Dai «soliloqui di un pazzo»

By Sergio Corazzini

Sbarrò nell'ombra i grigi occhi perduti:

l'alba coglieva con le dita bianche

le ultime stelle per i cieli muti.

Egli pensò che il cuor tremi alle soglie

dell'anima così, come le stelle

treman la notte, alle divine porte

fin che la pietosa alba le coglie.

«Hai visto tu passare le barelle,

o pazzo insonne, con le stelle morte?»

Chiarità di una lama, o tu che fendi

l'ombra maligna: io t'offro il mio cervello

oscuro e tristo per disegni orrendi.

Io non ho pace, l'anima è un pantano;

nell'anima stagnarono i ricordi,

subitamente; oh quante volte, pietre

vi hanno scagliato con secura mano!

Dopo, il silenzio per i tonfi sordi

sé avvolse in bende assai più gravi e tetre.

Un ragno tesse la sua tela folta

per il mio teschio e nella tela stanno,

morte stecchite, le idee d'una volta.

Mai più, mai più! su le terrene cose

l'occhio non sosta, l'occhio si dispera,

come un'ala ferita ai cieli tende.

Io voglio la tristezza delle rose

morte all'inizio della primavera

per farne una corona alle mie bende.

Il mio cortile con un po' di cielo,

con poche stelle, a me sembra uno strano

fiore: corolla azzurra e grigio stelo.

Il mio cortile è triste molto, come

il suono di una placida campana

sotto un cielo di nuvole e di pioggia.

Una bianca tristezza senza nome

veste i muri, e nell'alto, una lontana

luce, su li orli, un oro dolce sfoggia.

Tu che mi ascolti non aver pietà,

non lacrimare delle mie sventure

come quel Cristo nell'oscurità.

Ah, quel Cristo, lo vedi? egli moriva

così, come ora, desolatamente,

quando venni alla cella che mi chiude.

Avea negli occhi una gran fiamma viva,

la fronte dolce e pur sanguinolente

e piaghe orrende per le membra ignude.

Non morì mai, non morrà più: mi guarda

nel buio e trema quando il lume trema

come i fanciulli se la sera è tarda.

A poco a poco si dissangueranno

le sue ferite per la doglia atroce

infin che un tarlo, — quando? — lentamente

roda i chiodi terribili che sanno

l'ossa dell'uomo e il legno della croce

e spezzi invano quel suo cuore ardente.

Chi mi parla dell'anima? Un impuro

ladro, forse, o un abate incipriato?

L'anima è morta ed io ne son sicuro.

Come una fonte semplice e tranquilla

donò la gioia alle riarse gole

degli umani e non seppe, ahimè! tenere

per la sua sete giovane una stilla!

Morì così, come un ignoto sole

spento su le fiorite primavere.

Chi batte alla mia porta? sei tu, cara?

Vieni con l'alba alla mia cella triste?

L'inchiodi forse questa grigia bara?

Mi ricordo di te, sola; eri bionda,

esile come un sogno giovinetto,

pallida come un astro mattutino;

te sola, nell'oscurità profonda

del mio cuore, t'accogli per diletto;

te sola, con il mio tetro destino.

Chi tenta l'ombra che stagnò nei trivi

in cui le donne come idee mal certe

più volte si volgean tentando i vivi?

Chi veste d'auree stole anche le immonde

case che il fango d'un amplesso cinge?

Chi l'oro ai figli della terra adduce?

Ah, sei tu, sole, che le più profonde

pupille ferme nell'eterna sfinge

avvivi, anima orgiaca della luce?!