De lo Emporio de Fortuna
Se opportuno soccorso a me non vene
dal sacro monte de Parnaso o vero
da la pallida valle de Pirene,
de' tre compagni saper dir non spero
la grande impresa, ch'or non me sovene
de rime ornate e stil dolce e sincero,
poi che partita è quella chiara luce
ch'era el mio lume e la fidel lor duce.
O sante Ninfe, quale intorno state
al vivo fonte che 'l cavallo fece,
se mei lucubrazion vi sono grate,
se esaudita è da voi mai iusta prece,
al mio estremo bisogno non tardate:
venga Polimnia mia, se venir lece,
a redurme il bel tema a la memoria
per fin che gionga al fin de questa istoria;
ché quando a quel sì gran tumulto io penso
che facea la gran turba in su la fera,
sento aghiacciarme in corpo ogni mio senso,
parme veder Tesifone e Megera
e Aletto dentro il circuìto immenso
solicitar ciascun matina e sera,
e me perturban sì la fantasia
che senza te non posso, o Musa mia.
Non meno ancor che a me bisogna aiuto,
o de Elicona abitatrici sante,
a i tre che 'l suo gran lume hanno perduto,
né ardiscon senza guida andar più inante,
ma resta ognun de lor pallido e muto
al gran rumor de quella turba errante,
e quanto è in lor iudizio più perfetto,
tanto hanno dentro il cor magior suspetto.
Ch'ogni cosa che bolle è de natura
turbida, e così ancor la nostra mente
da gran tumulto se suol fare oscura,
né a iudicar ha poi virtù potente
sì come alor quand'è serena e pura;
però seguendo quella vulgar gente,
dubbiavan far sì come gli altri fanno
e del comune error reportar danno.
Ma il sacro Apollo, chi con fé l'adora
e ognun che la fatal moneta spende
al suo servizio, sempre lo restora:
da cure ultrici prima lo deffende,
poi d'una immortal fama sì l'onora
che 'l nome suo perpetuamente splende;
però al bisogno i servi suoi soccorse
che sopra quel camin stavano in forse.
Ben che de i meglior frutti avesser colti
da la eccellente pianta e più maturi,
che a la spera del sol stavano vòlti,
pur nondimen per farli più securi,
ché spesse fiate un bon iudizio in molti
precipiti iudizi acerbi e duri
acquista biasmo de la colpa loro,
mandolli un gran soccorso e bon restoro.
Così in terra calar par talor stella
con longa tratta quand'è il ciel sereno,
come descese con sua luce quella
che de tranquillità gl'impì poi il seno,
e gli parve nel volto tanto bella,
che sentiva ognun l'animo pieno
de sì rara e ineffabile dolcezza
quanto è rara nel mondo sua bellezza.
E li diceva: – O amici, io son colei
che Febo manda a voi per compagnia:
scacciate fuor del petto i pensier rei,
son vostra guida e chiamomi Eutimìa;
securi seguitate i passi mei,
e se sensal troviamo alcun per via,
senza me nol seguisca alcun de voi,
ché non vi avesti al fine a pentir poi.
Una gran mercatrice è in questo loco
che i gradi vende de l'umane vite
a chi per prezio grande e a chi per poco;
non fate patto alcun con questa immite:
rompe la fede spesso e fanne un gioco,
rari son che con lei non abian lite;
non è su questa fera mercatante
che sia tanto fallace e sì incostante –.
Così se mosse la secura diva
accordando con passi le parole,
e sempre mai magior rumor s'odiva,
come d'un'acqua che descender suole
fra duri sassi d'una eccelsa riva,
che pel strepito ognun che parlar vòle,
quanto più s'avicina, men s'intende:
sol de le labia il mover se comprende.
Però giongendo sopra il gran mercato,
coi tre compagni se retrasse in parte
la sacra diva in luoco più elevato,
dal qual potean vedere una gran parte
de quello emporio e 'l popul travagliato;
ivi eran tende assai per il pian sparte
de merce piene, e sopra de ciascuna
eran mirande quelle de Fortuna.
Mentre ch'a riguardar stavano intenti
le mercanzie preziose e chi le vende,
ver lor una con passi assai frequenti
venne, che parea piena de facende,
e disse: – Se qui cosa a vostre menti
è grata e alcun de voi comprar intende,
se fra costoro me vorrà seguire,
spero de farlo in breve e ben servire.
Qui antiquamente me portò Pandora
nell'arca piena d'infiniti mali,
e quando fra la gente uscirno fuora,
io sola son remasa fra' mortali
per confortarli e per servirli ognora,
e sono qui la prima dei sensali,
né quasi mai mercato far si suole,
se non per mezzo de le mie parole –.
Voltàti alor ala lor cara dea,
per consultar con lei de la resposta,
viddero che fra se stessa ridea
de quell'offerta e liberal proposta,
e doppo il riso questo a i tre dicea:
– A quanti il suo comercio caro costa!
Quanti n'ha questa astuta lusinghiera
con promesse gabbati in questa fera!
Non credete a costei una parola,
perché con sue lusenghe a poc'a poco
la sua cara monet'a molti invola
e le promesse sue ben raro han loco:
questa fra' miseri mortali è sola
che li fa prender ogni mal in gioco,
anzi seguir costei è un morir lento
e, qual farfalla, un pascerse de vento –.
Così dierno repulsa a quella Speme
ch'a li umani fa spender la moneta
in van desii fine a l'ore estreme;
poi con la donna lor saggia e quïeta
recomminciorno a conferir insieme
e riguardar la piazza che repleta
era de merce varie e sì stupende
che tali in altro loco alcun non vende.
– Che gente è questa, o sacra dea immortale –,
disse Apuano, – ch'a le tende prime
vedo venir con fronte alta e regale? –.
– Questi hanno colti i frutti su le cime –,
espose ella, – de l'arbore fatale;
però cercan le vite più sublime,
de imperatori, re, duci e marchesi,
perché de monarchie son tutti accesi.
Scettri, corone e onorati scanni
vende Fortuna qui, ma è sì fallace,
che spesso li retoglie poi in poch'anni;
i mercati vòl far come gli piace,
né cura li altrui scorni e altrui danni;
chi se lamenta, a la resposta tace:
cerca pur mitigarla con tuoi pianti,
ch'orecchia al fin suol far da mercatanti –.
Mentre ancor ragionava la matrona
che de' tre peregrini era tutrice,
uno ch'in vista parea gran persona
venne a la ricca tenda e più felice
de Fortuna a comprar scettro e corona,
al qual ella fu alor tanto fautrice
che doppo quella compra sì eccellente
per gionta gli dié ancor tesoro e gente;
indi partendo poi quel gran segnore,
l'aer se impì de vari e alti suoni,
ché a garra se soffiava a fargli onore
in cornamuse, pifari e tromboni;
d'altri strumenti era sì gran rumore
che non sariano uditi in cielo troni,
né trionfo credo in Roma intrasse mai
che non fusse minor de questo assai.
Li tre, de tal spettaculo invaghiti,
stavan sì 'ntenti a remirar che certo
parean nel secondo atto de sé usciti,
e combatteva in lor desio coperto
d'esser de quel monarca favoriti,
ma non ardivan demostrarlo aperto;
e se seco non era la Eutimìa,
andati serian forse in compagnia.
Come doi venti al renovar de luna,
che l'un cun suo soffiar il ciel serena,
pioggia minaccia l'altro e l'aer imbruna
e par d'oscure nube Iunon piena,
così il desio de i ben de la Fortuna
e quel iudizio bon che lo rafrena
combattevano in lor cun furor tanto,
che la vittoria stette in dubbio alquanto.
Però a la guida sua dicea Apuano:
– Questo, madonna mia, certo me pare
ch'un dio se può chiamar nel stato umano,
ché povertà e ricchezza sta a lui dare,
e morte e vita altrui ha in la sua mano,
e chi del suo favor se può velare,
se bene è insano, par un omo degno
e de summa prudenza e acuto ingegno;
né merita chi 'l segue al mio parere
esser biasmato, e dica pur chi vòle,
ch'io vedo in lui tutto l'uman potere,
e vegeta e nutrisce come il sole
qualunque del suo caldo può godere,
e tanta forza hanno le sue parole,
che, chi considra bene, un suo mandato
non ch'un om, ma un paese fa beato –.
– Ah –, disse l'alma guida, – Apuan mio caro,
quanto è inconveniente a un alto ingegno
mostrarse a un tempo ambizïoso e avaro!
Non nego che 'l suo stato non sia degno,
e chi 'l negasse, certo seria ignaro;
però che chi possede un tanto regno
la fortuna lui è de' suoi paesi,
ma tu non pensi quanto un scettro pesi.
Simili al sole sono come hai detto,
Apuan, questi segnori veramente,
ché, quando copre el sol un nuvoletto,
il vede tutto il mondo apertamente:
così se un gran monarca ha 'lcun deffetto,
per seder esso in luoco più eminente,
gli occhi de tutti i populi a sé tira
e così ciaschedun l'error suo mira;
anzi scandol non è nella citate
ch'esso non faccia che da lui depende
el bene e il mal che tutto il popul pate:
se secondo l'oprar premio non rende
e a scelerati dona libertate,
tutto il suo regno gravemente offende,
ch'un delitto lassato senza pena
mill'altri delinquenti seco mena.
Questo te basti a 'stinguere il desio
de spender tua pecunia fra costoro
e seguir e tenerti al parer mio,
ché chi ben despensar un tal tesoro
per sua sciagura manderà in oblio,
d'un tanto error mai non arà restoro,
e però elegge vita assai più degna
ch'a viver sempre ogni mortale insegna.
Passa più in là con gli occhi e vederai
gente venir con atti sì superbi
che simil forse non vedesti mai:
questi mangioron de quei frutti accerbi
nel fatale giardin, come tu sai,
se l'alta pianta in la memoria serbi
e però alcuno non se meravigli
se a' frutti la lor vita par somigli.
In megio di costor, mira il tiranno
ch'a comprar vene vita sì infelice,
che 'l suo ben cerca sol nell'altrui danno,
e tiense sì superbo e sì felice
e seder pargli in sì onorato scanno,
che con un dio non cambiaria sua vice;
ma pensa come poi al fin ne gode,
se conscio de se stesso entro se rode.
Chi potesse saper tutti i discorsi
de questa turba e tutti i suo pensieri,
credo che i leon, tigri, lupi e orsi
non sian tanto rapace e tanto fieri
sì come questi scopreresti forsi;
però s'un bon pensier infra lor speri
trovar, Apuano mio, te inganni forte,
ma sol rapine, esili, insidie e morte.
Se 'l più bel grado de la vita umana
non può chiamarse privo de tormento,
tu dèi pensare, se hai la mente sana,
ch'esser de' in l'altre de minor momento;
però per via più tranquilla e piana
cerca de la tua sorte andar contento,
e se Fortuna vòl mandarte un bene,
accettal voluntier quando pur vene,
e non aver tanta ansiatà nel core,
non te cruciar com'ho già visto molti,
che per voler richezza e vano onore,
trovanse inante il tempo esser sepolti,
ignari e pieni de sì gran furore
d'esser nel nodo d'Ipocràte avolti,
che quel che de la vita è nutrimento
gli cause morte e immortal tormento.
S'io volesse narrar d'ognun che vene
a comprar merce sopra questa fera,
seria un voler annoverar l'arene
e i lumi accesi in la celeste sfera;
mira quella gran turba che non tene
ordine alcuno in così longa schiera:
la turba che tu vedi venir tanta
colse già i pomi sotto l'alta pianta.
Meccanici son tutti e gente bassa,
gente a chi se fa notte a megio il giorno
e con lor vita insieme il nome passa,
e perché i frutti insipidi mangiorno
che l'arbore fatal cader giù lassa,
sempre versano i suoi pensieri intorno
a cose senza gloria, senza fama:
colsonli in terra e terra il lor cor ama.
A che gittar parole e tempo via
e de turba sì vil tenerne cura?
Ma imagina ne la tua fantasia
un mar con l'onda tempestosa e scura
che d'infinite barche pieno sia,
de grande e de mezzane e ogni statura,
de mercanzie diverse carche tutte,
da vari venti per quel mar condutte.
Ma passiamo il gran fiume e vederete,
credo, d'un'altra sorte vender vite,
che forse una de quelle eleggerete,
né con la mercatrice arete lite,
inimica de pace e de quïete,
ma sarà il venditor benigno e mite.
Andiamo, ch'a veder più cose e nove,
assai me pare che deletti e giove.
Quel che già peragrò per molti regni
e diece anni pel mondo errando visse,
vidde varie cità, costumi e ingegni:
però trovò che de lui tanto scrisse,
per esser fatto un de' più rari e degni
de la sua patria, e fu l'astuto Ulisse;
sì che, senza più dica, è cosa chiara
ch'a veder molto, molto ancor s'impara –.
Già se taceva la tranquilla diva
e per partirse eran già in piè levati,
quando improviso d'una nube usciva
sopra la turba ch'era in quei gran prati
una che parea tutta fiamma viva,
a guisa d'angel sacro avendo alati
gli umeri, e un specchio avea in la destra mano
e 'l suo bel viso assai più bel ch'umano;
i solar rai nel specchio racoglieva
e col reflesso in fronte a quella gente
vibrando l'alma luce percoteva,
e era sua chiarezza sì lucente
che per gli occhi ad alcuno descendeva
nel core e illuminava la sua mente,
tal che la sua moneta aver mal spesa
vedeva e se pentiva de sua impresa.
Maravigliosi e con la bocca chiusa
stavan mirando così gran spettaculo,
ma la sua santa guida, qual era usa
esserli a i dubbi suoi un nuovo oraculo,
non li lassò la mente lor confusa
ché li faceva chiar questo miraculo
e pria li disse il nome de la dama
come da ognuno Metanéa se chiama,
e che se metamorfose mai fôro
e se in bruto mutar omo s'è visto,
qui sempre han speso la moneta loro;
ché qui comprò già l'orsa sua Calisto
e Apuleo l'asino suo d'oro;
Mirina, quando avvenne il caso tristo,
qui se vestì quel candido animale,
ché qui se vende ogn'abito bestiale.
Ma questa donna col suo sacro lume
le triste imagin scaccia fuor del core
de questi abiti fieri e il mal costume,
ché i raggi accoglie del divin splendore
nel chiaro speglio, e quel celeste nume
li manda ne la parte interïore
de l'anima e sì come fiamma viva
la fa pentir d'ogn'impression nociva.
Ma perch'in molte carte è scritto assai,
de questo più parlar non ne vogli' ora,
ch'a veder tutto è quasi tardi ormai.
Così de quelle tende uscirno fuora,
giongendo in prati de fioretti gai
reccamati de man de l'alma Flora,
e a le ornate boteche ch'eran piene
d'ogni odor grato che d'Arabia vene.
Stavan le vite umane in quell'avolte
infra ornamenti e fra delizie tante
che mille lingue ben diserte e sciolte
in mille giorni non porrian dir quante,
e recreati con carezze molte
furon dal delicato mercatante
qual le vendeva, e con parlar securo:
– Amici –, disse a lor, – son lo Epicuro.
La santa Voluttà qui me mantene
che de' mortali è placida nutrice,
anzi a noi sola pare il sommo bene,
ché non può alcun senz'essa esser felice,
ch'al mondo ogni dolcezza da lei vene
come nei frutti vien da la radice;
passate enante e vederete quanto
portan de l'altre vite queste il vanto.
Mentre ch'in compagnia d'alcun mortale
sta questa donna, il fa de morte esento,
ch'ella non può abitar dove sia male,
né star può insieme voluttà e tormento:
questa è del mondo bene universale,
né può viver senza essa omo contento;
se questa è in mare, non li son tempeste,
perché non stan con lei cose moleste.
Quando Zefiro spira e il tempo bello
remena seco questa dea serena
a ornare il mondo, e sempre mai con quello
sente ogn'augel de lei l'anima piena,
e fra le fronde sopra ogni arboscello
con dolci canti e in ogni selva amena
fra loro in varie lingue ognun ragiona
de' gran piacer che quella dea gli dona,
suavi odori e cibi delicati,
legiadre vesti e splendidi palagi,
vaghi giardin da toppie circundati
per schivar ne la estate i solar ragi,
fiori per sua bellezza e odor grati
da far lieti e felici mille magi,
e tanti vari e saporosi frutti
a Voluttà sono sacrati tutti.
Commodo, quel suo gran sescalco antico,
serve a la corte sua con tanta grazia
ch'ogni mortal se sforza esserli amico,
e quando alcuno vive in sua desgrazia
non ha reposo mai, ma qual mendico
in stenti sempre la sua vita strazia,
però che questo solo ha in la sua mano
quanto agio possa avere un corpo umano.
Amica è d'ogni senso questa dea
e in ogni membro placida quïete
manda insieme col sonno, e Pasitea
con amorosi balli e canzon liete
chi qui ha comprato voluntier recrea:
alzate gli occhi alquanto e vederete
con suoi vari piaceri e dolce gioco
compiacer tutti al genio in questo loco.
Qui quando alcun suol infirmarsi forte
per vecchiezza, per febre o altro dolore,
solo ha cura defenderse da morte,
né agitar la sua mente suol timore
de accerbe pene de la infernal corte,
ché l'anima col corpo insieme more
e doppo morte come pria che nacque
me par sia l'omo –. E detto questo, tacque.
Era sì penetrato nel secreto
de l'anima ad Apuano e il Carrarese
la gran dolcezza de quel viver leto
ch'ive arian tutte lor monete spese,
se non che 'l bon compagno Filareto
con fraternal parlar ambi represe
e disse: – Chi assai perder sta in periglio
e poco guadagnar, ha mal consiglio.
Esser l'alma immortal tanti n'han scritto
di me più degni e assai de magior fede
ch'ora non redirô quel ch'è già ditto;
quasi ogni legge eterna esser la crede,
però questo me pare un gran delitto
poner in dubbio quel che 'l più concede:
questo già in tante carte avete letto,
ch'a volervi insegnar seria deffetto.
E colui me par fuora de la mente
ch'uno infinito gaudio a rischio pone
per un piacer brevissimo e presente;
ma poniam caso, e non per conclusione,
se ben se resolvesse l'alma in niente,
l'om sempre deve far opre sì bone
che la sua fama in vece poi de quella
resti nel mondo eternamente bella.
Non fate già come le mosche fanno,
che per dolcezza dentro il mel intrate,
qual morte in quello inviluppate stanno
e sono l'ale lor tanto impaniate
che più d'alzarse a vol forza non hanno;
l'ale del vostro ingegno non tuffate
in questo mele al qual costui ve chiama,
s'alzarve desïate al ciel con fama:
scaccia dal petto questo ogni virtute,
e nel viver lascivo, in la letizia
stanno summerse, anzi son pur perdute,
ché 'l troppo dolce sì l'animo vizia
che non trova medela a sua salute.
Cerchiamo donque vita più propizia
a quel divino che nel cor renchiuso
porta ogni umano e gli l'ha 'l cielo infuso –.
Una legiadra e lieta giovenetta
è la sensal de le lascive tende,
la quale, al chiuder del mercato, è eletta
quasi de tutto quel che qui se vende
e da ciascuno Gioventute è detta,
e le parole sue così ben spende
che quasi ognuno lì spender convene
e divino è colui che se ne astene.
– Qual contentezza par, qual ben magiore –,
li disse, – desïar può alcun vivente
che 'l piacer ch'a' mortali dona Amore?
Tanta dolcezza in ogni senso sente
che la süavità qual ha nel core
sgombra ogni passïon fuor de la mente,
e tiense alora più ch'un dio beato
quando se trova con sua dea abracciato.
Da le labia rosate e dolci basi
è 'l dolce fiato ch'un da l'altro tira,
con quale insieme l'anima vien quasi;
tanto diletto Amor nel cor li spira
che languidi ambi poi son sì remasi
che per troppa dolcezza ognun suspira;
e lassi miran l'uno a l'altro in viso,
stimando minor gaudio in paradiso.
Comprate adonque, o gioveni, comprate
queste vite gentil, le quale in terra
non hanno par, e gravemente errate
a farvi, o sciocchi, da voi stessi guerra;
recordative un poco, recordate
ch'ogni possanza il tempo edace aterra:
vivete lieti mentre vel concede,
perché via fugge e 'ndrieto mai non riede –.
Troncò il parlar la veneranda scorta
de la giovene leta, e che più dica
a i tre de questo tema non suporta,
e disse a lor: – S'a le' un de voi aplìca
l'animo, aiuta a qual costei ve esorta;
certo ha del cielo ogni virtù nemica.
Non dico già che non sia necessaria
Voluttà, perché al ver sarei contraria,
ma se 'l iudizio bon non la governa,
il dolce quale ha seco è poi sì amaro
che lassa al gusto amaritudo eterna;
non cerca un scelerato farse chiaro
se l'anima è immortal, ma par che sperna,
e che dicesser vero arebbe caro
questo vano Epicur, questa fanciulla,
che l'alma al fine se resolva in nulla.
Dato a la Voluttà, non vòl sentire
che doppo morte possa aver tormenti,
a ciò che de la pena ch'ha venire
il timor, pria che mora, nol tormenti;
così vivendo, non ha el cuor martìre,
se crede l'alma, el corpo e i sentimenti
crescere insieme e insieme ancor disfarse,
né senza corpo viva alma trovarse.
Bene è con voluttà piacere onesto
a che 'l sa ben usar, né un duro sasso
o vecchio un gioven esser può sì presto,
ché chi non prend'alcuna volta spasso
e se recrea con trastul modesto,
talor gli avien ch'è de la vita casso,
ché chi 'l curvo arco sempre teso tene,
flessile e molle al fin troppo devene.
Un fren bisogna a regger nostre voglie,
non duro ch'al caval stracci la bocca,
né dolce sì ch'al cavalier dia doglie
in trasportarlo se col sprone el tocca;
ma se con morso grato se recoglie,
se ben correse come quando scocca
veloce la saetta dal balestro,
facile se retiene e volge destro.
Te trasporta il caval vano epicuro
a tanto periglioso precipizio
che pensarli per te m'è grave e duro,
ma voi che 'l pomo a l'arbor del iudizio
cogliesti vòlto al sole e ben maturo,
esser ve deve ascritto a magior vizio
lassarvi trasportar da quel corsiero
che ver l'infamia corre sì legero.
Ma passian, come io disse, el fiume un poco,
e vite sì eccellenti troverete
che l'altre tutte tenerete a gioco
e certo son ch'una ne ellegerete,
prima che ce partian dal sacro loco,
con qual el gran desio estinguerete
che ne le vostre menti avete acceso,
degno da ogn'alto ingegno esser represo –.
Questo parlar tant'ebbe in sé virtute
come antidoto suol contra veneno,
che le parole dolce, savie e argute
al core infermo in lor giovenil seno
restituì la pristina salute:
così ciascun de lor de gaudio pieno,
sequendo quella grata e fida scorta,
gionsero a un ponte e in capo avea una porta.
Una Fabra ingegnosa ivi vicina
cun artificio e gran misura ha erretta,
per fabricar le chiavi, una fucina:
le chiavi per aprir la porta eletta
per la qual cun gran stenti se camina;
ma tal fatica poi al fin deletta,
perché per quel sudor, per quelli affanni
se vive doppo morte infiniti anni.
Essendo sì severa ne l'aspetto,
ammirazion de le'i compagni presero
per poi vederla ad un mestier sì abietto,
ma chiaramente da Eutimìa intesero
de quelle chiavi lo ammirando effetto,
e de comprarne tutti tre s'accesero,
perché li disse la sua duce diva
che la via de virtù cun quelle apriva;
la via d'entrare al degno emporio dove
se merca gloria eterna, e ivi impera
la veneranda figlia del gran Giove,
e ch'una immortal vita comprar spera,
non creda già de mai trovarla altrove.
Piena d'ogni virtù, santa e sincera,
diss'ancor che Grammatica se chiama,
la gran magnana e donna de gran fama.
Eran suoi servi i tre sodali e mai
la presenza com'or non avean vista,
qual de la fama le cresceva assai:
però con reverenza a timor mista,
sapendo lor con quanti stenti e guai
la grazia e il favor da lei s'acquista,
in la magna apoteca tutti introrno,
ivi posando insino al novo giorno.