CXXXII

By Francesco Beccuti

A te, signor, che con paterno impero

queste contrade reggi, udir conviensi

quant'occorre d'intorno; ond'io correndo

son venuto, che a pena omai respiro.

Né sarò forse il primo a darti nuova

di quel che dianzi con questi occhi vidi

ed ascoltai con queste orecchie, ben che

la novità di sì stupendo caso

par ch'ogni fede avanzi: e fu pur vero,

e sallo il gregge ch'allor era intorno.

Con l'usata mia verga già pascendo

a le rive del Tebro, e non m'accorsi

di sì nuovo miracol se non quando

una ninfa, da l'acque uscita allora,

che de' propri capelli era vestita,

rivolta verso il sole

disse queste parole:

— Qui, dove splende più del sole il raggio,

vengo a sciugar l'umide trecce bionde:

l'aria non sente d'alcun vento oltraggio

e 'l ciel benigno ogni sua nube asconde;

né così lieto al più fiorito maggio

vidi mai questo colle e queste sponde;

ride la terra e da sacr'onde aspersa,

gioia, pace, diletto e copia versa.

Avventuroso, lieto, almo paese,

ben hai ragion di ringraziar le stelle,

poi che il gran Tebro dianzi 'l braccio stese

a far le piagge tue sì adorne e belle:

questa tua nuova gloria oggi palese

Tritone spande in queste rive e in quelle,

e più d'un fiume, d'alga e giunchi adorno,

s'è già rivolto al suo bel seggio intorno.

Veggio ch'ognun, s'allegra, ognun l'onora

con suoi semplici dotti in vece d'auro:

quest'è il chiaro Arno che l'Etruria infiora,

quell'altro è il Mincio, il riconosco al lauro;

veggio la Parma ch'i suoi gigli adora,

e 'l Sebeto vi scorgo e 'l bel Metauro,

la fosca Nera e 'l candido Clitunno

e gli altri ch'aman lui più che Nettunno.

Ma se spirto è tra noi del ben presago

e 'l ciel non muti la sua eterna legge,

non pur fia d'onorar questo dio vago

ogni fiume vicin ch'ei pasce e regge,

ma venire il Danubio, il Reno, il Tago

tosto vedrem col suo già sparso gregge

e di nuovo inchinarsi al divin Tebro

l'Indo, l'Eufrate, il Nil, la Tana e l'Ebro. —

Qual mi fec'io, quando primier m'accòrsi

d'un carro che tiravan su per l'onde

frenati pesci e l'una e l'altra sponda

facean frondoso ed onorato seggio

a quei gran corpi che, distesi 'l fianco,

appoggiavan su l'urne e 'l miglior braccio

sostenea de la copia il ricco corno!

Questi, col volto rugiadoso e 'l crine

di salci ornato e di palustri canne,

con la destra porgean diversi doni

al venerando Tebro che, di lauro

cinto le chiome e con lo scettro in mano,

nel suo seggio real s'era raccolto;

a cui prima di tutti 'l suo fratello

Arno, inchinato, con sì dolce suono

gli fe' d'un giglio dono:

— Come divenner pallide le rose

che a te 'l gran Nilo a mezzo inverno offerse,

quando de le natie più rugiadose

vide le rive tue d'intorno asperse,

così 'l mio giglio ogni vaghezza ascose,

poi che più vaghi i tuoi gigli scoperse;

ma se più adorni fiori in me non sono,

quanto ti posso dar, tutto ti dono. —

Indi si mosse, riverente in atto,

il bel fiume di Manto

e gli porse il suo don con questo canto:

— Di queste disuguali e dotte canne

di cui l'armonia fece oltr'Indo e Tile

Titiro risonar il Mincio umìle,

picciolo dono al tuo valor qui fanne.

Questa fe' lieti i greggi e le capanne,

questa i campi vestì d'eterno aprile,

alzossi questa in sì superbo stile,

che, spenta, Troia ancòra altèra vanne.

Tempo fia che non pur l'italiche onde

te re de' fiumi adoreran divote,

ma la Garonna, il Ren, l'Albia e l'Ibero.

Ed egli intanto fra l'erbose sponde

ti pasce un cigno, il qual cantando puote

colmar d'invidia e l'uno e l'altro Omero. —

La Parma poi d'un vago scudo adorno

il Tebro onorar volse,

e tai parole sciolse:

— Iddio ti salvi, Tebro ottimo e vero,

degli uomin rege e padre degli dei,

a cui s'inchina il Nilo e 'l Gange altiero,

la Tana, il Tile e 'l fiume degli Ebrei,

Rodano il fertil ed il ricco Ibero

e 'l Po col Mincio, ch'è per tanti Orfei

illustre e chiaro, a le cui placid'onde

pascon cigni di voci alte e gioconde.

Indi 'l Sebeto, c'ha di ninfe intorno

con la sirena più di mille cori,

la Macra, che dai colli ove soggiorno

fan Bacco e Palla, il capo tragge fuori,

e, di mirti e di fior le tempie adorno,

Arno ti rende li dovuti onori,

poi che sei quel ch'in cielo e in terra reggi

l'alto scettro di Dio con dritte leggi.

Questo celeste scudo or da me prendi,

di trofei sacri a maraviglia altiero,

col quale armato, in breve e scacci e prendi

l'infido Turco e 'l perfido Lutero;

e sotto il suo Gorgon sicuro rendi

il popol tutto; ed io, ben ch'un impero

di picciol scettro e poche onde abbia meco,

fido verronne a tanta impresa teco. —

Il Clitunno avea seco un bianco tauro

e, poi che a lui l'offerse,

il cuor divoto in queste voci aperse:

— Poi che sotto il tuo impero e dentro il seno

il candido Clitunno si raccoglie,

onde di tuoi trionfi e di tue spoglie

teco sen va superbo al mar Tirreno;

colmo di riverenza e d'amor pieno,

che, spenti i trist'umor d'atre erbe e foglie,

purghi la terra e 'l gregge, onde si coglie

frutto soave e senza alcun veleno;

e, per lo scettro sopra i fiumi dato,

quasi a nuovo Nettuno, ti consacra

capo di bianchi armenti un forte tauro.

Questo non men che gemme, argento ed auro

conviene a te che sei pur cosa sacra,

sol per vittorie e per imperi nato. —

Io pur stava a mirar attento e fiso

dopo un cespuglio, e maraviglia e tema

mi facevano al cuor sì grave assalto,

che non so s'io ricorderommi appunto;

ma mi par che la Nera, anch'essa umìle,

un ramo tolto a' salci umidi e lenti

porse con questi accenti:

— Questo arboscel che pioggia e venti sprezza

e sempre al taglio più verde risorge,

il dio delle nere onde,

per mostrarti, signor, quanto ti prezza,

umilmente ti porge,

poi che simil lo vede

a la tua chiara gloria, a la tua fede. —

Venne il Sebeto poi, carco le chiome

e d'aranci odoriferi e di cedri,

e, tenendosi in man la sua sirena,

disse con voce di dolcezza piena:

— O re de' fiumi, che in sì eterna gloria

hai retto il corso tuo tanti anni e secoli,

onde a tutte le lingue hai dato istoria

di lodar sempre i tuoi lodati specoli,

lascia or, ti prego, ogni altra tua memoria

e le parole ascolta e 'l don ch'arrecoli

del bel Sebeto accolto in picciol fluvio

ch'onora Baie, Napoli e 'l Vesuvio.

Questa sirena, che con canto nobile

cercò l'astuto greco al laccio prendere,

onde schernita volse il mondo ignobile

lasciare ed il suo nome al luogo rendere,

la qual pur or dal cielo eterno e immobile

un sincero pastor fece discendere,

ti manda in dono, acciò ogni faggio e selice

oda cantare oltre a Boote ed Elice. —

Fornite avea queste parole appena ,

quando il Metauro giunse,

e così poi soggiunse:

Gran padre Tebro, poi che vuole il cielo

che tu ritorni in più sublime stato

che già mai fosti, quando che 'l bel velo

fe' al tuo crin bianco il lauro sì pregiato,

l'umil Metauro con ardente zelo

correndo è giunto al tuo seggio onorato,

e in segno di gran scettro e gran corona

questa regal fortuna oggi ti dona. —

Io era per udir sino a la sera,

tanti fiumi scorgea da varie bande

ratti venir; ma, ripensando a l'ira

che muove i dèi quando i segreti loro

occhio mortal di riguardare ardisce,

indi mi tolsi taciturno e cheto

e volsi in fretta in questo loco il passo,

acciò che ognuno apertamente intenda

a quanta gloria è giunto il nostro Tebro.

Ma tempo è omai di ritornare al gregge

che senza guida errar deve per l'onde.