d'onestate?

Al cui chiaro splendor l'alme ben nate

Tutte scopron le vie d'onde al ciel vassi?

Rispondon quelle: ah non sperar più mai

Fra noi vederla: oggi il bel lume è spento

Al mondo, che per lei fu lieto assai.

Su la soglia d'un chiostro ogni ornamento

Sparso, e gli ostri e le gemme al suol vedrai;

E il bel crin d'oro se ne porta il vento.