CXXV

By Benvenuto Cellini

Poi che senza pentirci nott'e giorno

facciàn cotanti e così gravi errori,

e 'l timor della morte, ahimè, d'intorno

ne va sempre turbando i nostri cori,

ma ne l'inferno rio con danno e scorno,

dove si vive e mai non s'esce fori,

miserere di noi, Signore, e poi

con la tua gran bontà fa salvi noi.

Troppo da noi, Signor, pur troppo amati

son i piacer di questo mondo vano,

commess'avendo poi tanti peccati

ch'aver pace da te speriamo invano:

dove andrèn dunque, lassi sventurati?

Verrem a te col cor umile e piano,

pregandoti per sommo, immenso dono,

che ne l'ultimo dì troviam perdono.

Quando verrai nella tua maestade,

Signor, a giudicare i vivi e i morti,

dove ci asconderèn? Qual sicurtade

avrèn, miseri noi, che ci conforti,

pensando a l'empia nostra iniquitade

e a l'ira, che teco giusta porti?

Pietà dunque di noi, pietà, Signore,

e non ci giudicar nel tuo furore.