CXXXI

By Giovan Battista Nicolucci

De l'ineffabil e infinita grazia

che dal suo cor distilla

bear mi può breve e insensibil stilla.

Quando le fui davante,

sì che vidi, ai vestigi del sembiante,

ch'io mortalmente mi corrodo e spolpo,

invece d'aspettar qualche conforto

sentii ferirmi, e quel fu il terzo colpo,

e fia l'ultimo alfin, perché m'ha morto.

E se ben io restai così perduto

a tal percossa e doglia

ch'ove gridar volea divenni muto

piacemi, poich'ho da seguir sua voglia,

ch'è pur ch'esca di vita,

d'uscirle sì che l'ultima partita

resti da lei gradita,

ché di quel che l'è grado,

quanto più a morte dolorosa i' vado,

se scorgo una scintilla

tant'è il piacer ch'ogni mio duol tranquilla.