CXXXI – Q. Rossi

By Giacomo Leopardi

Ma i pensier vostri altrove non volgete,

E de la nave mia seguiamo il corso:

De la nave, che, come inteso avete,

Lungo spazio di mare avea trascorso;

Né però ancor le fortunate e liete

Piagge, e de' monti butirrosi il dorso

Scoprir poteva; e s'aggirava intanto

Non vi saprei ben dir dove né quanto.

Quand'ecco Gradellin, che a la veletta

Stava, inteso a spiar ogni confine,

Vide da lunge biancheggiar la vetta

D'alcune clementissime colline

Così coperte di ricotta schietta,

Come le nostre di nevose brine;

E Cuccagna, gridò, se non traveggo,

Cuccagna, amici miei, Cuccagna io veggo.

Cuccagna, s'udì tosto a ripigliare

Da la festosa ciurma e da' soldati;

Cuccagna, rispondean gli scogli e il mare;

Cuccagna, il cielo, e i venti imbalsamati

Di mille odor soavi e senza pare,

Che spirando venian di tutti i lati,

Non d'incenso, di mirra, ovver di costo,

Ma di salami, e di bragiuole arrosto.

I passeggier, come se avesser penne,

Impazienti di veder la terra,

Salgono a gara le superbe antenne;

Chi l'artimone, e chi il trinchetto afferra;

A le girelle alcun stretto si tenne;

Gridando: a l'armi, a l'armi, guerra guerra:

E in questo dir l'avventurosa armata

A l'isola felice era arrivata.

Chi mi dirà le voci e le parole

Convenienti a sì nobil soggetto?

Chi l'ali al verso presterà, che vole

Tanto, ch'arrivi a l'alto mio concetto?

Ben or si converria di bondiole

Armar la pancia, e rafforzar il petto;

Ché cantar deggio i colli e la campagna

De la non più veduta, alma Cuccagna.

Fiumi di burro a tutte le stagioni

Scorrendo vanno, e dilagando i prati;

Dove nascon per erba i maccheroni,

E per ghiaia ravioli maritati;

Ed anitre e pollastri, oche e capponi

Di frittelle pasciutie saginati,

Che penne avendo di lasagne, intorno

Volano al quietissimo soggiorno.

Sorge un colle, nomato ivi Bengodi,

Dove di latte una fontana spiccia:

Ombra vi fan le viti in vari modi

Altre erranti, altre avvinte di salsiccia;

Che mettono un salame a tutti i nodi,

Ed in luogo di foglie han trippa riccia.

A concimar la vigna e il colle tutto,

Quivi il lardo s'adopera e lo strutto.

Le quercie che del Sol frangono il raggio,

Hanno per ghiande ritondetti gnochi;

I quali già tornando nel formaggio

(Ch'altra sabbia non trovasi in que' lochi),

Invitano ciascuno a farne il saggio.

Né v'ha mistier di guatteri e di cuochi:

Perché d'un ventolino al caldo fiato,

Tutto cotto ivi nasce e stagionato.

Vinto a l'odor di tali cose e tante,

De la nave ciascun tosto si slancia;

E a' dolci cibi che si vede innante,

Troppo piccola aver duolsi la pancia.

Ciascuno brameria d'esser gigante

In questa guerra, o paladin di Francia;

Ciascun quanto più può distende il ventre,

Acciò più torta o più polenta v'entre.

Nel butirro talun si gitta a noto,

E vi s'immerge, e vi diguazza drento:

Sotto le quercie alcun sdraiato e immoto

Stassi aspettando il susurrar del vento,

Onde cadono i gnochi; e ad ogni moto

Alza repente il naso, e abbassa il mento:

Ognuno in somma lietamente obblia

La noia e il mal de la passata via.