CXXVII – Spolverini
Omai negletta
Del culto pastoral la nobil arte,
Poco spazio o terren resta a gli armenti;
E già, toltosi il più, gli ultimi avanzi
L'aratro vincitor de' paschi agogna.
Ma (quel ch'ignoto esser un tempo, o strano,
Solea) de' gioghi a le più eccelse cime
Co' vomeri per fin s'è giunto. E dove
Con mirabil lavor Natura cinse
D'altissime foreste e boschi annosi,
Insuperabil siepe, i monti e l'alpi,
Per difender i colti aperti piani,
E 'l difetto adempir di travi e legna;
Dove mille e mill'altre erbe e radici,
Di sapor, di virtù, d'aspetto varie,
E di fere e d'augei popolo immenso
Ripose ed annidò, per vitto ed agio
Nostro, e piacer e vestimento ed uso;
L'uom solo (o sempre al proprio danno, e sempre
Contro 'l vero util suo disposto e pronto
Umano ingegno!) l'uom solo, o sia
Di novità piacer, o ingorda brama,
O mal nato del core impeto, il vecchio
Costume e 'l natural ordin sconvolto,
Non con le scuri solo, o con le faci,
Via s'aprì colà su, di rischi e affanni
Nulla curando, a desolarne i vasti
Selvosi tratti, e i smisurati dorsi
Di cenere a coprir, con onta e atroce
Ira e dolor de la gran madre Idea;
Ma con la stiva inoltre, e con la grave
Mole de' tardi buoi, con vanghe e zappe,
A franger glebe e sbarbicar radici,
Tutta intorno a squarciar l'aprica terra,
Salì tant'alto; nuova forma, nuovo
Uso e lavoro ad accettar forzando
Le superate alpestri cime, e altero
Altra norma lor dando ed altra legge.
Di che molto crucciosa, e da dispetto
Punta e da sdegno, sé vedendo e 'l sacro
Stuolo de l'alme vergini compagne,
Oreadi, Amadriadi, e quant'altre
Aman boschi abitar, e tender arco,
Co' seguaci Silvani, e con le intere
De' selvaggi quadrupedi e volanti
Disperse legioni, esser costrette
Lunge dal natio regno e da le sante
Proprie sedi antichissime, ricetto
Tranquillo altrove procacciar, Diana
Molti preghi e sospir, molti lamenti
Contro Cerere e Bacco innanzi a Giove
Ch'un dì portasse, è fama, e acerbamente
Molte cose movesse. O giusto padre,
Alto gridando, se non t'è men cara
Di Cerere Latona; e di Saturno
Se a la prole la tua pospor non ami;
Me figlia dal tuo figlio e da l'ingiusta
Tua sorella difendi; e certa e salda
D'or innanzi pon legge, cui non vaglia
Caso o tempo a mutar. Sin che rapace
Il mio impero usurparsi, e quegli stessi
Confini violar che di tua mano
Por volesti qua giù sacri al mio nume,
L'una e l'altro, com'or, presuma ed osi;
Tal io possa ne i loro: e come alteri
Van de gli onori a me dovuti, io pure
Vaglia i loro a turbar. Sì disse: e rati
Fece tai preghi il genitor, l'eccelsa
Testa piegando, onde tremò l'Olimpo.
E da quel dì, tolto ogni freno, dove
Lor fu aperta la via, rapidamente,
Sospinti da la Dea, scesero al piano
Venti, turbini e nembi, onusti i vanni
Di grandini e procelle alto sonanti,
Miste a folgorie tuoni (ché contrasto
Non trovar più ne le recise baraccia
De gli atterrati frassini, de i vasti
Divelti abeti, de i già tronchi faggi,
De gli aceri, de gli orni), a versar quanti
Pon volando rapir da gorghi e stagni
L'ampie nubi, e dal mar, diluvi d'acque;
A inondar le campagne, a render vane
De' pii cultorile speranze e l'opre;
Anzi a un tempo medesmo intere balze,
E antichissime selve, e rupi, e sassi,
E dure zolle giù rotando, e ghiaie,
Con orribil fragor, a poco a poco
I monti a trasportar nel salso fondo.
Incominciaro allor, ricchi di tante
Spoglie, a gonfiarsi, e 'l molle dorso e 'l fianco
Di dì in dì a sollevar, torrenti e fiumi;
E predando essi ancor, superbi e insani,
Letti e freni a sdegnar, ripari e sponde.
Allor del regno suo geloso e incerto
Cominciò a farsi, e a paventar Nettuno:
E vedendosi in seno isole estrane,
Ignote sirti, e non più viste sabbie,
Col germano si dolse, e minacciante
Prese ad armarsi, e farsi a tutti incontro.
Tosto cessar gli antichi patti. I fiumi
Maggior, gli altri minori, e quanti mai
Scendon di Nereo in grembo, a cercar pace,
Ne provar le prim'ire; e a dietro spinti,
Rispingendo essi ancor chi venia sopra,
Fiumi, fonti e ruscei volsero a gara,
Con la medesma forza ond'eran volti.
Mutò leggi natura: altro di cose
Tenor successe. Già depresso l'alto,
Sollevossi l'umil: e d'anno in anno
Più s'accrebbe cagion onde pesanti
I prescritti confin rompesser l'acque,
Giù piombando ne i pian de l'alte rive.
Dove il vomero pria, l'erpice, il rastro
Colti feano i terreni, ivi novello
Di remi e sarte e pescatrici barche
Bisogno apparve, e si poteo, con strano
Cambio, palustri augei veder sul ramo,
E nel prato guizzar squamosi armenti.
Principi e regi, voi ch'avete in mano
Di possanza e pietà da Dio le chiavi,
Ne togliete tai danni e tante stragi,
Onde i popoli afflitti, e incolta e mesta
L'arte rustica langue, ed osa a pena
Di commetter al suol gli usati semi,
E le terre impiagar col ferro acuto,
Sol per giusto timor che d'anno in anno
A rapirli non scenda o turbo o fiume.
Per voi 'l primo lavor, lo stile antico
Ripigli il buon villan. Restisi al piano
Il vomero, il marron, la vanga, il rastro,
Col faticoso bue; si renda al monte
Il lanifero armento ed il barbuto,
A pascolar le rivestite zolle
Per gli erbosi sentieri. Erga e dispieghi,
Qual già un tempo, l'altier tronco e le frondi
La ghiandifera quercia, il cerro, il faggio,
Il foltissimo pin, il tasso, l'olmo,
Il frassino, l'abete; utile a l'aste
Quello, e questo a solcar il regno ondoso.
Rieda a' gioghi la selva: ad essa torni
Qualunque ha piuma o vello; e più non cali
Fera o lupo a predar agnelli e capri,
Ma l'insidie e 'l furor oprando in alto,
Ivi del fallir suo paghin la pena.
Si ricavin da sé l'antico fondo,
Dentro i loro confin ristretti, i fiumi;
E scendendo, qual pria, placidi e piani,
Quel di che abbondano più portino al mare.
Tutto in fine il primiero ordin riprenda:
E vedrassi ben tosto, a vostra laude,
A sdalvezza comun, d'erbe e di piante,
D'ogni frutto miglior, di viti e grani
Rider i poggi, ed esultar le valli.