CXXIX – Spolverini

By Giacomo Leopardi

Qui di fretta è mestier, d'ardire e forza;

Qui di por mano a gli scudisci e a' lacci:

Ch'ora comincia il più. Nessun stia indarno.

Questi accoppifra lor, quei volga in giro

Le animose cavalle; e i lunghi, intorti,

Lievi capestri a la sinistra avvolti,

Con la destra le punga, e al corso inciti.

Bel veder le feroci, a paio a paio,

Pria salir l'alte biche; e somiglianti

A' festosi delfin quando ondeggiante

Per vicina tempesta il mar s'imbruna,

Or sublimi or profonde, or lente or ratte

Sovra d'esse aggirarsi; e arditamente

Sgominate avvallarle, in ogni lato

Gli ammontati covon facendo piani.

Poi distese e concordi irsi rotando

Con turbine veloce in doppio ballo;

E smagliando ogni fascio, e sminuzzando

Col curvo piede le già tronche cime,

In breve ora cangiar l'erto spigoso

Clivo, d'inutil paglie, e reste infrante,

E di sepolto grano in umil letto.

Ferve il giro e 'l pestio. S'ode bisbiglio

Di sì cupo tenor, qual se cadendo

Fischi, e 'l duro terren rara e pesante,

Senza vento, percota estiva pioggia.

L'une e l'altre incalzano, e a vicenda

Prendon stimolo e 'l dan. Talor diresti

Flagellato paleo ronzar d'intorno,

O di naspo legger versata ruota:

Dal cui mezzo il rettor, de le fugaci

La pieghevol cervice e 'l piè governa.

Pur lo sforzo, l'ardor, l'impeto, il corso

Ha qualche pausa. Indi ritorna il primo

Volteggiamento, e l'interrotta danza,

E l'anelito, e 'l suon. Tal fuma e spira

Fiato, anzi foco, da le aperte nari;

Tal distilla sudore, escon tai spume

Dal collo, per le spalle, e per li fianchi,

Con sì grave respir, che le primaie

Dal soverchio sbuffar de le seguaci,

Molli ed umidi n'hanno i lombie l'anche.

Non con forza maggior, baldanza e brio,

Con più leggiadro portamento e sguardo,

Per li tessali pian corsero errando

Del centauro le figlie; e non diverse

L'erte orecchie vibrar, nitrendo a l'aure,

Di Saturno e Nereo le false spose.