CXXIV
O con le grazie eletta e con gli amori,
fanciulla aventurosa,
a servire colei che Dea somiglia,
poi che 'l mio sguardo in lei mirar non osa
i raggi e gli splendori
e 'l bel seren de gli occhi e de le ciglia,
né l' alta maraviglia
che ne discopre il lampeggiar del riso,
né quanto di celeste ha il petto e 'l volto,
io gli occhi a te rivolto,
e nel tuo leggiadretto e lieto viso
dolcemente m' affiso.
Bruna sei tu ma bella
qual vergine viola, e del tuo vago
sembiante or sì m' appago
che non disdegno signoria d' ancella.
Or mentre io parlo, placida e cortese
sguardi bassi e furtivi
volgi in me, del tuo cor mute parole.
Ah, dove giri i lumi alteri e schivi?
Da qual maestra apprese
hai l' empie usanze e 'n quai barbare scole?
Così mostrarli suole
la tua gran Donna incontra Amor superba,
e fulminar da gli occhi ira et orgoglio,
ma non hai tu lo scoglio
ch' il cor le inaspra e sì gelato il serba,
e non sei tanto acerba.
Non voler, semplicetta,
dunque agguagliar de la sdegnosa fronte
l' ire veloci e pronte,
ma s' ella ne sgomenta or tu n' alletta.
Mesci fra' dolci risi e dolci vezzi
solo acerbetti sdegni
che le dolcezze lor faccian più care,
né quelli atti orgogliosi ella t' insegni
e i superbi disprezzi,
ma da te modi mansueti impare;
e se tu pòi destare,
o ministra d' Amore e messaggiera,
fra tante voglie in lei crude e gelate
scintilla di pietate,
qual gloria avrai ne la sua bella schiera.
Tu voce hai lusinghiera
e parole soavi,
tu i mesti tempi e i lieti e tu de' giochi
sai gli opportuni lochi,
e tieni di quel petto ambe le chiavi.
So ch' ella, affissa a' micidiali specchi
suoi consiglier fedeli,
sovente varia i fregi e gli rinova;
e qual empio guerrier ch' arme crudeli
a battaglia apparecchi
le terge prima che le vesta o mova,
tal ella affina e prova
di sua bellezza le saette e i dardi
s' acute siano e salde: “Al cor non giunge
questo, ma leggier punge;
questo altro — dice — uccide sì, ma tardi;
da questo uom che si guardi
può schermirsi e fuggire;
è inevitabil questo”. Or tu, ch' intanto
l' adorni e 'l crine e 'l manto,
così le parla e così placa l' ire:
“O Donna tanto bella e tanto adorna,
ch' in giovenil sembiante
Amore stesso che t' ornò disfidi,
qual petto è di diaspro e di diamante
che quando a te ritorna
al balenar de gli occhi tuoi s' affidi?
Ogn' un sa come ancidi
soavemente co' begli occhi rei,
ma chi sa come sani un core infermo
che non ha pace o schermo?
Perché di tanto onor privata sei?
Specchi d' amore e miei,
ah, voi non v' accorgete
come rinovellare altrui vi lice
in guisa di Fenice,
e le piaghe saldar ch' aperte avete?
Or che tutti son vinti i più ritrosi
e gli alpestri e selvaggi,
scoprite altro valor, luci serene;
dolci strali vibrate e misti i raggi
de' folgori amorosi
sian con le tempre di gioiosa spene;
sgombri l' amare pene
e ne' cori per tema afflitti e morti
desti il soave spirto aure vitali.
“O fortunati mali”
diranno poscia, “O liete e dolci morti”,
né più gli amanti accorti
temeran di ferita,
ma di morir per sì mirabil piaghe
farà l' alme presaghe
un bel desio di rinovar la vita”.
Così ragiona e con faconda lingua
lusinga insieme e prega,
ch' alfin si volge ogni femineo ingegno.
Ma che rileva a me se ben si piega?
Cresca pure et estingua
gli illustri amanti quel superbo sdegno;
me nel mio stato indegno
sicuro umil fortuna e pago or rende:
vil capanna dal ciel non è percossa,
ma sovra Olimpo et Ossa
tuona il gran Giove e le gran torri accende;
quinci ella essempio prende.
Ma tu, mio caro obietto,
non disdegnar ch' io t' ami e ti vagheggi,
e non por freno o leggi
per alterezza a l' amoroso affetto.
Vanne occulta, Canzone
nata d' Amore e di pietoso zelo,
a quella man che 'l crine annoda e parte
con tal vaghezza et arte;
dì che t' asconde fra 'l suo petto e 'l velo
da gli uomini e dal cielo.
Ah, per dio, non ti mostri,
e se scoprir ti vuol, ti scopra solo
a l' amoroso stuolo,
né leggano i canuti i detti nostri.