CXXXIX – Varano

By Giacomo Leopardi

La fronte il cavo abete avea diritta

Là dove il passeggier al lido ibero

Su le salse di Gallia acque tragitta;

E i tesi lini a un aquilon leggiero

Spiegando, qual se avesse a i fianchi le penne,

Radea col volo il liquido sentiero;

Quando a gonfiar l'onde improvviso venne

Turbin, e il mare fra contrari venti

Per dirotta fortuna alto divenne;

Sì che i nocchieri al lor periglio intenti

Salir pe' gradi a l'aspre corde intesti

Le agitate a raccor tele stridenti

Fra i sibili del vortice funesti,

Cui resister mal puote Ercinia e Ardenna;

Ma tal fe la procella impeto in questi,

Che duo di lor, in men che il dito accenna,

L'ampia vela aggruppando a l'arbor carco,

Divelti fur da la tremenda antenna:

E come augei l'aure fendendo in arco,

Dopo un languido oimè sparver assorti

De' golfi irati nel terribil varco.

Notte recando e verno erravan sorti

Nel tenebrato ciel nuvoli spessi,

Che ricoprian di nebbia i lidi e i porti;

Ed al crescer de l'ombre i flutti stessi

Parean del legno sormontar le sponde,

Crescendo mole e feritade in essi.

Venian pugnando insiem grandissim'onde,

Altre a proda, altre a poppa, e fean in parte

Or monti erti, or voragini profonde;

E ognor del male a la gonfiata parte

Levavasi la nave, e al sen più basso

Avvallando rendea delusa ogni arte.

Noi pel terror immoti a par d'un sasso

Restammo in pria; ma la vicina morte

I piè ci sciolse, ed affrettonne il passo

A librar, benché invan, col pondo forte

De' corpi il lato, in cui per l'urto esterno

S'ergea troppo l'abete in dubbia sorte:

Ma pel gran moto ad ambo i lati alterno

Lassi cademmo, e il nostro inutil corso

I tempestosi fiotti ebber a scherno.

Privi di Sol, di guida e di soccorso,

Stesi sul pian del legno combattuto,

Squallidi per immenso mare scorso,

Piangeam col timonier, che avea perduto

Fra le infinite acque e l'orror notturno

Lena e consiglio, e temea smorto e muto

Gli ultimi abissi, ove un crudel volturno

Trasportator spignea la poppa errante.