CXXXIV – Roberti
Quand'ecco d'improvviso ognuno innalza
Del monte inver la cima attenti i lumi:
Un drappello di veltri in giù si sbalza,
E abbaia, e fruga, e annaspa cespi e dumi:
E veggon Diana che da un'erta balza
Discende a visitare gli altri numi.
Ella fa che la lite non s'estenda,
Con l'alta maestade e reverenda.
La cacciatrice Diva, a la foresta
Seguito il lepre timido e vigliacco,
Anch'essa vuol entrare a questa festa;
E a se racoglie ogni sagace bracco.
Cala il can su le zampe la sua testa,
Sdraiato sul terreno il ventre stracco;
Ansa dal cavo fianco, e caccia innante
La sua riarsa lingua trmolante.
Essa, cui langue affaticato il piede,
Gitta fra l'erba e la faretra e l'arco,
E, mostrando a que' Dei le fatte prede,
Appoggia a un troncon vecchio il fianco sacro.
Ogni dio le fa cerchio; ognun le crede
Se dice: questa acceggia ho colta al varco:
Uccise ho a un colpo sol queste due lepri,
Che a un tempo uscian da' lor natii ginepri.
Sue prede eran pernici, eran fagiani,
Eran gallinelle e starnoncini:
Ché non segue Diana animai strani,
Ma lepri, e quaglie, e miti uccelli e fini.
Veste or pensieri agevoli ed umani,
Né più guerriera assal gli antri ferini:
Or tordi e starne fa segno a' suoi colpi,
Non cinghiali, non orsi, o lupi, o volpi.
Perché se tra noi s'amano le piume,
Se or si fugge il periglio e la fatica,
Par che arrida anche a i Dei sì bel costume,
E sdegnin viver su la foggia antica:
E perfin Marte, quel suo duro nume,
Che ogni delizia avea per sua nimica,
Or di gire a la guerra ha preso in uso
In aureo svimer da i cristalli chiuso.
Già la Dea lassa ver la fronte calda
Sventola il lieve cappellin di paglia;
La treccia slaccia, che pria stretta e salda
Stea sotto un reticel di verde maglia;
Talvolta scuote al gonnellin la falda:
E a la narrazion più si travaglia;
Né cicala ella sol, ma con le braccia
Figura i casi de la dubbia caccia.
Mentre alleggia la Dea così l'angoscia,
E in lungo tragge il suo vario sermone;
Palpa una ninfa a un can l'orecchia floscia,
Che tremola gli casca a penzolone;
Un'altra pela ad un fagian la coscia,
E sclama intenerita: almo boccone!
E chi misura il becco a la beccaccia,
E chi al lepre i mustacchi in su la faccia.
Pur tre prudenti Naiadi ed acute,
Novel conforto a la molesta sete
Volgendo in mente, non da altrui vedute,
Partir de l'orto taciturne e chete:
Ne l'onde si tuffaro, e l'onde mute
Chiusersi sovra i lor capi quiete:
Zucchero e fraghe esse portaron seco
Dentro al paterno ed agghiacciato speco.
Nuova confezion ivi formaro,
Lo zucchero mescendo al succo espresso;
Succo che non riman liquido e raro,
Fatto da ghiaccio ancor tenace e spesso.
E poiché dentro al vetro puro e chiaro,
Con rigoglioso colmo, l'ebber messo;
De l'acque uscite, a Diana l'offriro;
Che al sorso primo trae lungo sospiro.
Sospira di piacere e di dolcezza,
E va alternando con le lodi i sorsi:
Perché la verginal sua bocca avvezza
Non ebbe a tal diletto a i tempi scorsi.
E la madre Pomona anch'essa apprezza
De' sorbetti l'amabile comporsi,
Onde ribes estiva e portogallo
Vidersi incappellar poscia il cristallo.