Dafni

By Giovambattista Marino

Già l'ingordo Piton, ch'avea pur dianzi

co' fiati ardenti, e con gli acuti fischi

secche le selve, impoveriti i prati,

uccisi i fiori, e consumate l'erbe,

e con la bocca e con la lingua immonda

distrutti i fonti, et asciugati i fiumi,

infette l'acque, et infamati i lidi,

con un bosco di strali in su la scorza

per man del biondo Dio giacea trafitto;

e 'l superbo cadavere, ch'ancora

l'ali e la fronte orribilmente adorno

d'aurate conche, e di purpuree creste,

e l'aspra coda, e lo scaglioso tergo

tinto di nera e squallida verdura,

la foresta arricchia di fiera pompa,

sciolte l'immense e smisurate spire,

distesi gli orbi, e rallentati i nodi,

sotto il suo vasto sen lo spazio intero

occupato tenea di cento campi.

Era con novi canti e novi giochi

di Tessaglia concorso il popol tutto

del grand'Apollo a celebrar gli onori.

Onde del crudo e formidabil mostro

l'orgoglioso uccisor, di tanto fasto

gonfio n'andò, che con oltraggio e riso

incominciò del Sagittario cieco

a sprezzar la quadrella, a schernir l'arco.

Arse d'insano sdegno, indi s'accinse

il fanciul faretrato ala vendetta,

e con l'armi deluse aspra ferita

gli fe' nel core, assai maggior di quella,

ch'ebbe da lui la velenosa fiera.

Langue ei dunque per Dafni, alpestra ninfa,

Dafni onor dele selve, ardor del'alme,

del famoso Peneo leggiadra figlia,

ch'al'amorose già fiamme matura,

da mill'amanti in maritaggio è chiesta,

ma nemica d'Amor segue Diana.

Questa infin da quel di, ch'egli l'aperse

l'occulto omai non tollerabil foco,

aspra qual aspe, i suoi lamenti aborre,

e 'l suo caldo pregar prendendo a scherno,

qual elce al'Euro, anzi qual alpe al'aura

stassi fredda ai sospiri, e salda ai pianti.

Quindi il meschin, del suo celeste carro

obliata la cura, egro e ramingo

tapinando sen va di poggio in poggio.

E l'ore in ciel già sue ministre ancelle

tutte in duri pensier dispensa e passa.

Un dì fra molti, ove di fronde spesse

spandea fresca verdura opaco ombraggio,

mentre che 'n grembo ala nutrice erbetta

in su 'l caldo maggior giacean gli armenti,

poich'ebbe assai la desiata traccia

senza pace trovar cercata indarno,

posò pensoso e taciturno il fianco,

se non ch'ad or ad or, languido e tronco

mandava fuor del'angoscioso petto

qualche sospiro; e così stato alquanto

quasi da grave sonno alfin riscosso,

in fioca voce i suoi pensier distinse,

e disse cose, ch'ad udir le fere

lasciaro gli antri, e gli augelletti intorno

tacquero intenti; il vago fiume a freno

del suo limpido piè ritenne il corso,

e per pietà da' più riposti gorghi

uscir su 'l margo, e sospirar le Ninfe.

Ninfe deh voi, che da' vicini fonti

tutto quant'ei parlò pietose udiste,

piacciavi a me le dolorose note

oggi ridir, perché lasciar ne possa

in qualche scorza di crescente faggio

ala futura età memoria eterna.

– Amor (dicea) ti cedo,

e cedati pur meco ogni altro Nume.

Appo le tue saette

son le mie (tel confesso) ottuse e tarde.

Vinto mi chiamo, anzi perdon ti cheggio,

et aita e pietà ti cheggio insieme.

Lasso me, ch'io son fatto

tra nemici possenti

di disfida mortal steccato orrendo.

Sospirando e piangendo

gli occhi e 'l cor fan battaglia,

e con pugna crudele

contendon chi di lor sia che m'uccida.

Il cor dagli occhi offeso

versa per acciecargli

(come pur troppo audaci) acque correnti.

Gli occhi dal cor traditi

mandano un fiero ardore

per consumare e 'ncenerire il core.

In sì duro contrasto

di guerrieri discordi

senza giamai morir, morir mi sento.

Morrò (se 'l ver pavento)

e contro il gran decreto

del Fato e dele Parche,

ch'innasparo al mio fil linea infinita.

Mancando alfin la vita

poco ho d'andare a rimanerne ucciso,

ch'esser non può che lungamente duri

regno tanto diviso.

Chi fia, se tu non sei,

tu, che del'universo,

anzi di Giove istesso hai sommo impero,

possente a soggiogar questa rubella,

che nulla teme il tuo valor sovrano?

Spesso, ma sempre invano,

quant'io languisco a raccontar le presi.

Se le dico talor ch'ardo per lei,

qual debitor ritroso,

ch'altrui pagar ricusi,

pertinace risponde

che 'l mio mal non intende.

Ahi, di tante mie doglie

mercede indegna e ricompensa ingrata!

Dunque nega colei, c'ha vita e senso,

quel che sente e comprende.

Qual cosa più insensata?

O anime selvagge che vivete

sotto l'aspre cortecce

di queste querce antiche,

e mille avete e mill'età non solo

di pastori e di fere,

ma di Fauni, e di Ninfe anco sepolte,

ditele quante volte

intenerite al suon dele mie voci,

sospiraste sussurri,

lagrimaste rugiade?

Valli, montagne e piagge,

de' miei lunghi lamenti ascoltatrici,

sassi forati e cavi

dal'acque di quest'occhi;

ruscelletti e torrenti,

che 'n su gli ardori estivi

sovente ale mie lagrime crescete;

fioretti, erbette e fronde,

secche da' miei sospiri,

dite, ditele quale

sia 'l mio pianto e 'l mio male,

poiché da' miei sospir l'anima avete.

Odimi o bella, e se tra i cespi ombrosi

di queste macchie folte

da me forse t'ascondi,

non disdegnar le mie querele umili.

Non son, qual forse credi,

povero pastorel, vilian bifolco,

che dal'agna, o dal bue traendo latte,

mendicando la spica,

il cibo si procacci, onde si vive.

Son dela quarta sfera

principe glorioso,

dele stelle vaganti,

dele ferme e costanti,

monarca universal; son di Natura

il ministro maggior, dela via torta

il peregrino eterno,

che dal primo oriente

infaticabilmente

corro sempre a toccar l'ultimo occaso;

del tesor dela luce

il dispensier fecondo,

l'occhio destro del mondo; il chiaro lume,

che con certa misura

l'ore divido e dò la vita al giorno;

quel Dio grande et illustre,

ch'ebbi la cuna in Delo,

lo scettro in Pindo, et ho la reggia in Cielo.

Or a tal son condotto,

ch'ardendo a un raggio sol de' tuoi begli occhi

il mio splendor di roza spoglia ammanto.

Ardo misero tanto

ch'io che son degli ardori il fonte vivo,

al'ardor di quel foco, onde sfavillo,

in acqua mi distillo.

Io quel, quell'io, che presto

ale luci minori

quant'elle han di beltà, da te la prendo.

Io, io, che porgo agli elementi, ai misti

quella virtù ferace,

quel nutrimento, ond'hanno essere e vita,

per te sol vivo, e da te sol ricevo

l'efficacia, e la forza.

Ogni creata cosa

gioisce al mio apparire,

languisce al dipartire.

Me lodano operando,

salutano cantando,

adorano tacendo

uomini, augelli, e fere.

Fera crudel, tu stessa

che sospirar mi fai, per me respiri.

Da me quegli occhi avari,

che mi privan di luce, hanno la luce.

L'aquila in me s'affisa,

io ne la tua bellezza.

Clizia a me si rivolge,

io solo a te mi giro,

ond'al sol d'un bel volto

par quasi fatto un elitropio il sole.

Non giace selva in terra,

non sorge pianta in selva,

non cresce ramo in pianta,

non spunta fronda in ramo,

non ride fiore in fronda,

non nasce frutto in fiore,

non vive seme in frutto,

né sostanza vital si chiude in seme,

il cui fertil vigor da me non piova.

Io da te traggo, o mia terrena dea,

anzi prima e fatal d'ogni mio moto

virtù regolatrice,

l'alimento e 'l calore,

sì come ancor ne traggo

il tormento e 'l dolore.

Forse sprezzi et aborri i pianti miei

perché vergine sei?

Anzi convien che 'n terra

sì come in ciel si vede,

per produr frutto di divina prole,

congiunto anco si veggia

con la Vergine il Sole –.

Così Febo dicea, quand'egli vide

scompagnata e solinga, a lento passo

l'orgogliosetta sua scender dal monte,

che giunta al loco, ov'ei sedea soletto,

subito visto il malgradito amante,

torcendo il piè, precipitossi in fuga;

e spaventata, e con la bionda chioma

tutta in un fascio abbandonata al tergo

per la fiorita e verdeggiante riva

di pieno corso accelerò lo scampo.

Cols'egli il tempo e, dal suo seggio sorto,

veloce sì la seguitò, che parve

non arcier ma saetta, e per quel bosco

lagrimando a cald'occhi ivale dietro.

Ma la donzella fuggitiva e sorda

non volgea pure a risguardarlo il viso,

e le preghiere sue curava tanto,

quanto i lamenti suol, quanto le strida

dela turba mortal curar la Morte.

Non lasciava però l'acceso Dio

dela fugace vergine la pesta,

anzi con maggior furia e maggior fretta

più l'incalzava, e tuttavia correndo

la prese a lusingar con questi accenti:

– Ferma il passo, o verginella

Dafni bella,

perché fuggi il fido amante?

Ah, fia ver che non ti pieghi

a' miei preghi?

Ferma, oimè, ferma le piante.

Non fuggir, deh volgi almeno

il sereno

del bel ciglio al mio tormento.

Non fuggir almen sì sciolta,

Dafni ascolta,

fuggi poi, ch'io son contento.

Se sapessi, o giovinetta,

ritrosetta,

quale e quanto è il tuo seguace,

forse a lui gli occhi celesti

volgeresti

men superba e men fugace.

Io son quel, che 'ntorno intorno

porto il giorno

per l'obliquo alto viaggio;

benché 'l sol del tuo bel volto

m'abbia tolto

ogni vanto et ogni raggio.

Son arcier di chiara prova,

ma che giova,

se d'Amor lo stral m'impiaga?

So curar ogni aspro male,

ma che vale,

s'ho nel cor sì larga piaga?

Ferman l'onde le mie note,

ma non pote

te fermar plettro canoro.

Io maggior lume del cielo

dio di Delo,

qual mia dea, te sola adoro.

Guarda, o Dafni, che 'l piè bianco

omai stanco

non s'incontri in alcun sasso;

o nol punga a mezo il corso

fiero morso

di ria serpe; arresta il passo.

Ostinata, ove ne vai?

Ché non hai

fermo il piè, sì come il core?

Forse a farti ir sì leggera,

bella fera,

l'ali sue t'ha date Amore?

T'ho pur giunta, o ninfa avara,

Dafni cara.

Ahi, che veggio? ove se' ita?

Dura scorza, invida fronde

mi nasconde

lo mio bene e la mia vita.

Dunque Dafni, Dafni amata

trasformata

in vil tronco or ti vegg'io?

Stelle inique, fati rei,

qui vorrei

per morir non esser dio.

Or poich'altro non mi lice,

infelice,

godrò l'ombra de' tuoi rami.

Del tuo verde il capo biondo

mi circondo,

non puoi far, ch'io pur non t'ami.

La radice d'esta pianta

che t'ammanta,

avrò sempre in mezo al petto,

et ognor co' vivi fiumi

de' miei lumi

irrigarla ti prometto –.

Non disse più, però ch'alfin s'accorse

esser cangiata in trionfale alloro

colei che 'n volto uman tanto gli piacque,

e vide mezo ancor tra biondo e verde

l'oro del crespo crin moversi al'aura,

e sentì nel toccar l'amato legno

sotto la viva e tenerella buccia

tremar le vene e palpitar le fibre.

Colà fermossi, e con sospiri e pianti

tra le braccia la strinse, e mille e mille

vani le porse, e 'ntempestivi baci.

Indi de' sacri et onorati fregi

del novello arboscel cinto la fronte,

coronatane ancor l'aurata cetra,

del'avorio facondo in atto mesto

sospeso il peso al'omero chiomato

e col dolce arco dala destra mosso

tutte scorrendo le loquaci fila,

cantò l'istoria dolorosa e trista

de' suoi lugubri e sventurati amori.