Dafni
Già l'ingordo Piton, ch'avea pur dianzi
co' fiati ardenti, e con gli acuti fischi
secche le selve, impoveriti i prati,
uccisi i fiori, e consumate l'erbe,
e con la bocca e con la lingua immonda
distrutti i fonti, et asciugati i fiumi,
infette l'acque, et infamati i lidi,
con un bosco di strali in su la scorza
per man del biondo Dio giacea trafitto;
e 'l superbo cadavere, ch'ancora
l'ali e la fronte orribilmente adorno
d'aurate conche, e di purpuree creste,
e l'aspra coda, e lo scaglioso tergo
tinto di nera e squallida verdura,
la foresta arricchia di fiera pompa,
sciolte l'immense e smisurate spire,
distesi gli orbi, e rallentati i nodi,
sotto il suo vasto sen lo spazio intero
occupato tenea di cento campi.
Era con novi canti e novi giochi
di Tessaglia concorso il popol tutto
del grand'Apollo a celebrar gli onori.
Onde del crudo e formidabil mostro
l'orgoglioso uccisor, di tanto fasto
gonfio n'andò, che con oltraggio e riso
incominciò del Sagittario cieco
a sprezzar la quadrella, a schernir l'arco.
Arse d'insano sdegno, indi s'accinse
il fanciul faretrato ala vendetta,
e con l'armi deluse aspra ferita
gli fe' nel core, assai maggior di quella,
ch'ebbe da lui la velenosa fiera.
Langue ei dunque per Dafni, alpestra ninfa,
Dafni onor dele selve, ardor del'alme,
del famoso Peneo leggiadra figlia,
ch'al'amorose già fiamme matura,
da mill'amanti in maritaggio è chiesta,
ma nemica d'Amor segue Diana.
Questa infin da quel di, ch'egli l'aperse
l'occulto omai non tollerabil foco,
aspra qual aspe, i suoi lamenti aborre,
e 'l suo caldo pregar prendendo a scherno,
qual elce al'Euro, anzi qual alpe al'aura
stassi fredda ai sospiri, e salda ai pianti.
Quindi il meschin, del suo celeste carro
obliata la cura, egro e ramingo
tapinando sen va di poggio in poggio.
E l'ore in ciel già sue ministre ancelle
tutte in duri pensier dispensa e passa.
Un dì fra molti, ove di fronde spesse
spandea fresca verdura opaco ombraggio,
mentre che 'n grembo ala nutrice erbetta
in su 'l caldo maggior giacean gli armenti,
poich'ebbe assai la desiata traccia
senza pace trovar cercata indarno,
posò pensoso e taciturno il fianco,
se non ch'ad or ad or, languido e tronco
mandava fuor del'angoscioso petto
qualche sospiro; e così stato alquanto
quasi da grave sonno alfin riscosso,
in fioca voce i suoi pensier distinse,
e disse cose, ch'ad udir le fere
lasciaro gli antri, e gli augelletti intorno
tacquero intenti; il vago fiume a freno
del suo limpido piè ritenne il corso,
e per pietà da' più riposti gorghi
uscir su 'l margo, e sospirar le Ninfe.
Ninfe deh voi, che da' vicini fonti
tutto quant'ei parlò pietose udiste,
piacciavi a me le dolorose note
oggi ridir, perché lasciar ne possa
in qualche scorza di crescente faggio
ala futura età memoria eterna.
– Amor (dicea) ti cedo,
e cedati pur meco ogni altro Nume.
Appo le tue saette
son le mie (tel confesso) ottuse e tarde.
Vinto mi chiamo, anzi perdon ti cheggio,
et aita e pietà ti cheggio insieme.
Lasso me, ch'io son fatto
tra nemici possenti
di disfida mortal steccato orrendo.
Sospirando e piangendo
gli occhi e 'l cor fan battaglia,
e con pugna crudele
contendon chi di lor sia che m'uccida.
Il cor dagli occhi offeso
versa per acciecargli
(come pur troppo audaci) acque correnti.
Gli occhi dal cor traditi
mandano un fiero ardore
per consumare e 'ncenerire il core.
In sì duro contrasto
di guerrieri discordi
senza giamai morir, morir mi sento.
Morrò (se 'l ver pavento)
e contro il gran decreto
del Fato e dele Parche,
ch'innasparo al mio fil linea infinita.
Mancando alfin la vita
poco ho d'andare a rimanerne ucciso,
ch'esser non può che lungamente duri
regno tanto diviso.
Chi fia, se tu non sei,
tu, che del'universo,
anzi di Giove istesso hai sommo impero,
possente a soggiogar questa rubella,
che nulla teme il tuo valor sovrano?
Spesso, ma sempre invano,
quant'io languisco a raccontar le presi.
Se le dico talor ch'ardo per lei,
qual debitor ritroso,
ch'altrui pagar ricusi,
pertinace risponde
che 'l mio mal non intende.
Ahi, di tante mie doglie
mercede indegna e ricompensa ingrata!
Dunque nega colei, c'ha vita e senso,
quel che sente e comprende.
Qual cosa più insensata?
O anime selvagge che vivete
sotto l'aspre cortecce
di queste querce antiche,
e mille avete e mill'età non solo
di pastori e di fere,
ma di Fauni, e di Ninfe anco sepolte,
ditele quante volte
intenerite al suon dele mie voci,
sospiraste sussurri,
lagrimaste rugiade?
Valli, montagne e piagge,
de' miei lunghi lamenti ascoltatrici,
sassi forati e cavi
dal'acque di quest'occhi;
ruscelletti e torrenti,
che 'n su gli ardori estivi
sovente ale mie lagrime crescete;
fioretti, erbette e fronde,
secche da' miei sospiri,
dite, ditele quale
sia 'l mio pianto e 'l mio male,
poiché da' miei sospir l'anima avete.
Odimi o bella, e se tra i cespi ombrosi
di queste macchie folte
da me forse t'ascondi,
non disdegnar le mie querele umili.
Non son, qual forse credi,
povero pastorel, vilian bifolco,
che dal'agna, o dal bue traendo latte,
mendicando la spica,
il cibo si procacci, onde si vive.
Son dela quarta sfera
principe glorioso,
dele stelle vaganti,
dele ferme e costanti,
monarca universal; son di Natura
il ministro maggior, dela via torta
il peregrino eterno,
che dal primo oriente
infaticabilmente
corro sempre a toccar l'ultimo occaso;
del tesor dela luce
il dispensier fecondo,
l'occhio destro del mondo; il chiaro lume,
che con certa misura
l'ore divido e dò la vita al giorno;
quel Dio grande et illustre,
ch'ebbi la cuna in Delo,
lo scettro in Pindo, et ho la reggia in Cielo.
Or a tal son condotto,
ch'ardendo a un raggio sol de' tuoi begli occhi
il mio splendor di roza spoglia ammanto.
Ardo misero tanto
ch'io che son degli ardori il fonte vivo,
al'ardor di quel foco, onde sfavillo,
in acqua mi distillo.
Io quel, quell'io, che presto
ale luci minori
quant'elle han di beltà, da te la prendo.
Io, io, che porgo agli elementi, ai misti
quella virtù ferace,
quel nutrimento, ond'hanno essere e vita,
per te sol vivo, e da te sol ricevo
l'efficacia, e la forza.
Ogni creata cosa
gioisce al mio apparire,
languisce al dipartire.
Me lodano operando,
salutano cantando,
adorano tacendo
uomini, augelli, e fere.
Fera crudel, tu stessa
che sospirar mi fai, per me respiri.
Da me quegli occhi avari,
che mi privan di luce, hanno la luce.
L'aquila in me s'affisa,
io ne la tua bellezza.
Clizia a me si rivolge,
io solo a te mi giro,
ond'al sol d'un bel volto
par quasi fatto un elitropio il sole.
Non giace selva in terra,
non sorge pianta in selva,
non cresce ramo in pianta,
non spunta fronda in ramo,
non ride fiore in fronda,
non nasce frutto in fiore,
non vive seme in frutto,
né sostanza vital si chiude in seme,
il cui fertil vigor da me non piova.
Io da te traggo, o mia terrena dea,
anzi prima e fatal d'ogni mio moto
virtù regolatrice,
l'alimento e 'l calore,
sì come ancor ne traggo
il tormento e 'l dolore.
Forse sprezzi et aborri i pianti miei
perché vergine sei?
Anzi convien che 'n terra
sì come in ciel si vede,
per produr frutto di divina prole,
congiunto anco si veggia
con la Vergine il Sole –.
Così Febo dicea, quand'egli vide
scompagnata e solinga, a lento passo
l'orgogliosetta sua scender dal monte,
che giunta al loco, ov'ei sedea soletto,
subito visto il malgradito amante,
torcendo il piè, precipitossi in fuga;
e spaventata, e con la bionda chioma
tutta in un fascio abbandonata al tergo
per la fiorita e verdeggiante riva
di pieno corso accelerò lo scampo.
Cols'egli il tempo e, dal suo seggio sorto,
veloce sì la seguitò, che parve
non arcier ma saetta, e per quel bosco
lagrimando a cald'occhi ivale dietro.
Ma la donzella fuggitiva e sorda
non volgea pure a risguardarlo il viso,
e le preghiere sue curava tanto,
quanto i lamenti suol, quanto le strida
dela turba mortal curar la Morte.
Non lasciava però l'acceso Dio
dela fugace vergine la pesta,
anzi con maggior furia e maggior fretta
più l'incalzava, e tuttavia correndo
la prese a lusingar con questi accenti:
– Ferma il passo, o verginella
Dafni bella,
perché fuggi il fido amante?
Ah, fia ver che non ti pieghi
a' miei preghi?
Ferma, oimè, ferma le piante.
Non fuggir, deh volgi almeno
il sereno
del bel ciglio al mio tormento.
Non fuggir almen sì sciolta,
Dafni ascolta,
fuggi poi, ch'io son contento.
Se sapessi, o giovinetta,
ritrosetta,
quale e quanto è il tuo seguace,
forse a lui gli occhi celesti
volgeresti
men superba e men fugace.
Io son quel, che 'ntorno intorno
porto il giorno
per l'obliquo alto viaggio;
benché 'l sol del tuo bel volto
m'abbia tolto
ogni vanto et ogni raggio.
Son arcier di chiara prova,
ma che giova,
se d'Amor lo stral m'impiaga?
So curar ogni aspro male,
ma che vale,
s'ho nel cor sì larga piaga?
Ferman l'onde le mie note,
ma non pote
te fermar plettro canoro.
Io maggior lume del cielo
dio di Delo,
qual mia dea, te sola adoro.
Guarda, o Dafni, che 'l piè bianco
omai stanco
non s'incontri in alcun sasso;
o nol punga a mezo il corso
fiero morso
di ria serpe; arresta il passo.
Ostinata, ove ne vai?
Ché non hai
fermo il piè, sì come il core?
Forse a farti ir sì leggera,
bella fera,
l'ali sue t'ha date Amore?
T'ho pur giunta, o ninfa avara,
Dafni cara.
Ahi, che veggio? ove se' ita?
Dura scorza, invida fronde
mi nasconde
lo mio bene e la mia vita.
Dunque Dafni, Dafni amata
trasformata
in vil tronco or ti vegg'io?
Stelle inique, fati rei,
qui vorrei
per morir non esser dio.
Or poich'altro non mi lice,
infelice,
godrò l'ombra de' tuoi rami.
Del tuo verde il capo biondo
mi circondo,
non puoi far, ch'io pur non t'ami.
La radice d'esta pianta
che t'ammanta,
avrò sempre in mezo al petto,
et ognor co' vivi fiumi
de' miei lumi
irrigarla ti prometto –.
Non disse più, però ch'alfin s'accorse
esser cangiata in trionfale alloro
colei che 'n volto uman tanto gli piacque,
e vide mezo ancor tra biondo e verde
l'oro del crespo crin moversi al'aura,
e sentì nel toccar l'amato legno
sotto la viva e tenerella buccia
tremar le vene e palpitar le fibre.
Colà fermossi, e con sospiri e pianti
tra le braccia la strinse, e mille e mille
vani le porse, e 'ntempestivi baci.
Indi de' sacri et onorati fregi
del novello arboscel cinto la fronte,
coronatane ancor l'aurata cetra,
del'avorio facondo in atto mesto
sospeso il peso al'omero chiomato
e col dolce arco dala destra mosso
tutte scorrendo le loquaci fila,
cantò l'istoria dolorosa e trista
de' suoi lugubri e sventurati amori.