CXXXI – Q. Rossi
Ma i pensier vostri altrove non volgete,
E de la nave mia seguiamo il corso:
De la nave, che, come inteso avete,
Lungo spazio di mare avea trascorso;
Né però ancor le fortunate e liete
Piagge, e de' monti butirrosi il dorso
Scoprir poteva; e s'aggirava intanto
Non vi saprei ben dir dove né quanto.
Quand'ecco Gradellin, che a la veletta
Stava, inteso a spiar ogni confine,
Vide da lunge biancheggiar la vetta
D'alcune clementissime colline
Così coperte di ricotta schietta,
Come le nostre di nevose brine;
E Cuccagna, gridò, se non traveggo,
Cuccagna, amici miei, Cuccagna io veggo.
Cuccagna, s'udì tosto a ripigliare
Da la festosa ciurma e da' soldati;
Cuccagna, rispondean gli scogli e il mare;
Cuccagna, il cielo, e i venti imbalsamati
Di mille odor soavi e senza pare,
Che spirando venian di tutti i lati,
Non d'incenso, di mirra, ovver di costo,
Ma di salami, e di bragiuole arrosto.
I passeggier, come se avesser penne,
Impazienti di veder la terra,
Salgono a gara le superbe antenne;
Chi l'artimone, e chi il trinchetto afferra;
A le girelle alcun stretto si tenne;
Gridando: a l'armi, a l'armi, guerra guerra:
E in questo dir l'avventurosa armata
A l'isola felice era arrivata.
Chi mi dirà le voci e le parole
Convenienti a sì nobil soggetto?
Chi l'ali al verso presterà, che vole
Tanto, ch'arrivi a l'alto mio concetto?
Ben or si converria di bondiole
Armar la pancia, e rafforzar il petto;
Ché cantar deggio i colli e la campagna
De la non più veduta, alma Cuccagna.
Fiumi di burro a tutte le stagioni
Scorrendo vanno, e dilagando i prati;
Dove nascon per erba i maccheroni,
E per ghiaia ravioli maritati;
Ed anitre e pollastri, oche e capponi
Di frittelle pasciutie saginati,
Che penne avendo di lasagne, intorno
Volano al quietissimo soggiorno.
Sorge un colle, nomato ivi Bengodi,
Dove di latte una fontana spiccia:
Ombra vi fan le viti in vari modi
Altre erranti, altre avvinte di salsiccia;
Che mettono un salame a tutti i nodi,
Ed in luogo di foglie han trippa riccia.
A concimar la vigna e il colle tutto,
Quivi il lardo s'adopera e lo strutto.
Le quercie che del Sol frangono il raggio,
Hanno per ghiande ritondetti gnochi;
I quali già tornando nel formaggio
(Ch'altra sabbia non trovasi in que' lochi),
Invitano ciascuno a farne il saggio.
Né v'ha mistier di guatteri e di cuochi:
Perché d'un ventolino al caldo fiato,
Tutto cotto ivi nasce e stagionato.
Vinto a l'odor di tali cose e tante,
De la nave ciascun tosto si slancia;
E a' dolci cibi che si vede innante,
Troppo piccola aver duolsi la pancia.
Ciascuno brameria d'esser gigante
In questa guerra, o paladin di Francia;
Ciascun quanto più può distende il ventre,
Acciò più torta o più polenta v'entre.
Nel butirro talun si gitta a noto,
E vi s'immerge, e vi diguazza drento:
Sotto le quercie alcun sdraiato e immoto
Stassi aspettando il susurrar del vento,
Onde cadono i gnochi; e ad ogni moto
Alza repente il naso, e abbassa il mento:
Ognuno in somma lietamente obblia
La noia e il mal de la passata via.