CXXVIII

By Giovan Battista Nicolucci

Parole, accenti, e spirti,

armatevi di duol, d'ira, e di sdegno

per chiarir quanto il mio martir sia indegno.

Ch'espugnate non cheggio

questa nostra e d'amor dura nimica,

ché il cor di gelo adamantin le veggio,

e pria si strugge che scaldarsi il ghiaccio;

ma cerco uscir d'impaccio,

e far sì che l'interno mio le dica,

e se la sorte amica,

che non ci fu già mai, ci fosse alquanto,

al rimirar chiuso negli occhi il pianto,

che la soverchia ambascia

piover giuso non lascia,

e per lo fin, che del mio fral mi sfascia,

trasfigurato il viso,

ella avria il petto da pietà conquiso,

né più bisogno fora

venir con voce fulminante fora.

Quando a tal vista intenerir non s'abbia

se ben m'anciderà sua fiera voglia

disfrenerò le labbia

a l'impeto e a la rabbia,

mostrando con che salda fede i' soglia

regger l'acerba doglia,

ché bella morte ai morti è caro pegno,

ed ai vivi di vita chiaro segno.