CXXIII. FRAMMENTO D'UNA VISIONE.
Ad ingannar le cure, a far men rea
Del mio stato la sorte, che diviso
Dalla luce m'ha sì ch'io mi tenea
Già disperato d'ogni suo sorriso,
Mentre cheto il pensier si raccogliea
Sul gran padre Alighieri; un improvviso
Spirto la fronte mi fer, che attente
Fe tutte a sè le posse della mente.
Parve da prima una soave auretta,
Che di maggio fra' lauri aranci e mirti
Ai più bei fiori alla più molle erbetta
Va depredando i ben olenti spirti,
Viva così che ne diffonde e getta
L'odor anco fra dumi orridi ed irti,
Lieve così che bacia in sue carole
Senza agitarlo il capo alle viole.
Lo spiro di quell'aura a me venìa
Sì delicato per le vie del core,
Che su le sue ferite io già sentía
Placato addormentarsi ogni dolore.
E nel gaudio che l'alma mi rapìa
Tutto a' miei sensi un riso era d'amore;
Quando in sùbita notte ed in profondo
Silenzio immerso, si fe buio al mondo.
E un fracasso d'un suon pien di spavento
Incontanente di quel buio usciva;
Non altrimenti fatto che d'un vento
Impetuoso per la fiamma estiva,
Che fier la selva senza alcun rattento,
E ovunque fiero e polveroso arriva,
Tutto schianta ed abbatte; e nulla arresta
La tremenda ira della sua tempesta.
E nondimen di mezzo alla rapina
Di quel turbo nascea tale un diletto,
Tale (portento a dirsi!) una divina
Correa dolcezza ad inondarmi il petto,
Che in me stesso dicea: — Qual pellegrina
Virtù s'è questa di stupendo effetto,
Che mi atterrisce a un tempo e mi rincora,
E più cresce d'orror più m'innamora?
Ciò dissi appena...