Dantis Aligerii cantilena
Non se pò dir che tu non possi tutto,
Non se pò dir che tu non veggi a tondo
De ciò che se fa al mondo,
Et che giusto non sia cio che tu fai.
Ma se può dir che ogni vitio ha frutto
Hor qui, e ch'ogni virtù cascha al fondo,
Et dir se pò secondo
Che se suol dir: sii reo che viverai.
Questo più volte homai
Silogizando quanto più disputo,
Nella mia mente più divento muto
Facta con l'altre vera la magiore,
Io m'havea posto in core
Già de non dirlo, e pur non ho possuto
Tanto ho disìo, che ciò sia sia solvuto;
Poi drizzo la mia lingua a te, che poi
Solo, et non altro respondi, se voi.
Dio, sol per colpa il summo sacerdote
Ruinar festi, e lì in terra morto;
Dhe non li festi torto.
Poi in tal sedia in dol molti anni stato
Oço anchor festi presso dalle rote
Morto cader, drizzando il carro torto
De l'archa santa a porto.
Che nullo usurpi offitio altrui collato;
Poi come ha usurpato,
Hoggi ben vedi lo braccio spentale,
L'offitio altrui, il gladio temporale,
Et come il mondo tutto n'è confuso.
Perché non dunque giuso
Cadde juditio alchun cellestïale
Sopra chi questo fa, se questo è male?
Come faresti a dui dicti di sopra
Se poi e sai et sempre fa iusta opra.
Tu festi Gieçi leproso e Symone
Mago sam Pier dannò il fuoco sancto
Ch'arse sotto acqua tanto
Nel tempio Babilonico amorçasti
Per breve simonìa per qual ragione
Sofferi adoncha vedendo quanto
Ciaschun da ogni cancto
Fa quel perché nel tempio te crucciasti?
Non so se questo basti
Dir di color che viveno a toe spese,
Veggendo e tu l'occulto e tu 'l palese;
Poi voi che sian qua giù per nostro exempio?
Tu volesti nel tempio
Che si ponesser gente in virtù accese,
E in castità; non d'avaritia offese,
Et hor pur vedi in la toa chiesa genti
Tracte a luxuria et a richir parenti.
Al popul non sì tuo, ciò è l'ebreo,
Principe desti che legge li dava,
E se prevaricava,
Con morte, sete e fame gli punivi.
Noè, Moysè, e il forte Machabeo
Josue, e Gepte poi dirieto andava,
Ogni altro rege stava
Alla lor norma e quei per gli altri udivi.
A noi mo' christian vivi
Dai reggi senza possa, e legge vane,
Dico lo 'mperator, che fuor le mane
Della soa spada e di la soa bilanza,
E tenuta è più çanza
Che non fo mai il giocho delle rane
Da tutte gente, vicine e lontane;
Po' quasi a tyrampno è ogni terra,
Sì che se batte ognuna l'uscio serra.
Chaym, Lamech, et altri per ti stesso
Punisti in prima, e poi per toi ministri,
De quai ne' toi registri
Se trova che Noè fo lo primiero.
Donque poi che non ze hai judice adesso,
Perché hor se qui per te non ministri
Contra tanti sinistri,
In far da beffe un pocho, e da dovero,
Tu fusti più scevero
Quando il diluvio festi, e quando sette
Anni di Pharaon la fame stette,
Et che stentasti il popul nel diserto;
Et che Gomora certo
Con l'altre quatro terre maladette
Ardesti, et in più altre toe vendette
Che non faresti in far mo' ciò ch'io cheggio,
Che n'hai recomparati e facciam pieggio?
Guarda quasi ogni terra gir venduta
Più cara ogni anno a novi publicani,
I quai poi come cani
Roden la gente ognhor con peggior morto.
Guarda l'usura palese tenuta
Essre honore e grandezza, e christiani
Navigare a' solidani
Saracin contra legge et dar soccorso.
Guarda lo capo e 'l dorso
Qui delle donne fuor d'ogni mesura,
Di vedoe e pupilli non ha cura,
Et meno il cavalier de justa spada,
Qual judice non bada
De far dir no e si sue cose jura
Per questo e quello, e non havrà dritura.
I mercatanti et poi gli altri mecanici
Alle bugie sai ben sa son buon pratici.
Satyra mia cançon, vatene a cielo,
Poi che non trovi qui chi te risponda;
E se poi haver onda
Ch'a dio tu arivi con benegno gielo,
Pregal che te chiarischa con risposta
La perplexion proposta,
Ho che faccia aparere homai qui cosa
Ch'altra gente non osa
Dirne con beffe, come avien sovente,
Ove è lo nostro Iddio christiana gente.