CXXIV. PER LE QUATTRO TAVOLE RAPPRESENTANTI BEATRICE CON DANTE, LAURA CON PETRAR...
Nell'ora che più l'alma è pellegrina
Dai sensi, e meno delle cure ancella
Segue i sogni che i raggi odian del sole,
Quattro gran dame di beltà divina
Nel romito silenzio di mia cella
Son venute a far meco alte parole.
Tutte in adorne stole
Splendean varie di foggia. E in varia veste
Quattro al par le seguìan sovrane e gravi
Ombre, in atti soavi
Di tutto amore. Io che adorai già queste
Spesso in marmi ed in tele, immantinente
Le riconobbi: e mi tremò la mente.
La mente mi tremò smarrita e vinta
Di stupor di letizia e di rispetto;
E sclamar volli: — Oh dell'ausonie Muse
Gran padri e duci! — Ma sul cor respinta
Morì la voce; chè il soverchio affetto
L'oppresse e dell'uscir la via le chiuse:
E con idee confuse
La riverenza mi stringea sì forte
Di quelle dive, che i miei spirti attenti
Agli aspettati accenti
Aprìan già tutte dell'udir le porte.
Fatta innanzi la prima, ed in me fisse
Le luci, in dolce maestà sì disse:
— Beatrice son io. Questo d'oliva
Ramo al mio crine sovra bianco velo,
Se ben leggesti, il mostra e il verde manto
E la veste in color di fiamma viva.
Ma perchè la bellezza ond'io m'incielo
Trascende la mortal vista, che il tanto
Non ne potría nè il quanto;
Sculta in tuo cor ne assunsi una terrena.
Guardami ben. — E i' tutto in lei m'affissi:
E intera allor chiarissi
La sembianza che pria venne non piena.
Ma qual si fosse, aperto io nol favello;
Chè velato pensier spesso è più bello.
Ben senza frode al ver dirò che quando
All'attonita mente appresentossi
La simiglianza dell'amato viso,
Come padre deliro lagrimando
Quella divina ad abbracciar mi mossi;
Sì m'avea tenerezza il cor conquiso.
Con un grave sorriso
Ella represse il mio non sano ardire,
E seguitò: — Dell'altre a te venute
Donne d'alta virtute
Ti giovi il nome glorioso udire.
Questa al mio fianco è Laura di Valchiusa,
Lungo sospir della più dolce musa.
A dir quant'era il suo valor vien manco
Ogni umano parlar. Nel suo mortale
Di vero angiol sembianza ella tenea;
Tal che in mirarla ognun guatava al bianco
Omero, attento a riguardar se l'ale
Mettean la punta. E ognor ch'ella movea
Il bel fianco, parea
Spiccar suo volo al regno onde discese.
Colpa dunque non fu se come santa
Cosa adorolla e in tanta
Fiamma d'amore il suo fedel s'accese;
Colpa era non amarla, ed in sì vago
Volto sprezzar del suo Fattor l'imago.
Minor di grido, ma del vanto altera
(E ciò le basta) che suo saggio amante
Fu 'l grande che cantò l'armi e gli amori,
Vedi Alessandra nella terza; e vera
In lei vedi onestate, alto sembiante,
E cortesía che tutti invola i cuori.
Negli adri suoi colori
Vedi il duol di che l'ange un caro estinto.
Vedi in lei tutta, contemplando fiso
Il delicato viso,
Tal di virtudi un misto un indistinto,
Che dicon l'une all'intelletto: ammira;
L'altre gridano al cor: guarda e sospira.
Quel caro volto che guardingo preme
Del cor l'arcano in portamento altero,
Di Leonora il nome assai ti dice.
Regal contegno e amor mal vanno insieme.
Pur la bell'alma nel rival d'Omero
Più che l'uom grande amò l'uomo infelice.
Or che il chiuso le lice
Arcano aprir, l'amor taciuto in terra
Gli fa palese in cielo. Ed ei beato
Nell'oggetto adorato
Dell'ingiusta fortuna obblìa la guerra:
E tuttavolta dell'amata al piede
Trema, avvampa, assai brama, e nulla chiede.
Tali noi vide nella prima vita
Stupito il mondo. La beltà che pêre
E quella che del rogo esce più viva
Sì de' nostri amator l'alma rapita
Infiammar, che levandosi alle sfere
Di ciascuna di noi fece una diva.
Su la romulea riva
Nuovo d'arte portento oggi c'indìa
Pennelleggiando; e fa dubbiare a prova
Se più potente mova
De' colori o de' carmi la balìa,
Tanta in mirarne i riguardanti piglia
Reverenza diletto e meraviglia.
Or tu, di Clio cultor, cui grande amore
I volumi a cercar trasse di questi
Delle italiche Muse archimandriti
(Qui d'un sorriso mi fêr essi onore,
Che allegrommi i pensieri, e di modesti
Li fe a seguirne le grand'orme arditi),
Tu di strali forbiti
Alla lor cote arma la cetra; e segno
Fanne il valor del giovinetto Apelle,
Che di grazie novelle
Crebbe nostra beltà. Mostra che degno
Sei di laudarlo; e de' pennelli il vanto,
Se puossi, adegua col poter del canto. —
Bice sì disse. E a lei di generose
Laudi datrice si fêr l'altre intorno
Col favellar che i grati sensi esprime,
E l'abbracciâr. Poi vòlte alle famose
Ombre il cui labbro così larga un giorno
Spandea la piena del parlar sublime,
Ridir le dolci rime
Godean che fatte a noi le avean sì conte.
Indi presa d'amor con casto amplesso
Ciascuna a un punto istesso
Baciò beata al suo cantor la fronte:
E di sùbiti rai lucente e bella
Ogni fronte brillò come una stella;
Anzi come un bel sole. E tal negli occhi
Del repente splendor l'impeto venne,
Che l'inferma pupilla nol sofferse:
Tutti cadder gli spirti come tocchi
Da fulmine: e stupor tanto mi tenne,
Che in gran buio la mente si sommerse:
Finchè l'erranti e spesse
Forze de' sensi, alle lor vie tornando,
Revocâr seco la virtù che intende.
Sciolto dall'atre bende
Girai lo sguardo; e, gli spiragli entrando
Già dell'imposte il sol, conobbi tutta
L'alta mia vision esser distrutta.
Ma distrutta non è del sentimento
La fervida potenza; e quelle dive
Immagini davanti ancor mi stanno;
Ancor nell'alma risuonar ne sento
Le parole, e dar vita a forti e vive
Fantasìe che volar basso non sanno.
E nondimen non hanno
Penne eguali al tuo vol, spirto gentile
Che ravvivi dell'Angelo d'Urbino
Il pennello divino.
Troppo a onorarti la mia lingua è vile;
Troppo incarco mi dier quelle, il cui velo
Qui fai sì bello che men bello è in cielo.
Ed elle di lassuso alle beate
Donne d'amor ne fan mostra col dito;
Sì che ognuna di te par s'innamori,
E brami d'acquistar nuova beltade
Nelle tue tele. E certo a te spedito
Cred'io qualcuno dai celesti Cori
A triarti i colori,
A insegnar la grand'arte onde si crea
Beltà perfetta, di natura il bello
Armonizzando in quello
Cui rapita nel ciel porge l'idea:
Alta armonìa, sì tua, che già natura
Da' tuoi pennelli ir vinta s'impaura.
Alla gentil che della Neva infiora
Le sponde al folgorar di sue pupille,
Va' riverente, mia canzone, e dille:
— Eccelsa donna che fai tua grandezza
Il santo amor dell'arti,
A riferirti grazie a salutarti
M'invian di loco ove virtù s'onora,
Bice Laura Alessandra e Leonora;
E fra tanta bellezza
Ti pregano esser quinta. — A lei di' questo.
Se chiede perchè vai sì rozza e grama,
Di' che in lutto nascesti, e ch'io di mesto
Vel gli occhi avvolto sol di pianto ho brama.