CXXXIX. CONTRO UN CENSORE CHE PRETENDEVA DOVERSI MODIFICARE DUE STROFE NELL'ODE ...
Ahi vana speme, ahi vano
Dei sacri carmi amor!
Poveri versi in mano
D'un asino censor,
Che non dell'arte delfica
Ma sol dovrìa dei ragli giudicar!
Chi fia di sciorre ardito,
Giudice Mida, il canto?
Cessa il non sano invito,
Gentile amico; e il vanto
De' lunghi orecchi indocili
A fronte china impara a rispettar.