CXXXIX – Varano
La fronte il cavo abete avea diritta
Là dove il passeggier al lido ibero
Su le salse di Gallia acque tragitta;
E i tesi lini a un aquilon leggiero
Spiegando, qual se avesse a i fianchi le penne,
Radea col volo il liquido sentiero;
Quando a gonfiar l'onde improvviso venne
Turbin, e il mare fra contrari venti
Per dirotta fortuna alto divenne;
Sì che i nocchieri al lor periglio intenti
Salir pe' gradi a l'aspre corde intesti
Le agitate a raccor tele stridenti
Fra i sibili del vortice funesti,
Cui resister mal puote Ercinia e Ardenna;
Ma tal fe la procella impeto in questi,
Che duo di lor, in men che il dito accenna,
L'ampia vela aggruppando a l'arbor carco,
Divelti fur da la tremenda antenna:
E come augei l'aure fendendo in arco,
Dopo un languido oimè sparver assorti
De' golfi irati nel terribil varco.
Notte recando e verno erravan sorti
Nel tenebrato ciel nuvoli spessi,
Che ricoprian di nebbia i lidi e i porti;
Ed al crescer de l'ombre i flutti stessi
Parean del legno sormontar le sponde,
Crescendo mole e feritade in essi.
Venian pugnando insiem grandissim'onde,
Altre a proda, altre a poppa, e fean in parte
Or monti erti, or voragini profonde;
E ognor del male a la gonfiata parte
Levavasi la nave, e al sen più basso
Avvallando rendea delusa ogni arte.
Noi pel terror immoti a par d'un sasso
Restammo in pria; ma la vicina morte
I piè ci sciolse, ed affrettonne il passo
A librar, benché invan, col pondo forte
De' corpi il lato, in cui per l'urto esterno
S'ergea troppo l'abete in dubbia sorte:
Ma pel gran moto ad ambo i lati alterno
Lassi cademmo, e il nostro inutil corso
I tempestosi fiotti ebber a scherno.
Privi di Sol, di guida e di soccorso,
Stesi sul pian del legno combattuto,
Squallidi per immenso mare scorso,
Piangeam col timonier, che avea perduto
Fra le infinite acque e l'orror notturno
Lena e consiglio, e temea smorto e muto
Gli ultimi abissi, ove un crudel volturno
Trasportator spignea la poppa errante.