CXXVI. PER LONTANANZA DALLA MOGLIE.
Che più ti resta a far per mio dispetto,
Sorte crudel? Mia donna è lungi; e io privo
De' suoi conforti, in miserando aspetto,
Egro qui giaccio, al sofferir sol vivo.
In chiusa parte ho i rai del giorno a schivo,
Tutto in lei fiso; ed altro al cor diletto,
Altro dolce non ho, che il fuggitivo
Fantasma, in sogno, dell'amato obbietto.
Mentr'io pasco di lui lo spirto oppresso,
Ecco pietosi, come il duol gli accora,
Gittarsi i figli nel paterno amplesso.
— Ah, che ingiusto è il lamento! io grido allora.
Se gioirmi di questi emmi concesso,
Più non mi lagno, e son beato ancora. —