CXXXV – Varano

By Giacomo Leopardi

Era tranquillamente azzurro il mare;

Ma sotto a quella balza un sordo e fisso

Muggito fean le spumanti acque amare;

Ché un fiume, cui fu dal pendio prefisso

Cieco sotterra il corso, ivi formava

Co' moti opposti un vorticoso abisso.

Desio di rimirar qual s'aggirava

A spire il flutto, e tratto poi dal peso

Perdeasi assorto ne l'orribil cava,

Me mal saggio avviò fino allo steso

Dentro i profondi golfi orlo del masso,

E da incauto affrettar così fui preso,

Che sul confin io sdrucciolai col passo.

Dall'erta caddi, e un caprifico verde

Afferrai sporto fuor del curvo sasso.

Gli spirti, che il terror fuga e disperde,

Corsermi al cor, lasciando in sé smarrita

L'Alma, che il ragionar stupida perde.

In cotal guisa l'infelice vita

Sospesa al troppo docil tronco stette

Fra certa morte e vacillante aita.

Su l'onde in rotator circoli strette

Fissai, ritorsi, chiusi le pupille

Da un improvviso orror vinte e ristrette;

E tal ribrezzo misto a fredde stille

D'atro sudor m'irrigidì le avvinte

Mani al sostegno mio, che quasi aprille

Fra cento vane al mio pensier dipinte

Idee, che furo in un momento accolte,

E cangiate e riprese e insiem rispinte.

Sconsigliato tentai co le rivolte

Piante e al dirupo fitte, arcando il dorso,

Arrampicarmi a le pietrose volte;

Ma il piè a toccar la roccia appena scorso

Era, che il ritirai, dubbio qual fosse

Peggior o il mio reo stato, o il mio soccorso;

Perché a l'arbor, che al grande urto si scosse,

Temei col raddoppiar l'infausta leva

Sveller affatto le radici smosse.

Grida tronche da fremiti io metteva,

Che dai concavi tufi e dalle grotte

Un eco spaventevol ripeteva.

Già dal forzato ceppo aspre e dirotte

Sul corpo mi piovean ghiaie ed arene,

E l'ime barbe già scoppiavan rotte;

Già l'Alma ingombra avean larve sì piene

Di morte, che pareami, anzi io sentia

Le inghiottite acque entrar fin ne le vene;

Perché il vortice infranto, che salia

In larghi spruzzi dai spumanti seni,

Col rimbalzato mar mi ricopria.