CXXVI
I' son costretto, po' che vuol Amore
che vince e sforza tutto l'universo
narrar con umil verso
la gran letizia che m'abonda al core;
perché s'i' non mostrasse ad altri fore
in qualche parte el mio felice stato,
forse tenuto ingrato
sare' da chi scorgesse la mie pace.
Poco sente il piacer chi 'l piacer tace,
e poco gode chi si gode in seno:
chi può tenere el freno
alla timida sua lingua, non ama.
Dunque salvando e acrescendo fama
a quella pura, onesta, saggia e bella,
che mattutina stella
par tra le stelle, anzi par vivo sole,
trarrò dal core ardente le parole:
ma fugga Invidia e fugga Gelosia,
e la Discordia ria
con quella stiera ch'è d'Amor nimica.
Era tornata la stagione amica
a' giovanetti amanti vergognosi
che 'n varie fogge ascosi
gli suol mostrar sotto mentite forme,
quando, spiando di mie preda l'orme
in abito straniero e pellegrino,
fu' dal mie buon destino
condotto in parte ov'era ogni disio.
La bella ninfa, vita del cor mio,
in atto vidi acorto, puro, umile,
saggio, vago, gentile,
amoroso, cortese, onesto e santo,
benigna, dolce e graziosa tanto,
e lieta sì che nel celeste viso
tutt'era el paradiso
tutto 'l ben che per noi mortal si spera.
A lei dintorno una leggiadra stiera
di belle donne in atto sì adorno,
ch'i' mi credetti el giorno
fussi ogni dea di ciel discesa in terra:
ma quella ch'al mie cor dà pace e guerra,
Minerva in atto e Vener parea in volto;
in lei sola racolto
era quanto è d'onesto e bello al mondo.
A pensar, non che a dire, i' mi confondo
di questa mai più vista maraviglia,
ché qual più lei somiglia,
tra l'altre donne più s'onora e stima.
Un'altra sia tra le belle la prima:
costei non prima chiamisi, ma sola;
ch'il giglio e la viola
cedono e gli altri fior tutti alla rosa.
Pendevon dalla testa luminosa,
scherzando per la fronte, e suo crin d'oro,
mentre ella nel bel coro
movea ristretti al suono e dolci passi:
e benché poco gli occhi alto levassi,
pur qualche raggio venìe di nascoso,
ma 'l crino invidioso
subito il ruppe e di sé mi fe' velo.
Di ciò la ninfa nata e fatta in cielo
tosto s'acorse e con sembiente umano
mosse la bianca mano
e gli erranti capegli indrieto volse.
Po' da' be' lumi tanti spirti sciolse
spirti dolci d'amor cinti di foco,
ch'i' non so come in poco
tempo non arsi o cener non divenni.
Questi son gli amorosi primi cenni
che al cor m'han fatto di diamante un nodo;
questo è il cortese modo,
che sempre agli occhi miei starà davante;
questo è il cibo suave ch'al suo amante
porger gli piacque per farlo immortale:
non è l' ambrosia tale
o nettar di che in ciel si pasce Giove.
Ma per darmi più segni e maggior prove,
per darmi del suo amor più 'ntera fede,
mentre con arte el piede
leggieri acorda all'amorose tempre,
mentr'io stupisco e prego Iddio che sempre
duri felice l'angelica danza
subito — o trista usanza! —
indi fu rivocata al bel convito.
Ella col volto alquanto impalidito,
po' tinta d'un color di ver corallo,
— Più grato m'era el ballo —
mansueta rispose e soridendo.
Ma degli occhi celesti indi partendo
grazia mi fece, e vidi in essi chiuso
Amor quasi confuso
in mezzo degli ardenti occulti sguardi,
ch'accendea del bel raggio i lievi dardi
per trionfar di Pallade e Diana.
Le' fuor di guisa umana
mosse con maestà l'andar celeste,
e con man suspendea l'ornata veste
regale in atto e portamento altero:
i' non so di me el vero,
se quivi morto mi rimasi o vivo.
Morto cred'io, po' ch'ero di te privo,
o dolze luce mia, ma vivo forse,
per la virtù che scorse
da' tuo begli occhi e 'n vita mi ritenne.
Ma se al fedele amante allor sovenne
il valoroso tuo beato aspetto
perché tanto diletto
sì rade volte o sì tardo ritorna?
Duo volte ha già raccese le suo corna
co' raggi del fratel l'errante luna
né per ancor fortuna
a sì dolce piacer la via ritruova.
Vien primavera e 'l mondo si rinnuova:
fioriscon l'erbe verdi e li arbucelli,
gl'innamorati uccelli
svernando empion di versi ogni campagna,
l'una fera coll'altra s'acompagna,
el toro giostra e lanoso montone.
Tu donzella, io garzone
dalle legge d'amor sarem ribelli?
Lascerem noi fuggir questi anni belli?
non userai la dolce giovinezza?
Di tanta tua bellezza
quel che più t'ama nol farai contento?
Son i' forse un pastor che guardi armento,
o di vil sangue o per molti anni antico,
o deforme, o mendico
o vil di spirto, onde tu m'abbi a sdegno?
No: ma di stirpe illustre il cui bel segno
a l'alma patria nostra rende onore,
in sul mie primo fiore,
e qualcuna per me forse sospira.
De' ben che la Fortuna attorno gira
posso animosamente esserne largo,
ché quanto più ne spargo,
lei col pien grembo indrieto più ne rende.
Robusto quanto per pruova s'intende,
cerchiato di favor, cinto d'amici:
ma ben che tra' felici
da tutto el mondo numerato sia,
pur senza te, dolze speranza mia,
parmi la vita dolorosa e amara.
Non esser dunque avara
di quel vero piacer che solo è 'l tutto,
e fa' che dopo il fior, io coglia el frutto.