CXXXII
A te, signor, che con paterno impero
queste contrade reggi, udir conviensi
quant'occorre d'intorno; ond'io correndo
son venuto, che a pena omai respiro.
Né sarò forse il primo a darti nuova
di quel che dianzi con questi occhi vidi
ed ascoltai con queste orecchie, ben che
la novità di sì stupendo caso
par ch'ogni fede avanzi: e fu pur vero,
e sallo il gregge ch'allor era intorno.
Con l'usata mia verga già pascendo
a le rive del Tebro, e non m'accorsi
di sì nuovo miracol se non quando
una ninfa, da l'acque uscita allora,
che de' propri capelli era vestita,
rivolta verso il sole
disse queste parole:
— Qui, dove splende più del sole il raggio,
vengo a sciugar l'umide trecce bionde:
l'aria non sente d'alcun vento oltraggio
e 'l ciel benigno ogni sua nube asconde;
né così lieto al più fiorito maggio
vidi mai questo colle e queste sponde;
ride la terra e da sacr'onde aspersa,
gioia, pace, diletto e copia versa.
Avventuroso, lieto, almo paese,
ben hai ragion di ringraziar le stelle,
poi che il gran Tebro dianzi 'l braccio stese
a far le piagge tue sì adorne e belle:
questa tua nuova gloria oggi palese
Tritone spande in queste rive e in quelle,
e più d'un fiume, d'alga e giunchi adorno,
s'è già rivolto al suo bel seggio intorno.
Veggio ch'ognun, s'allegra, ognun l'onora
con suoi semplici dotti in vece d'auro:
quest'è il chiaro Arno che l'Etruria infiora,
quell'altro è il Mincio, il riconosco al lauro;
veggio la Parma ch'i suoi gigli adora,
e 'l Sebeto vi scorgo e 'l bel Metauro,
la fosca Nera e 'l candido Clitunno
e gli altri ch'aman lui più che Nettunno.
Ma se spirto è tra noi del ben presago
e 'l ciel non muti la sua eterna legge,
non pur fia d'onorar questo dio vago
ogni fiume vicin ch'ei pasce e regge,
ma venire il Danubio, il Reno, il Tago
tosto vedrem col suo già sparso gregge
e di nuovo inchinarsi al divin Tebro
l'Indo, l'Eufrate, il Nil, la Tana e l'Ebro. —
Qual mi fec'io, quando primier m'accòrsi
d'un carro che tiravan su per l'onde
frenati pesci e l'una e l'altra sponda
facean frondoso ed onorato seggio
a quei gran corpi che, distesi 'l fianco,
appoggiavan su l'urne e 'l miglior braccio
sostenea de la copia il ricco corno!
Questi, col volto rugiadoso e 'l crine
di salci ornato e di palustri canne,
con la destra porgean diversi doni
al venerando Tebro che, di lauro
cinto le chiome e con lo scettro in mano,
nel suo seggio real s'era raccolto;
a cui prima di tutti 'l suo fratello
Arno, inchinato, con sì dolce suono
gli fe' d'un giglio dono:
— Come divenner pallide le rose
che a te 'l gran Nilo a mezzo inverno offerse,
quando de le natie più rugiadose
vide le rive tue d'intorno asperse,
così 'l mio giglio ogni vaghezza ascose,
poi che più vaghi i tuoi gigli scoperse;
ma se più adorni fiori in me non sono,
quanto ti posso dar, tutto ti dono. —
Indi si mosse, riverente in atto,
il bel fiume di Manto
e gli porse il suo don con questo canto:
— Di queste disuguali e dotte canne
di cui l'armonia fece oltr'Indo e Tile
Titiro risonar il Mincio umìle,
picciolo dono al tuo valor qui fanne.
Questa fe' lieti i greggi e le capanne,
questa i campi vestì d'eterno aprile,
alzossi questa in sì superbo stile,
che, spenta, Troia ancòra altèra vanne.
Tempo fia che non pur l'italiche onde
te re de' fiumi adoreran divote,
ma la Garonna, il Ren, l'Albia e l'Ibero.
Ed egli intanto fra l'erbose sponde
ti pasce un cigno, il qual cantando puote
colmar d'invidia e l'uno e l'altro Omero. —
La Parma poi d'un vago scudo adorno
il Tebro onorar volse,
e tai parole sciolse:
— Iddio ti salvi, Tebro ottimo e vero,
degli uomin rege e padre degli dei,
a cui s'inchina il Nilo e 'l Gange altiero,
la Tana, il Tile e 'l fiume degli Ebrei,
Rodano il fertil ed il ricco Ibero
e 'l Po col Mincio, ch'è per tanti Orfei
illustre e chiaro, a le cui placid'onde
pascon cigni di voci alte e gioconde.
Indi 'l Sebeto, c'ha di ninfe intorno
con la sirena più di mille cori,
la Macra, che dai colli ove soggiorno
fan Bacco e Palla, il capo tragge fuori,
e, di mirti e di fior le tempie adorno,
Arno ti rende li dovuti onori,
poi che sei quel ch'in cielo e in terra reggi
l'alto scettro di Dio con dritte leggi.
Questo celeste scudo or da me prendi,
di trofei sacri a maraviglia altiero,
col quale armato, in breve e scacci e prendi
l'infido Turco e 'l perfido Lutero;
e sotto il suo Gorgon sicuro rendi
il popol tutto; ed io, ben ch'un impero
di picciol scettro e poche onde abbia meco,
fido verronne a tanta impresa teco. —
Il Clitunno avea seco un bianco tauro
e, poi che a lui l'offerse,
il cuor divoto in queste voci aperse:
— Poi che sotto il tuo impero e dentro il seno
il candido Clitunno si raccoglie,
onde di tuoi trionfi e di tue spoglie
teco sen va superbo al mar Tirreno;
colmo di riverenza e d'amor pieno,
che, spenti i trist'umor d'atre erbe e foglie,
purghi la terra e 'l gregge, onde si coglie
frutto soave e senza alcun veleno;
e, per lo scettro sopra i fiumi dato,
quasi a nuovo Nettuno, ti consacra
capo di bianchi armenti un forte tauro.
Questo non men che gemme, argento ed auro
conviene a te che sei pur cosa sacra,
sol per vittorie e per imperi nato. —
Io pur stava a mirar attento e fiso
dopo un cespuglio, e maraviglia e tema
mi facevano al cuor sì grave assalto,
che non so s'io ricorderommi appunto;
ma mi par che la Nera, anch'essa umìle,
un ramo tolto a' salci umidi e lenti
porse con questi accenti:
— Questo arboscel che pioggia e venti sprezza
e sempre al taglio più verde risorge,
il dio delle nere onde,
per mostrarti, signor, quanto ti prezza,
umilmente ti porge,
poi che simil lo vede
a la tua chiara gloria, a la tua fede. —
Venne il Sebeto poi, carco le chiome
e d'aranci odoriferi e di cedri,
e, tenendosi in man la sua sirena,
disse con voce di dolcezza piena:
— O re de' fiumi, che in sì eterna gloria
hai retto il corso tuo tanti anni e secoli,
onde a tutte le lingue hai dato istoria
di lodar sempre i tuoi lodati specoli,
lascia or, ti prego, ogni altra tua memoria
e le parole ascolta e 'l don ch'arrecoli
del bel Sebeto accolto in picciol fluvio
ch'onora Baie, Napoli e 'l Vesuvio.
Questa sirena, che con canto nobile
cercò l'astuto greco al laccio prendere,
onde schernita volse il mondo ignobile
lasciare ed il suo nome al luogo rendere,
la qual pur or dal cielo eterno e immobile
un sincero pastor fece discendere,
ti manda in dono, acciò ogni faggio e selice
oda cantare oltre a Boote ed Elice. —
Fornite avea queste parole appena ,
quando il Metauro giunse,
e così poi soggiunse:
Gran padre Tebro, poi che vuole il cielo
che tu ritorni in più sublime stato
che già mai fosti, quando che 'l bel velo
fe' al tuo crin bianco il lauro sì pregiato,
l'umil Metauro con ardente zelo
correndo è giunto al tuo seggio onorato,
e in segno di gran scettro e gran corona
questa regal fortuna oggi ti dona. —
Io era per udir sino a la sera,
tanti fiumi scorgea da varie bande
ratti venir; ma, ripensando a l'ira
che muove i dèi quando i segreti loro
occhio mortal di riguardare ardisce,
indi mi tolsi taciturno e cheto
e volsi in fretta in questo loco il passo,
acciò che ognuno apertamente intenda
a quanta gloria è giunto il nostro Tebro.
Ma tempo è omai di ritornare al gregge
che senza guida errar deve per l'onde.