CXXIX – Spolverini
Qui di fretta è mestier, d'ardire e forza;
Qui di por mano a gli scudisci e a' lacci:
Ch'ora comincia il più. Nessun stia indarno.
Questi accoppifra lor, quei volga in giro
Le animose cavalle; e i lunghi, intorti,
Lievi capestri a la sinistra avvolti,
Con la destra le punga, e al corso inciti.
Bel veder le feroci, a paio a paio,
Pria salir l'alte biche; e somiglianti
A' festosi delfin quando ondeggiante
Per vicina tempesta il mar s'imbruna,
Or sublimi or profonde, or lente or ratte
Sovra d'esse aggirarsi; e arditamente
Sgominate avvallarle, in ogni lato
Gli ammontati covon facendo piani.
Poi distese e concordi irsi rotando
Con turbine veloce in doppio ballo;
E smagliando ogni fascio, e sminuzzando
Col curvo piede le già tronche cime,
In breve ora cangiar l'erto spigoso
Clivo, d'inutil paglie, e reste infrante,
E di sepolto grano in umil letto.
Ferve il giro e 'l pestio. S'ode bisbiglio
Di sì cupo tenor, qual se cadendo
Fischi, e 'l duro terren rara e pesante,
Senza vento, percota estiva pioggia.
L'une e l'altre incalzano, e a vicenda
Prendon stimolo e 'l dan. Talor diresti
Flagellato paleo ronzar d'intorno,
O di naspo legger versata ruota:
Dal cui mezzo il rettor, de le fugaci
La pieghevol cervice e 'l piè governa.
Pur lo sforzo, l'ardor, l'impeto, il corso
Ha qualche pausa. Indi ritorna il primo
Volteggiamento, e l'interrotta danza,
E l'anelito, e 'l suon. Tal fuma e spira
Fiato, anzi foco, da le aperte nari;
Tal distilla sudore, escon tai spume
Dal collo, per le spalle, e per li fianchi,
Con sì grave respir, che le primaie
Dal soverchio sbuffar de le seguaci,
Molli ed umidi n'hanno i lombie l'anche.
Non con forza maggior, baldanza e brio,
Con più leggiadro portamento e sguardo,
Per li tessali pian corsero errando
Del centauro le figlie; e non diverse
L'erte orecchie vibrar, nitrendo a l'aure,
Di Saturno e Nereo le false spose.