De lo Emporio de Fortuna

By Antonio Fileremo Fregoso

Se opportuno soccorso a me non vene

dal sacro monte de Parnaso o vero

da la pallida valle de Pirene,

de' tre compagni saper dir non spero

la grande impresa, ch'or non me sovene

de rime ornate e stil dolce e sincero,

poi che partita è quella chiara luce

ch'era el mio lume e la fidel lor duce.

O sante Ninfe, quale intorno state

al vivo fonte che 'l cavallo fece,

se mei lucubrazion vi sono grate,

se esaudita è da voi mai iusta prece,

al mio estremo bisogno non tardate:

venga Polimnia mia, se venir lece,

a redurme il bel tema a la memoria

per fin che gionga al fin de questa istoria;

ché quando a quel sì gran tumulto io penso

che facea la gran turba in su la fera,

sento aghiacciarme in corpo ogni mio senso,

parme veder Tesifone e Megera

e Aletto dentro il circuìto immenso

solicitar ciascun matina e sera,

e me perturban sì la fantasia

che senza te non posso, o Musa mia.

Non meno ancor che a me bisogna aiuto,

o de Elicona abitatrici sante,

a i tre che 'l suo gran lume hanno perduto,

né ardiscon senza guida andar più inante,

ma resta ognun de lor pallido e muto

al gran rumor de quella turba errante,

e quanto è in lor iudizio più perfetto,

tanto hanno dentro il cor magior suspetto.

Ch'ogni cosa che bolle è de natura

turbida, e così ancor la nostra mente

da gran tumulto se suol fare oscura,

né a iudicar ha poi virtù potente

sì come alor quand'è serena e pura;

però seguendo quella vulgar gente,

dubbiavan far sì come gli altri fanno

e del comune error reportar danno.

Ma il sacro Apollo, chi con fé l'adora

e ognun che la fatal moneta spende

al suo servizio, sempre lo restora:

da cure ultrici prima lo deffende,

poi d'una immortal fama sì l'onora

che 'l nome suo perpetuamente splende;

però al bisogno i servi suoi soccorse

che sopra quel camin stavano in forse.

Ben che de i meglior frutti avesser colti

da la eccellente pianta e più maturi,

che a la spera del sol stavano vòlti,

pur nondimen per farli più securi,

ché spesse fiate un bon iudizio in molti

precipiti iudizi acerbi e duri

acquista biasmo de la colpa loro,

mandolli un gran soccorso e bon restoro.

Così in terra calar par talor stella

con longa tratta quand'è il ciel sereno,

come descese con sua luce quella

che de tranquillità gl'impì poi il seno,

e gli parve nel volto tanto bella,

che sentiva ognun l'animo pieno

de sì rara e ineffabile dolcezza

quanto è rara nel mondo sua bellezza.

E li diceva: – O amici, io son colei

che Febo manda a voi per compagnia:

scacciate fuor del petto i pensier rei,

son vostra guida e chiamomi Eutimìa;

securi seguitate i passi mei,

e se sensal troviamo alcun per via,

senza me nol seguisca alcun de voi,

ché non vi avesti al fine a pentir poi.

Una gran mercatrice è in questo loco

che i gradi vende de l'umane vite

a chi per prezio grande e a chi per poco;

non fate patto alcun con questa immite:

rompe la fede spesso e fanne un gioco,

rari son che con lei non abian lite;

non è su questa fera mercatante

che sia tanto fallace e sì incostante –.

Così se mosse la secura diva

accordando con passi le parole,

e sempre mai magior rumor s'odiva,

come d'un'acqua che descender suole

fra duri sassi d'una eccelsa riva,

che pel strepito ognun che parlar vòle,

quanto più s'avicina, men s'intende:

sol de le labia il mover se comprende.

Però giongendo sopra il gran mercato,

coi tre compagni se retrasse in parte

la sacra diva in luoco più elevato,

dal qual potean vedere una gran parte

de quello emporio e 'l popul travagliato;

ivi eran tende assai per il pian sparte

de merce piene, e sopra de ciascuna

eran mirande quelle de Fortuna.

Mentre ch'a riguardar stavano intenti

le mercanzie preziose e chi le vende,

ver lor una con passi assai frequenti

venne, che parea piena de facende,

e disse: – Se qui cosa a vostre menti

è grata e alcun de voi comprar intende,

se fra costoro me vorrà seguire,

spero de farlo in breve e ben servire.

Qui antiquamente me portò Pandora

nell'arca piena d'infiniti mali,

e quando fra la gente uscirno fuora,

io sola son remasa fra' mortali

per confortarli e per servirli ognora,

e sono qui la prima dei sensali,

né quasi mai mercato far si suole,

se non per mezzo de le mie parole –.

Voltàti alor ala lor cara dea,

per consultar con lei de la resposta,

viddero che fra se stessa ridea

de quell'offerta e liberal proposta,

e doppo il riso questo a i tre dicea:

– A quanti il suo comercio caro costa!

Quanti n'ha questa astuta lusinghiera

con promesse gabbati in questa fera!

Non credete a costei una parola,

perché con sue lusenghe a poc'a poco

la sua cara monet'a molti invola

e le promesse sue ben raro han loco:

questa fra' miseri mortali è sola

che li fa prender ogni mal in gioco,

anzi seguir costei è un morir lento

e, qual farfalla, un pascerse de vento –.

Così dierno repulsa a quella Speme

ch'a li umani fa spender la moneta

in van desii fine a l'ore estreme;

poi con la donna lor saggia e quïeta

recomminciorno a conferir insieme

e riguardar la piazza che repleta

era de merce varie e sì stupende

che tali in altro loco alcun non vende.

– Che gente è questa, o sacra dea immortale –,

disse Apuano, – ch'a le tende prime

vedo venir con fronte alta e regale? –.

– Questi hanno colti i frutti su le cime –,

espose ella, – de l'arbore fatale;

però cercan le vite più sublime,

de imperatori, re, duci e marchesi,

perché de monarchie son tutti accesi.

Scettri, corone e onorati scanni

vende Fortuna qui, ma è sì fallace,

che spesso li retoglie poi in poch'anni;

i mercati vòl far come gli piace,

né cura li altrui scorni e altrui danni;

chi se lamenta, a la resposta tace:

cerca pur mitigarla con tuoi pianti,

ch'orecchia al fin suol far da mercatanti –.

Mentre ancor ragionava la matrona

che de' tre peregrini era tutrice,

uno ch'in vista parea gran persona

venne a la ricca tenda e più felice

de Fortuna a comprar scettro e corona,

al qual ella fu alor tanto fautrice

che doppo quella compra sì eccellente

per gionta gli dié ancor tesoro e gente;

indi partendo poi quel gran segnore,

l'aer se impì de vari e alti suoni,

ché a garra se soffiava a fargli onore

in cornamuse, pifari e tromboni;

d'altri strumenti era sì gran rumore

che non sariano uditi in cielo troni,

né trionfo credo in Roma intrasse mai

che non fusse minor de questo assai.

Li tre, de tal spettaculo invaghiti,

stavan sì 'ntenti a remirar che certo

parean nel secondo atto de sé usciti,

e combatteva in lor desio coperto

d'esser de quel monarca favoriti,

ma non ardivan demostrarlo aperto;

e se seco non era la Eutimìa,

andati serian forse in compagnia.

Come doi venti al renovar de luna,

che l'un cun suo soffiar il ciel serena,

pioggia minaccia l'altro e l'aer imbruna

e par d'oscure nube Iunon piena,

così il desio de i ben de la Fortuna

e quel iudizio bon che lo rafrena

combattevano in lor cun furor tanto,

che la vittoria stette in dubbio alquanto.

Però a la guida sua dicea Apuano:

– Questo, madonna mia, certo me pare

ch'un dio se può chiamar nel stato umano,

ché povertà e ricchezza sta a lui dare,

e morte e vita altrui ha in la sua mano,

e chi del suo favor se può velare,

se bene è insano, par un omo degno

e de summa prudenza e acuto ingegno;

né merita chi 'l segue al mio parere

esser biasmato, e dica pur chi vòle,

ch'io vedo in lui tutto l'uman potere,

e vegeta e nutrisce come il sole

qualunque del suo caldo può godere,

e tanta forza hanno le sue parole,

che, chi considra bene, un suo mandato

non ch'un om, ma un paese fa beato –.

– Ah –, disse l'alma guida, – Apuan mio caro,

quanto è inconveniente a un alto ingegno

mostrarse a un tempo ambizïoso e avaro!

Non nego che 'l suo stato non sia degno,

e chi 'l negasse, certo seria ignaro;

però che chi possede un tanto regno

la fortuna lui è de' suoi paesi,

ma tu non pensi quanto un scettro pesi.

Simili al sole sono come hai detto,

Apuan, questi segnori veramente,

ché, quando copre el sol un nuvoletto,

il vede tutto il mondo apertamente:

così se un gran monarca ha 'lcun deffetto,

per seder esso in luoco più eminente,

gli occhi de tutti i populi a sé tira

e così ciaschedun l'error suo mira;

anzi scandol non è nella citate

ch'esso non faccia che da lui depende

el bene e il mal che tutto il popul pate:

se secondo l'oprar premio non rende

e a scelerati dona libertate,

tutto il suo regno gravemente offende,

ch'un delitto lassato senza pena

mill'altri delinquenti seco mena.

Questo te basti a 'stinguere il desio

de spender tua pecunia fra costoro

e seguir e tenerti al parer mio,

ché chi ben despensar un tal tesoro

per sua sciagura manderà in oblio,

d'un tanto error mai non arà restoro,

e però elegge vita assai più degna

ch'a viver sempre ogni mortale insegna.

Passa più in là con gli occhi e vederai

gente venir con atti sì superbi

che simil forse non vedesti mai:

questi mangioron de quei frutti accerbi

nel fatale giardin, come tu sai,

se l'alta pianta in la memoria serbi

e però alcuno non se meravigli

se a' frutti la lor vita par somigli.

In megio di costor, mira il tiranno

ch'a comprar vene vita sì infelice,

che 'l suo ben cerca sol nell'altrui danno,

e tiense sì superbo e sì felice

e seder pargli in sì onorato scanno,

che con un dio non cambiaria sua vice;

ma pensa come poi al fin ne gode,

se conscio de se stesso entro se rode.

Chi potesse saper tutti i discorsi

de questa turba e tutti i suo pensieri,

credo che i leon, tigri, lupi e orsi

non sian tanto rapace e tanto fieri

sì come questi scopreresti forsi;

però s'un bon pensier infra lor speri

trovar, Apuano mio, te inganni forte,

ma sol rapine, esili, insidie e morte.

Se 'l più bel grado de la vita umana

non può chiamarse privo de tormento,

tu dèi pensare, se hai la mente sana,

ch'esser de' in l'altre de minor momento;

però per via più tranquilla e piana

cerca de la tua sorte andar contento,

e se Fortuna vòl mandarte un bene,

accettal voluntier quando pur vene,

e non aver tanta ansiatà nel core,

non te cruciar com'ho già visto molti,

che per voler richezza e vano onore,

trovanse inante il tempo esser sepolti,

ignari e pieni de sì gran furore

d'esser nel nodo d'Ipocràte avolti,

che quel che de la vita è nutrimento

gli cause morte e immortal tormento.

S'io volesse narrar d'ognun che vene

a comprar merce sopra questa fera,

seria un voler annoverar l'arene

e i lumi accesi in la celeste sfera;

mira quella gran turba che non tene

ordine alcuno in così longa schiera:

la turba che tu vedi venir tanta

colse già i pomi sotto l'alta pianta.

Meccanici son tutti e gente bassa,

gente a chi se fa notte a megio il giorno

e con lor vita insieme il nome passa,

e perché i frutti insipidi mangiorno

che l'arbore fatal cader giù lassa,

sempre versano i suoi pensieri intorno

a cose senza gloria, senza fama:

colsonli in terra e terra il lor cor ama.

A che gittar parole e tempo via

e de turba sì vil tenerne cura?

Ma imagina ne la tua fantasia

un mar con l'onda tempestosa e scura

che d'infinite barche pieno sia,

de grande e de mezzane e ogni statura,

de mercanzie diverse carche tutte,

da vari venti per quel mar condutte.

Ma passiamo il gran fiume e vederete,

credo, d'un'altra sorte vender vite,

che forse una de quelle eleggerete,

né con la mercatrice arete lite,

inimica de pace e de quïete,

ma sarà il venditor benigno e mite.

Andiamo, ch'a veder più cose e nove,

assai me pare che deletti e giove.

Quel che già peragrò per molti regni

e diece anni pel mondo errando visse,

vidde varie cità, costumi e ingegni:

però trovò che de lui tanto scrisse,

per esser fatto un de' più rari e degni

de la sua patria, e fu l'astuto Ulisse;

sì che, senza più dica, è cosa chiara

ch'a veder molto, molto ancor s'impara –.

Già se taceva la tranquilla diva

e per partirse eran già in piè levati,

quando improviso d'una nube usciva

sopra la turba ch'era in quei gran prati

una che parea tutta fiamma viva,

a guisa d'angel sacro avendo alati

gli umeri, e un specchio avea in la destra mano

e 'l suo bel viso assai più bel ch'umano;

i solar rai nel specchio racoglieva

e col reflesso in fronte a quella gente

vibrando l'alma luce percoteva,

e era sua chiarezza sì lucente

che per gli occhi ad alcuno descendeva

nel core e illuminava la sua mente,

tal che la sua moneta aver mal spesa

vedeva e se pentiva de sua impresa.

Maravigliosi e con la bocca chiusa

stavan mirando così gran spettaculo,

ma la sua santa guida, qual era usa

esserli a i dubbi suoi un nuovo oraculo,

non li lassò la mente lor confusa

ché li faceva chiar questo miraculo

e pria li disse il nome de la dama

come da ognuno Metanéa se chiama,

e che se metamorfose mai fôro

e se in bruto mutar omo s'è visto,

qui sempre han speso la moneta loro;

ché qui comprò già l'orsa sua Calisto

e Apuleo l'asino suo d'oro;

Mirina, quando avvenne il caso tristo,

qui se vestì quel candido animale,

ché qui se vende ogn'abito bestiale.

Ma questa donna col suo sacro lume

le triste imagin scaccia fuor del core

de questi abiti fieri e il mal costume,

ché i raggi accoglie del divin splendore

nel chiaro speglio, e quel celeste nume

li manda ne la parte interïore

de l'anima e sì come fiamma viva

la fa pentir d'ogn'impression nociva.

Ma perch'in molte carte è scritto assai,

de questo più parlar non ne vogli' ora,

ch'a veder tutto è quasi tardi ormai.

Così de quelle tende uscirno fuora,

giongendo in prati de fioretti gai

reccamati de man de l'alma Flora,

e a le ornate boteche ch'eran piene

d'ogni odor grato che d'Arabia vene.

Stavan le vite umane in quell'avolte

infra ornamenti e fra delizie tante

che mille lingue ben diserte e sciolte

in mille giorni non porrian dir quante,

e recreati con carezze molte

furon dal delicato mercatante

qual le vendeva, e con parlar securo:

– Amici –, disse a lor, – son lo Epicuro.

La santa Voluttà qui me mantene

che de' mortali è placida nutrice,

anzi a noi sola pare il sommo bene,

ché non può alcun senz'essa esser felice,

ch'al mondo ogni dolcezza da lei vene

come nei frutti vien da la radice;

passate enante e vederete quanto

portan de l'altre vite queste il vanto.

Mentre ch'in compagnia d'alcun mortale

sta questa donna, il fa de morte esento,

ch'ella non può abitar dove sia male,

né star può insieme voluttà e tormento:

questa è del mondo bene universale,

né può viver senza essa omo contento;

se questa è in mare, non li son tempeste,

perché non stan con lei cose moleste.

Quando Zefiro spira e il tempo bello

remena seco questa dea serena

a ornare il mondo, e sempre mai con quello

sente ogn'augel de lei l'anima piena,

e fra le fronde sopra ogni arboscello

con dolci canti e in ogni selva amena

fra loro in varie lingue ognun ragiona

de' gran piacer che quella dea gli dona,

suavi odori e cibi delicati,

legiadre vesti e splendidi palagi,

vaghi giardin da toppie circundati

per schivar ne la estate i solar ragi,

fiori per sua bellezza e odor grati

da far lieti e felici mille magi,

e tanti vari e saporosi frutti

a Voluttà sono sacrati tutti.

Commodo, quel suo gran sescalco antico,

serve a la corte sua con tanta grazia

ch'ogni mortal se sforza esserli amico,

e quando alcuno vive in sua desgrazia

non ha reposo mai, ma qual mendico

in stenti sempre la sua vita strazia,

però che questo solo ha in la sua mano

quanto agio possa avere un corpo umano.

Amica è d'ogni senso questa dea

e in ogni membro placida quïete

manda insieme col sonno, e Pasitea

con amorosi balli e canzon liete

chi qui ha comprato voluntier recrea:

alzate gli occhi alquanto e vederete

con suoi vari piaceri e dolce gioco

compiacer tutti al genio in questo loco.

Qui quando alcun suol infirmarsi forte

per vecchiezza, per febre o altro dolore,

solo ha cura defenderse da morte,

né agitar la sua mente suol timore

de accerbe pene de la infernal corte,

ché l'anima col corpo insieme more

e doppo morte come pria che nacque

me par sia l'omo –. E detto questo, tacque.

Era sì penetrato nel secreto

de l'anima ad Apuano e il Carrarese

la gran dolcezza de quel viver leto

ch'ive arian tutte lor monete spese,

se non che 'l bon compagno Filareto

con fraternal parlar ambi represe

e disse: – Chi assai perder sta in periglio

e poco guadagnar, ha mal consiglio.

Esser l'alma immortal tanti n'han scritto

di me più degni e assai de magior fede

ch'ora non redirô quel ch'è già ditto;

quasi ogni legge eterna esser la crede,

però questo me pare un gran delitto

poner in dubbio quel che 'l più concede:

questo già in tante carte avete letto,

ch'a volervi insegnar seria deffetto.

E colui me par fuora de la mente

ch'uno infinito gaudio a rischio pone

per un piacer brevissimo e presente;

ma poniam caso, e non per conclusione,

se ben se resolvesse l'alma in niente,

l'om sempre deve far opre sì bone

che la sua fama in vece poi de quella

resti nel mondo eternamente bella.

Non fate già come le mosche fanno,

che per dolcezza dentro il mel intrate,

qual morte in quello inviluppate stanno

e sono l'ale lor tanto impaniate

che più d'alzarse a vol forza non hanno;

l'ale del vostro ingegno non tuffate

in questo mele al qual costui ve chiama,

s'alzarve desïate al ciel con fama:

scaccia dal petto questo ogni virtute,

e nel viver lascivo, in la letizia

stanno summerse, anzi son pur perdute,

ché 'l troppo dolce sì l'animo vizia

che non trova medela a sua salute.

Cerchiamo donque vita più propizia

a quel divino che nel cor renchiuso

porta ogni umano e gli l'ha 'l cielo infuso –.

Una legiadra e lieta giovenetta

è la sensal de le lascive tende,

la quale, al chiuder del mercato, è eletta

quasi de tutto quel che qui se vende

e da ciascuno Gioventute è detta,

e le parole sue così ben spende

che quasi ognuno lì spender convene

e divino è colui che se ne astene.

– Qual contentezza par, qual ben magiore –,

li disse, – desïar può alcun vivente

che 'l piacer ch'a' mortali dona Amore?

Tanta dolcezza in ogni senso sente

che la süavità qual ha nel core

sgombra ogni passïon fuor de la mente,

e tiense alora più ch'un dio beato

quando se trova con sua dea abracciato.

Da le labia rosate e dolci basi

è 'l dolce fiato ch'un da l'altro tira,

con quale insieme l'anima vien quasi;

tanto diletto Amor nel cor li spira

che languidi ambi poi son sì remasi

che per troppa dolcezza ognun suspira;

e lassi miran l'uno a l'altro in viso,

stimando minor gaudio in paradiso.

Comprate adonque, o gioveni, comprate

queste vite gentil, le quale in terra

non hanno par, e gravemente errate

a farvi, o sciocchi, da voi stessi guerra;

recordative un poco, recordate

ch'ogni possanza il tempo edace aterra:

vivete lieti mentre vel concede,

perché via fugge e 'ndrieto mai non riede –.

Troncò il parlar la veneranda scorta

de la giovene leta, e che più dica

a i tre de questo tema non suporta,

e disse a lor: – S'a le' un de voi aplìca

l'animo, aiuta a qual costei ve esorta;

certo ha del cielo ogni virtù nemica.

Non dico già che non sia necessaria

Voluttà, perché al ver sarei contraria,

ma se 'l iudizio bon non la governa,

il dolce quale ha seco è poi sì amaro

che lassa al gusto amaritudo eterna;

non cerca un scelerato farse chiaro

se l'anima è immortal, ma par che sperna,

e che dicesser vero arebbe caro

questo vano Epicur, questa fanciulla,

che l'alma al fine se resolva in nulla.

Dato a la Voluttà, non vòl sentire

che doppo morte possa aver tormenti,

a ciò che de la pena ch'ha venire

il timor, pria che mora, nol tormenti;

così vivendo, non ha el cuor martìre,

se crede l'alma, el corpo e i sentimenti

crescere insieme e insieme ancor disfarse,

né senza corpo viva alma trovarse.

Bene è con voluttà piacere onesto

a che 'l sa ben usar, né un duro sasso

o vecchio un gioven esser può sì presto,

ché chi non prend'alcuna volta spasso

e se recrea con trastul modesto,

talor gli avien ch'è de la vita casso,

ché chi 'l curvo arco sempre teso tene,

flessile e molle al fin troppo devene.

Un fren bisogna a regger nostre voglie,

non duro ch'al caval stracci la bocca,

né dolce sì ch'al cavalier dia doglie

in trasportarlo se col sprone el tocca;

ma se con morso grato se recoglie,

se ben correse come quando scocca

veloce la saetta dal balestro,

facile se retiene e volge destro.

Te trasporta il caval vano epicuro

a tanto periglioso precipizio

che pensarli per te m'è grave e duro,

ma voi che 'l pomo a l'arbor del iudizio

cogliesti vòlto al sole e ben maturo,

esser ve deve ascritto a magior vizio

lassarvi trasportar da quel corsiero

che ver l'infamia corre sì legero.

Ma passian, come io disse, el fiume un poco,

e vite sì eccellenti troverete

che l'altre tutte tenerete a gioco

e certo son ch'una ne ellegerete,

prima che ce partian dal sacro loco,

con qual el gran desio estinguerete

che ne le vostre menti avete acceso,

degno da ogn'alto ingegno esser represo –.

Questo parlar tant'ebbe in sé virtute

come antidoto suol contra veneno,

che le parole dolce, savie e argute

al core infermo in lor giovenil seno

restituì la pristina salute:

così ciascun de lor de gaudio pieno,

sequendo quella grata e fida scorta,

gionsero a un ponte e in capo avea una porta.

Una Fabra ingegnosa ivi vicina

cun artificio e gran misura ha erretta,

per fabricar le chiavi, una fucina:

le chiavi per aprir la porta eletta

per la qual cun gran stenti se camina;

ma tal fatica poi al fin deletta,

perché per quel sudor, per quelli affanni

se vive doppo morte infiniti anni.

Essendo sì severa ne l'aspetto,

ammirazion de le'i compagni presero

per poi vederla ad un mestier sì abietto,

ma chiaramente da Eutimìa intesero

de quelle chiavi lo ammirando effetto,

e de comprarne tutti tre s'accesero,

perché li disse la sua duce diva

che la via de virtù cun quelle apriva;

la via d'entrare al degno emporio dove

se merca gloria eterna, e ivi impera

la veneranda figlia del gran Giove,

e ch'una immortal vita comprar spera,

non creda già de mai trovarla altrove.

Piena d'ogni virtù, santa e sincera,

diss'ancor che Grammatica se chiama,

la gran magnana e donna de gran fama.

Eran suoi servi i tre sodali e mai

la presenza com'or non avean vista,

qual de la fama le cresceva assai:

però con reverenza a timor mista,

sapendo lor con quanti stenti e guai

la grazia e il favor da lei s'acquista,

in la magna apoteca tutti introrno,

ivi posando insino al novo giorno.