CXXVII – Spolverini

By Giacomo Leopardi

Omai negletta

Del culto pastoral la nobil arte,

Poco spazio o terren resta a gli armenti;

E già, toltosi il più, gli ultimi avanzi

L'aratro vincitor de' paschi agogna.

Ma (quel ch'ignoto esser un tempo, o strano,

Solea) de' gioghi a le più eccelse cime

Co' vomeri per fin s'è giunto. E dove

Con mirabil lavor Natura cinse

D'altissime foreste e boschi annosi,

Insuperabil siepe, i monti e l'alpi,

Per difender i colti aperti piani,

E 'l difetto adempir di travi e legna;

Dove mille e mill'altre erbe e radici,

Di sapor, di virtù, d'aspetto varie,

E di fere e d'augei popolo immenso

Ripose ed annidò, per vitto ed agio

Nostro, e piacer e vestimento ed uso;

L'uom solo (o sempre al proprio danno, e sempre

Contro 'l vero util suo disposto e pronto

Umano ingegno!) l'uom solo, o sia

Di novità piacer, o ingorda brama,

O mal nato del core impeto, il vecchio

Costume e 'l natural ordin sconvolto,

Non con le scuri solo, o con le faci,

Via s'aprì colà su, di rischi e affanni

Nulla curando, a desolarne i vasti

Selvosi tratti, e i smisurati dorsi

Di cenere a coprir, con onta e atroce

Ira e dolor de la gran madre Idea;

Ma con la stiva inoltre, e con la grave

Mole de' tardi buoi, con vanghe e zappe,

A franger glebe e sbarbicar radici,

Tutta intorno a squarciar l'aprica terra,

Salì tant'alto; nuova forma, nuovo

Uso e lavoro ad accettar forzando

Le superate alpestri cime, e altero

Altra norma lor dando ed altra legge.

Di che molto crucciosa, e da dispetto

Punta e da sdegno, sé vedendo e 'l sacro

Stuolo de l'alme vergini compagne,

Oreadi, Amadriadi, e quant'altre

Aman boschi abitar, e tender arco,

Co' seguaci Silvani, e con le intere

De' selvaggi quadrupedi e volanti

Disperse legioni, esser costrette

Lunge dal natio regno e da le sante

Proprie sedi antichissime, ricetto

Tranquillo altrove procacciar, Diana

Molti preghi e sospir, molti lamenti

Contro Cerere e Bacco innanzi a Giove

Ch'un dì portasse, è fama, e acerbamente

Molte cose movesse. O giusto padre,

Alto gridando, se non t'è men cara

Di Cerere Latona; e di Saturno

Se a la prole la tua pospor non ami;

Me figlia dal tuo figlio e da l'ingiusta

Tua sorella difendi; e certa e salda

D'or innanzi pon legge, cui non vaglia

Caso o tempo a mutar. Sin che rapace

Il mio impero usurparsi, e quegli stessi

Confini violar che di tua mano

Por volesti qua giù sacri al mio nume,

L'una e l'altro, com'or, presuma ed osi;

Tal io possa ne i loro: e come alteri

Van de gli onori a me dovuti, io pure

Vaglia i loro a turbar. Sì disse: e rati

Fece tai preghi il genitor, l'eccelsa

Testa piegando, onde tremò l'Olimpo.

E da quel dì, tolto ogni freno, dove

Lor fu aperta la via, rapidamente,

Sospinti da la Dea, scesero al piano

Venti, turbini e nembi, onusti i vanni

Di grandini e procelle alto sonanti,

Miste a folgorie tuoni (ché contrasto

Non trovar più ne le recise baraccia

De gli atterrati frassini, de i vasti

Divelti abeti, de i già tronchi faggi,

De gli aceri, de gli orni), a versar quanti

Pon volando rapir da gorghi e stagni

L'ampie nubi, e dal mar, diluvi d'acque;

A inondar le campagne, a render vane

De' pii cultorile speranze e l'opre;

Anzi a un tempo medesmo intere balze,

E antichissime selve, e rupi, e sassi,

E dure zolle giù rotando, e ghiaie,

Con orribil fragor, a poco a poco

I monti a trasportar nel salso fondo.

Incominciaro allor, ricchi di tante

Spoglie, a gonfiarsi, e 'l molle dorso e 'l fianco

Di dì in dì a sollevar, torrenti e fiumi;

E predando essi ancor, superbi e insani,

Letti e freni a sdegnar, ripari e sponde.

Allor del regno suo geloso e incerto

Cominciò a farsi, e a paventar Nettuno:

E vedendosi in seno isole estrane,

Ignote sirti, e non più viste sabbie,

Col germano si dolse, e minacciante

Prese ad armarsi, e farsi a tutti incontro.

Tosto cessar gli antichi patti. I fiumi

Maggior, gli altri minori, e quanti mai

Scendon di Nereo in grembo, a cercar pace,

Ne provar le prim'ire; e a dietro spinti,

Rispingendo essi ancor chi venia sopra,

Fiumi, fonti e ruscei volsero a gara,

Con la medesma forza ond'eran volti.

Mutò leggi natura: altro di cose

Tenor successe. Già depresso l'alto,

Sollevossi l'umil: e d'anno in anno

Più s'accrebbe cagion onde pesanti

I prescritti confin rompesser l'acque,

Giù piombando ne i pian de l'alte rive.

Dove il vomero pria, l'erpice, il rastro

Colti feano i terreni, ivi novello

Di remi e sarte e pescatrici barche

Bisogno apparve, e si poteo, con strano

Cambio, palustri augei veder sul ramo,

E nel prato guizzar squamosi armenti.

Principi e regi, voi ch'avete in mano

Di possanza e pietà da Dio le chiavi,

Ne togliete tai danni e tante stragi,

Onde i popoli afflitti, e incolta e mesta

L'arte rustica langue, ed osa a pena

Di commetter al suol gli usati semi,

E le terre impiagar col ferro acuto,

Sol per giusto timor che d'anno in anno

A rapirli non scenda o turbo o fiume.

Per voi 'l primo lavor, lo stile antico

Ripigli il buon villan. Restisi al piano

Il vomero, il marron, la vanga, il rastro,

Col faticoso bue; si renda al monte

Il lanifero armento ed il barbuto,

A pascolar le rivestite zolle

Per gli erbosi sentieri. Erga e dispieghi,

Qual già un tempo, l'altier tronco e le frondi

La ghiandifera quercia, il cerro, il faggio,

Il foltissimo pin, il tasso, l'olmo,

Il frassino, l'abete; utile a l'aste

Quello, e questo a solcar il regno ondoso.

Rieda a' gioghi la selva: ad essa torni

Qualunque ha piuma o vello; e più non cali

Fera o lupo a predar agnelli e capri,

Ma l'insidie e 'l furor oprando in alto,

Ivi del fallir suo paghin la pena.

Si ricavin da sé l'antico fondo,

Dentro i loro confin ristretti, i fiumi;

E scendendo, qual pria, placidi e piani,

Quel di che abbondano più portino al mare.

Tutto in fine il primiero ordin riprenda:

E vedrassi ben tosto, a vostra laude,

A sdalvezza comun, d'erbe e di piante,

D'ogni frutto miglior, di viti e grani

Rider i poggi, ed esultar le valli.