CXXIII. FRAMMENTO D'UNA VISIONE.

By Vincenzo Monti

Ad ingannar le cure, a far men rea

Del mio stato la sorte, che diviso

Dalla luce m'ha sì ch'io mi tenea

Già disperato d'ogni suo sorriso,

Mentre cheto il pensier si raccogliea

Sul gran padre Alighieri; un improvviso

Spirto la fronte mi fer, che attente

Fe tutte a sè le posse della mente.

Parve da prima una soave auretta,

Che di maggio fra' lauri aranci e mirti

Ai più bei fiori alla più molle erbetta

Va depredando i ben olenti spirti,

Viva così che ne diffonde e getta

L'odor anco fra dumi orridi ed irti,

Lieve così che bacia in sue carole

Senza agitarlo il capo alle viole.

Lo spiro di quell'aura a me venìa

Sì delicato per le vie del core,

Che su le sue ferite io già sentía

Placato addormentarsi ogni dolore.

E nel gaudio che l'alma mi rapìa

Tutto a' miei sensi un riso era d'amore;

Quando in sùbita notte ed in profondo

Silenzio immerso, si fe buio al mondo.

E un fracasso d'un suon pien di spavento

Incontanente di quel buio usciva;

Non altrimenti fatto che d'un vento

Impetuoso per la fiamma estiva,

Che fier la selva senza alcun rattento,

E ovunque fiero e polveroso arriva,

Tutto schianta ed abbatte; e nulla arresta

La tremenda ira della sua tempesta.

E nondimen di mezzo alla rapina

Di quel turbo nascea tale un diletto,

Tale (portento a dirsi!) una divina

Correa dolcezza ad inondarmi il petto,

Che in me stesso dicea: — Qual pellegrina

Virtù s'è questa di stupendo effetto,

Che mi atterrisce a un tempo e mi rincora,

E più cresce d'orror più m'innamora?

Ciò dissi appena...