CXXXV – Varano
Era tranquillamente azzurro il mare;
Ma sotto a quella balza un sordo e fisso
Muggito fean le spumanti acque amare;
Ché un fiume, cui fu dal pendio prefisso
Cieco sotterra il corso, ivi formava
Co' moti opposti un vorticoso abisso.
Desio di rimirar qual s'aggirava
A spire il flutto, e tratto poi dal peso
Perdeasi assorto ne l'orribil cava,
Me mal saggio avviò fino allo steso
Dentro i profondi golfi orlo del masso,
E da incauto affrettar così fui preso,
Che sul confin io sdrucciolai col passo.
Dall'erta caddi, e un caprifico verde
Afferrai sporto fuor del curvo sasso.
Gli spirti, che il terror fuga e disperde,
Corsermi al cor, lasciando in sé smarrita
L'Alma, che il ragionar stupida perde.
In cotal guisa l'infelice vita
Sospesa al troppo docil tronco stette
Fra certa morte e vacillante aita.
Su l'onde in rotator circoli strette
Fissai, ritorsi, chiusi le pupille
Da un improvviso orror vinte e ristrette;
E tal ribrezzo misto a fredde stille
D'atro sudor m'irrigidì le avvinte
Mani al sostegno mio, che quasi aprille
Fra cento vane al mio pensier dipinte
Idee, che furo in un momento accolte,
E cangiate e riprese e insiem rispinte.
Sconsigliato tentai co le rivolte
Piante e al dirupo fitte, arcando il dorso,
Arrampicarmi a le pietrose volte;
Ma il piè a toccar la roccia appena scorso
Era, che il ritirai, dubbio qual fosse
Peggior o il mio reo stato, o il mio soccorso;
Perché a l'arbor, che al grande urto si scosse,
Temei col raddoppiar l'infausta leva
Sveller affatto le radici smosse.
Grida tronche da fremiti io metteva,
Che dai concavi tufi e dalle grotte
Un eco spaventevol ripeteva.
Già dal forzato ceppo aspre e dirotte
Sul corpo mi piovean ghiaie ed arene,
E l'ime barbe già scoppiavan rotte;
Già l'Alma ingombra avean larve sì piene
Di morte, che pareami, anzi io sentia
Le inghiottite acque entrar fin ne le vene;
Perché il vortice infranto, che salia
In larghi spruzzi dai spumanti seni,
Col rimbalzato mar mi ricopria.