CXXVII

By Angelo Poliziano

Monti, valli, antri e colli,

pien di fior, frondi e d'erba;

verdi campagne, ombrosi e folti boschi,

poggi, ch'ognor più molli

fa la mia pena acerba

struggendo gli occhi nebulosi e foschi;

fiume, che par conoschi

mie spiatato dolore,

sì dolce meco piagni;

augel che n'accompagni

ove con noi si duol cantando Amore;

fier, ninfe, aer e venti,

udite il suon de' tristi mie lamenti.

Già sette e sette volte

mostra la bella aurora

cinta di gemme oriental sua fronte,

le corna ha già raccolte

Delia, mentre dimora

con Teti il fratel suo dentro al gran fonte,

da che il superbo monte

non segnò il bianco piede

di quella donna altera

che 'n dolce primavera

converte ciò che tocca, aombra o vede.

Qui e fior, qui l'erba nasce

da' suo begli occhi, e poi da' mie si pasce.

Pascesi del mio pianto

ogni foglietta lieta,

e vanne il fiume più superbo in vista.

Ahimè, deh perché tanto

quel volto a noi si vieta

che queta il ciel qualor più si contrista?

Deh, se nissun l'ha vista

giù per l'ombrose valli

sceglier tra verdi erbette

per tesser ghirlandette,

gli bianchi e rossi fior, gli azzurri e' gialli,

priego che me la 'nsegni,

s'egli è che 'n questi boschi pietà regni.

Amor, qui la vedemo

sotto le fresche fronde

del vecchio faggio umilmente posarsi:

del rimembrar ne triemo.

Ahi, come dolce l'onde

facean i be' crin d'oro al vento sparsi!

Come agghiaccia', com'arsi

quando di fiori un nembo

vedea ridergli intorno

(o benedetto giorno!)

e pien di rose l'amoroso grembo!

Suo divin portamento

ritral tu, Amor, ch'i' per me n'ho pavento.

I' tenea gli occhi intesi,

ammirando, qual suole

cervietto in fonte vagheggiar sua imago,

gli occhi d'amore accesi,

gli atti, volto e parole

e il canto che facea di sé il ciel vago,

quel riso ond'io mi appago,

ch'arder farebbe i sassi,

che fa per questa selva

mansueta ogni belva

e star l'acque correnti. Oh, s'io trovassi

dell'orme ove i pie' muove,

i' non arei del cielo invidia a Giove!

Fresco ruscel tremante,

ove 'l bel piede scalzo

bagnar gli piacque, oh quanto sei felice!

E voi ramose piante,

che 'n questo alpestro balzo

d'umor pascete l'antiche radice,

fra qua' la mia biatrice

sola talor sen viene!

Ahi, quanta invidia t'aggio,

alto e muschioso faggio

che se' stato degnato a tanto bene!

Ben de' lieta godersi

l'aura ch'accolse i suo celesti versi!

L'aura i be' versi accolse,

e 'n grembo a Dio gli puose

per far goderne tutto il paradiso.

Qui e fior, qui l'erba colse,

di questo spin le rose,

quest'aer rasserenò col dolce riso.

Ve' l'acqua che 'l bel viso

bagnolli. Oh, dove sono?

Qual dolcezza mi sface?

Com' venni in tanta pace?

Chi scorta fu? Con chi parlo o ragiono?

Onde sì dolce calma?

Che soverchio piacer vie caccia l'alma?

Selvaggia mia canzona inamorata,

va' secur ove vuoi,

po' che 'n gio' son conversi e dolor tuoi.