CXXVIII. PER LE NOZZE DI G.B. PERSICO CON LA CONTESSA PISANA GAZZOLA.
Se generoso sdegno
Non ti rattien, mirando
Dallo stellato regno
Il tripudio nefando
Di tal che d'alti gemiti
La tua dovrebbe irata ombra placar;
Di tal che al pianto, ahi stolto!,
Della tua donna insulta,
E il piè nel socco avvolto
Patrizio mimo esulta,
Dell'indignata Pesaro
Il fremito ridendo e il lagrimar;
Diletto Alceo, che teco
Sì gran parte hai rapita
Di me che veglio e cieco
Più non amo la vita
E il dì co' voti accelero
Che al tuo sen mi ritorni il mio dolor;
Dalla beata stella
Che di te lieta or fai,
Ascolta, anima bella,
D'Italia tutta i lai,
Che del suo dolce eloquio
In te piange perduto il primo onor.
Ma se venir ti giova
In parte ove più caro
Suoni il tuo nome a pova,
Vien di Catullo al chiaro
Natío terren, perpetua
Di leggiadri intelletti alma città.
Vieni; e di quel gentile
Signor, ch'oggi d'Imene
Pentito bacia e umìle
Le dorate catene,
A ornar di rose insegnami
La ben del cor perduta libertà.
Al mio già stanco ingegno
Scemo dell'estro antico
Spira un carme, che degno
Sia di cotanto amico
E de' bei rai che trassero
L'aureo strale che alfin tutto il passò.
Ed io, se tanto lice
Al doloroso accento
Del tuo padre infelice,
Farò che il mio lamento
Non sia di grazie povero
Fra i lieti canti che Imeneo destò.
Ahi vana speme! il figlio,
Il figlio mio non m'ode:
Chinar disdegna il ciglio
A iniqua età che gode
De' sacri vati irridere
Gli aurei studi ond'è bella ogni virtù:
E l'amico stringendo
Italo Fidia al petto,
Grida — Ben giungi. Orrendo
Secol fuggimmo. Infetto
Di tutte colpe il perfido
Di noi miti di cor degno non fu. —