CXXXVII

By Luca Contile

Qual alma fida o qual preghiera onesta,

qual voce ardente o qual parlare umile

e qual disposta mente mai sì pia

fu ch'a te, Dio, chiedesse aiuto degno,

nel bisogno d'altrui pari a la mia?

E di quai merti e di qual vero pegno

e di qual corpo e spirito gentile

e di qual graziosa anima mesta

pigliasti cura mai

che fosser, come sai,

d'ogn'atto vivo e santo eguali a quella

che di doppia beltà l'hai fatta bella?

Signor, la tua bontà senz'altro intende

a che periglio sta la nostra luce,

luce ch'a gl'occhi de' tuoi fidi e cari

per le tenebre folte è scorta e guida.

Or mira i tempi apparecchiarsi amari

e la tema ch'al pianto ogn'alma sfida

ed al colmo d'affanni ci conduce.

Colpa del caldo forestier, ch'offende

acutamente e stempra

d'umor l'innata tempra

e turba e preme e disunisce e rode

sì degna vita, e seco ogn'alta lode.

Giace la bella donna in volto smorta,

priva del suo natio color sì vago,

né par che tema punto di morire,

né che si doglia per continua febre,

avendo affanno al corpo, al core ardire.

Ma perché 'l mondo non resti funebre

né del celeste ben perda l'imago

(che chi la vede al cor scolpita porta),

quel duol che sì l'aggreva

con la tua forza leva

e svelle quel che di soverchio accora

il suo bel corpo ov'ogni ben s'onora.

Invece di prudenza e d'onestade

e di santo desio, di cui 'l suo petto

cerconferenza fu, fu sempre centro,

acuta febre che l'abbrugia e snerba

e ria disecca il vivo umore adentro,

fatta è di lei posseditrice acerba.

Così di nostra pace il nostro oggetto

a poco a poco indebolisce e cade,

onde gli spirti suoi

che sono essempi tuoi,

son tanto omai vicini al passo estremo

che se non gli soccorri, io piango e tremo.

Stanno in mesto drappello afflitte e sole

fama, bellezza, pudicizia e fede,

smarrite in vista e pallidette in volto,

di sospir piene e di speranza incerte.

E 'n mezzo a quelle col bel crine sciolto

siede bontà, che le ruine certe

de la sua gloria, e 'l lume tolto vede.

E perché morte invidiosa vuole

trionfar del bel viso

formato in paradiso,

priva costei di vita, vedrai poi

orbo il mondo restar de' raggi tuoi.

Tu sai, Signor, che la tua luce eterna

non ha prencipio che da noi sia intesa,

né moto alcuno n'accidente teco

giace, onde se' perfetto, onde se' solo,

ma perché la ragion nel carcer cieco

non perda al suo salir la vista e 'l volo

(in vari oggetti timida e sospesa),

data hai pegli occhi a nostra luce interna

il volto di costei

dove visibil sei

e dove ognun che brama di mirarla

in lei ti vede e teco gode e parla.

Questa cagion de' nostri eterni onori

che piatoso ne desti, ogn'alma sturba,

ogni pace ne tolle, ogni conforto,

poi che lasciarne in tenebre s'avia

Ch'in mare irato sarà 'l nostro porto

e 'n selva orrenda spaziosa via,

e scudo contra la nemica turba

e frutti in Libra, in Tauro erbette e fiori,

se 'l spirto si discioglie

da sì leggiadre spoglie?

Deh, non volere, o Dio, che si consumi

l'imagin sola de' tuoi chiari lumi.

Ecco, Signore, in lagrimosa schiera

venir dinanzi a te gridando aita,

umiltà, cortesia, pietate e gloria,

casti pensieri e bei desio d'onore,

e d'ogn'impresa trionfal vittoria.

E con qual speme e con qual vero amore,

per la quiete de l'umana vita,

preghin l'invitta tua grandezza vera,

tu stesso vedi e vali

a dispiegarci l'ali

di pietà certa in util di chi chiede

con vera fedeltà vera mercede.

Dal pelago di pianto e di paura,

canzon, vanne a le stelle

con l'ale fide e belle

de l'umiltà, ch'impetrarai da Dio

nei giusti preghi tuoi quanto hai desio.