CXXII – Manfredi
Poiché scese qua giù l'anima bella
Che nel sen di costei posar dovea;
Incerta errando in questa parte e in quella,
Niuna degna di lei alma scorgea.
Qual basso luogo è questo? e chi m'appella
Qua giù dal ciel? sdegnando ella dicea:
E già per ritornar, di stella in stella,
Era a l'alta onde scese, eterna idea.
Pur, seguendo de' fati il gran disegno,
Entrò nel vago destinato velo:
Vago bensì, ma pur di lei non degno.
E già lo sprezza; e già, colma di zelo,
Cerca, rotto il suo fral breve ritegno,
Tutte le vie di ricondursi al cielo.
Qual feroce leon che assalit'abbia
Pastor malcauto, e il preme, e in fuga il caccia:
Quei d'elce o quercia a l'alte annose braccia
Ricovra, e schiva del crudel la rabbia:
Il qual gli è intorno, e con spumanti labbia
Ruggendo il mira, e pur quel tronco abbraccia
Con l'unghie adunche, e il crolla, e pur procaccia
Salirvi, e sparge invan col piè la sabbia:
Così costei, che del leon d'inferno
Fuggì gli artigli, ed ha ricovro amico
Su i santi rami del gran tronco eterno;
L'ira non teme più del fier nemico:
E lo vedrem, pien d'aspro duolo interno,
Tornar ruggendo a quel suo centro antico.
Vergini, che pensose, a lenti passi,
Da grande officio e pio tornar mostrate,
Dipinta avendo in volto la pietate,
E più ne gli occhi lagrimosi e bassi;
Dov'è colei che fra tutt'altre stassi
Quasi Sol di bellezza e d'onestate?
Al cui chiaro splendor l'alme ben nate
Tutte scopron le vie d'onde al ciel vassi?
Rispondon quelle: ah non sperar più mai
Fra noi vederla: oggi il bel lume è spento
Al mondo, che per lei fu lieto assai.
Su la soglia d'un chiostro ogni ornamento
Sparso, e gli ostri e le gemme al suol vedrai;
E il bel crin d'oro se ne porta il vento.