De lo Emporio de Pallade o vero de Minerva
Febo chiaro facea già l'orïente
e 'l giorno a quelle gente ritoglieva
a cui nostro levante è lor ponente,
e in questo emisperio refleteva
la sua luce seconda men potente;
già l'artifice accorto scosso aveva
dal sasso il foco e la lucerna accesa
per ritornar a la sua usata impresa,
quando pel manegiar de gl'istrumenti
desti e per il parlar d'alcun magnano,
a levar da le piume non fùr lenti
e infra' primi ritrovâr Prisciano,
Donato, el Gazza e altri assai eccellenti,
ch'ognun de loro avea la lima in mano
de la matrona in questa gran boteca,
chiavi limando a la latina e greca.
Perché tal strepito a Eutimìa dispiacque,
da la maestra bon congedo prese,
per condurli oltra quelle turbid'acque;
ma pria a suo modo in questo loco spese
de la moneta sua quanto li piacque
ognun de loro, e grazie da poi rese
a la matrona de la bona cera
qual gli avea fatta la passata sera.
Così seguendo la lor alma diva,
che dal ciel li fu data per un lume
da farli chiaro in sino a quella riva
dove il saper si merca e bon costume,
gionsero a l'acqua rapida e procliva,
al stretto ponte che traversa il fiume,
in capo al qual era la porta chiusa,
perché da poca gente il passo s'usa.
Alora Eutimìa disse: – Questo è il ponte
ch'a chi 'l passa convien l'alma secura
e aver destrezza e non chinar la fronte
in ver quell'onda ruinosa e oscura:
se mai l'ardito giovene Fetonte
per guardare a l'ingiuso ebbe paura,
non men l'arà qualunque mira fisso
nel rapido suo corso e tetro abisso –.
Se a funambolo mai o petaurista,
quando sul fune in piè scherzando vanno,
bisogna un core ardito e ferma vista,
non minor uopo i tre compagni n'hanno
per passar sopra 'l ponte l'onda trista,
che a' viatori dar suol tanto affanno
per la esaltazion d'un rio vapore
ch'esce de quella e per il gran rumore.
E poi sogionse: – Se saper volete
dove il suo tristo inizio il fiume prende,
orribil assai più che Stige o Lete,
da la montagna sterile descende
che a la sinistra mano là vedete,
né giova l'acqua sua, ma sempr'offende,
e il fonte ch'in la cima scaturisce,
non pesci crea ma venenose bisce;
chiamase da ciascun monte Villano
e bestïali li abitanti sono,
vulgo maligno, perfido e profano
da non trovarli in seno un pensier bono:
superbo è ognun de lor, rude e insano
e pegior assai più ch'io non ragiono:
de la Ignoranza la rivera è detta
per l'immondizie loro sempre infetta.
Quanti giardin de gentil piante ornati
gonfiando seco con ruina mena!
Quanti vaghi fioretti e verdi prati
guasta, quando del letto esce per piena!
Quanti mortali in l'onde suffocati
stanno sepolti nella trista arena!
Acqua al mondo non è pegior de questa,
né a la natura umana più molesta.
Ma voi felici pel difficil varco
intrate, poi che 'l ciel per sua clemenza
de la sua grazia non v'è stato parco:
non può alcun caso farve resistenza,
da poi che Febo dato m'ha l'incarco
de passarve oltra sotto sua potenza:
però d'alcun periglio non temete,
mentre che me in tutela vostra avete –.
Così passorno per il tristo passo
la turbida e mortifera rivera
non pur guardando una sol fiata al basso,
però ch'ognun de lor bene istruto era;
e al fin del ponte poi ciascadun lasso,
la gran fatica ancor mostrando in cera,
gionsero, avendo ognun sudato il pelo
e per timore e affanno il petto anelo.
Erano al fin de le magior fatiche
e sentivano già pace nel core,
fermati a pena in quelle piagge apriche;
e quanto pria li molestò il timore,
tanto par che quell'aer li nutriche
però che sempre suol parer magiore
quando un contrario è al suo contrario a paro,
sì come è il dolce a chi ha gustato amaro.
Vestibulo era un praticello ameno
de l'emporio beato, el qual la diva
suol tener sempre de sapienza pieno,
la dea inventrice de la santa oliva
termina il ponte ne l'erboso seno
del verde prato e delettosa riva:
de questo sacro loco ha un angel cura
de la più degna angelica natura.
Mentre su la fresca erba a riposarse
sedeano, ansando la passata via,
subbito inanze a lor l'angelo apparse
che de questo bel loco ha la balìa,
né tardi furno tutti in piè levarse
per farli reverenza; ma Eutimìa
che avea natura come lui divina,
con più securità gli s'avicina.
Non se pon sue accoglienze proferire,
ch'ambi sono celesti e 'l modo è tale
che se sa imaginar, ma non già dire:
però, lettor mio dotto e naturale,
assai deve bastarte questo udire,
che 'l lieto aspetto lor, qual è immortale,
avea del splendor suo sì pien quel loco
che 'l prato, i fiori e tutto parea foco.
Teneva da man destra un vaso d'oro
l'angelo, pieno d'acqua pura e chiara,
un ramo in l'altra poi de verde aloro;
l'onda, ch'ha in sé virtù sublime e rara,
trasse del fiume del virgineo coro,
da le qual dee ogni saper s'impara,
dal fonte che col piede il caval fece,
del qual profano alcun gustar non lece.
– Quest'è un angel del ciel, Desìo chiamato,
per i raggi del sole in terra sceso –,
disse Eutimìa, – e com'Amor è alato,
anzi chi 'l chiama Amor non è represo,
ch'a ognun ch'ha 'sperso de l'umor prefato,
penetra il bon liquor de virtù acceso
in le medolle e sì li scalda il petto
che d'altro ch'imparar non ha diletto.
Come de l'arïete le intestine,
poi che da fece e grasso son purgate,
soglion formar certe armonie divine
quando da dotta man sono accordate,
così fa questo l'alme pelegrine,
da la chiara onda ben mondificate,
cantar di poi con melodie sì rare
ch'a la posterità sempre son care –.
Aspersi del liquor de quel gran nume
ianitor de lo emporïo felice,
lasciorno a drieto il formidando fiume,
l'onda del qual fa l'om sempre infelice;
l'angelo poi secondo il suo costume
feceli entrar alor ch'entrar gli lice,
né a pena li fu l'adito patente,
che de comprar ciascun devene ardente.
Tante preziose merce e ammirande
che tutte aresti ditte dal ciel scese
vedean per ordin d'ambedue le bande,
ma poi che meglio ognun de lor comprese
sua bellezza e 'l valor quant'era grande,
quel bon calor ch'in lor l'angelo accese
tanto multiplicava a poc'a poco
ch'eran al spender tutti tre de foco.
Revolta la tranquilla dea ver loro,
disse cossì: – Poi che qui se raduna
tutto il divino e umano bel tesoro
non sottoposto in cosa a la Fortuna
e è prezioso più ch'argento e oro,
de queste vite qui ne ellegete una
ornata d'un de' doi, qual più ve piace:
ch'un gloria in terra dà, l'altro in ciel pace;
anzi ambi, a dir il ver, pace e onore,
ché queste son ricchezze che seco hanno
vita quïeta, e poi mai non se more,
ch'in terra e in cielo sempre viver fanno –.
Ai tre compagni alor nacque nel core
uno laudabil virtüoso affanno:
dubbiavan non aver moneta tanta
da comprar vita sì famosa e santa;
se non ch'è pur lì de molta baldanza
una fida sensal d'Eutimìa amica,
la qual se suol chiamar vera Speranza,
non come quella vana e impudica
che nell'emporio de Fortuna stanza
e i mercatori in mille lacci intrica,
che confortolli cun sì grato volto
ch'arìa renduto il spirto a un om sepolto.
E disse: – Omai da voi ogni paura
fugga, poi che qui sete e il ciel ve aiuta,
siando sotto tutela sì secura
qual è Eutimìa qui con voi venuta:
qui mercanzie divine e de natura
se vendono, e qui fraudolente e astuta
sensal non sta ch'al mal spender consigli,
qui esenti seti da mondan perigli;
però seguite me se non ve spiace
e condurrovi in questa ornata via,
ch'altra sì bella sotto il ciel non iace:
se gli fia cosa ch'a voi grata sia,
fatime intender quel che più ve piace,
che farven possessor l'impresa mia
serà e spender sì vostri denari
che sempre fra li uman siate preclari –.
Securo e lieto più che mai in sua vita
nel consolato cuor ciascheduno era,
poi che con tanta umanità gl'invita
Speme, quella celeste malossera,
a questa impresa, ch'è pronta e spedita
a fargli comprar merce eterna e vera;
però sequendo la sensal divina,
ne la prima stazone entrôr vicina.
Qui una degna matrona mercatrice
vende colori con li qual se suole
far bello e colorir quanto se dice,
né più vago ornamento è sotto el sole:
Orfeo già requistò la sua Euridice
de questi avendo pitte le parole,
con queste alcun mortal puotè già tanto
ch'altrui volger poteva al riso e al pianto.
Molte madonne questo emporio fanno,
quali fra loro son sì colligate
che a vender sotto una sol tenda stanno:
qui Demostene, Ortensio e l'Arpinate
comprorno i bei color quali usato hanno,
onde sue carte son sì celebrate;
qui la pronuncia e gravi e accuti accenti
se mercano e dialetici argumenti;
ma che val eloquenza e ornato dire,
se a le parole i fatti non son pari?
Ché non conviene ambrosia in vaso vile,
né mal costume a ingegni dotti e rari,
ché l'om più degn' esser die' più civile;
però abbiando lì speso assai denari,
per il consiglio de la sua Eutimìa
andôr al loco de Filosofia.
Questa è quella filosofia morale
da chi el modesto vivere se merca,
pel qual s'acquista poi nome immortale;
chi de salir al ciel la strada cerca
questa li può insegnar le bone scale,
e chi la santa Probità recerca,
mal la può ritrovar in altra parte,
ch'ivi de le sue merce ha la più parte.
In megio de la strada vagabondi
viddeno alcuni dentro il gran mercato
in povertà qual cingani iocondi,
e de sapere i lor costume e stato
essendo i tre compagni sitibondi,
ad Eutimìa da lor fu dimandato
ch'erano questi de sì rozzo aspetto,
a' quai par che 'l stentar sia gran diletto.
– Solo la libertate fa costoro
viver felice in povertate estrema,
quella stimando più ch'argento e oro:
passion non hanno che lor cor li prema,
né son subietti a tribunale o foro,
il che felicità stiman suprema –,
disse Eutimìa, – e al latrar son nati,
però d'ognun son Cinici chiamati –.
Tal dolce libertà tanto fu grata
ai tre compagni in quella vita austera,
che grandemente fu da lor stimata,
e se 'l tanto latrar d'altri non era,
in più prezio cun lor seria ancor stata,
ché la reprension modesta e vera
esser de' cun l'amico, se pur manca,
non ne le strade o ne le piazze o in banca,
ma correger se de', se avvien ch'egli erra,
secretamente, sì che le parole
a la sua fama poi non faccian guerra,
e proprio far como il chirurgo suole,
che cun l'infermo in camera se serra,
se occulta infirmità medicar vòle:
questa sola cagion li vietò il spendere,
siandoli meglior merce ancor da vendere.
Poi ch'ebber visto la prefata gente
e de la vita lor ben fatti chiari,
speso ivi avendo poco, anze pur niente,
partironsi i tre gioveni preclari
e gionsero a una tenda sì eccellente,
ch'ivi el nostro Apuano i suoi denari
impiegò in merce per le qual de poi
visse con bona fama i giorni suoi:
perché il Peripatetico qui tene
cose che desïar deve ogni umano:
qui non cerc'altro ognun ch'a comprar vene
che aver la mente sana in corpo sano,
né se può acquistar quasi un tanto bene
in altro loco, e però qui Apuano,
poi che la cara mercanzia intese
de la pecunia sua molto ne spese.
De l'animo, del corpo e de fortuna
i ben comprar cercò per gran moneta,
merce al comun iudizio assai opportuna
a chi vita desia felice e leta,
ben che de queste quasi sempre alcuna
mancare a noi mortali è consüeta,
per la quale di poi la nostra vita
de sua felicità par impedita.
Mentre Apuano a numerar attese
il promisso tesoro al mercatante,
sì come Speme doppo le contese
el mercato concluso aveva inante,
Eutimìa, Filareto e il Carrarese
andorno a un altro loco non distante:
del patron credo abbiate già la fama,
però che l'Accademico se chiama.
Questa sol differenza infra questi era,
fra questi mercatanti nominati:
l'un la vendita sua facea sincera
e l'altro poi dubbiossi i suoi mercati;
credeva il primo la sua merce vera,
l'altro cun argumenti ben pensati
il pro e 'l contra de le sue assai dice,
né vòl concluder qual fa l'om felice.
Poi ch'ebbero comprato a suo diletto
i doi compagni de le robbe care
e se partîr dal venditor predetto,
ad un portico magno e singulare
venero situato da rimpetto,
atto molto al colloquio e al passegiare,
dove un d'aspetto grave e venerando
vidder cun un stroppiato ir ragionando.
Taciti il Carrarese e Filareto
stettero, ivi vedendo un om sì strano,
povero, infermo e nondimanco lieto
come si fusse ben felice e sano;
per esser questo fuor del consüeto,
de grande ingegno el giudicorno o insano,
perché quel atto demostrava espresso
savio a patir o fuora de se stesso.
Come goccia tirata fuor d'un vaso
iudizio indubbitato dà del resto
de quel liquor il qual dentro è rimaso,
e poc'acqua del mar fa manifesto
sì come è tutto da oriente a occaso,
così 'l breve parlar fece de questo,
che, salutandol lor come è costume,
rispose: – La virtù ve faccia lume –.
Respose esso, ch'a lui parlorno prima,
parendoli omo non de gran respetto,
anzi pur no'n'arieno fatto stima,
se del vecchion non era il grave aspetto,
vedendol de miseria in la parte ima:
ma sue resposte poi glil fêr sì accetto
che quelle cerimonie usorno alora
cun quale il suo magior ciascuno onora.
Così mirando in questa parte e in quella,
sempre insieme parlando e passegiando,
viddeno affissa al muro una tabella,
spettacol certo sacro e venerando
per l'artificio e la dottrina bella,
qual è un precetto scritto in lei notando:
– Tollera e astene –, e con alzati ciglia
il lessen cun diletto e maraviglia.
Essendo fatti de lor nomi chiari,
ch'era Epittèto l'un, l'altro Zenone,
de la stoïca setta omini rari,
pigliorno alor ardire e prosunzione
a supplicar che non li sieno avari
a darli de sue merce informazione
e far de l'epigramma chiaro il senso,
ch'ivi denante a lor vedean suspenso.
Prese l'asunto il stoïco Epittèto
responder primo, che fu primo ancora
a festigiarli con il viso leto,
e così disse: – Ognun che qui dimora,
questo difficil ma moral decreto
senza timor insino a morte onora,
anzi qui un bel morir se stima vita,
per tener l'alma cun virtute unita.
Povero, servo e de le membra manco
sono, come vedete, e nondimeno
felice per aver l'animo franco,
senza passione e de quïete pieno,
ché questo bon conforto ho sempre al fianco,
che a' dei son grato su nel ciel sereno,
e quel gli è grato manifestamente
a cui virtù refulge ne la mente.
Come spera de spechio ben brunita
meglio i raggi del sol dentro receve
che quella che da rugine è impedita,
così che de virtù la luce deve
ricoglier ne la mente, esser polita
conviengli d'ogni macchia grave o lieve,
né può farla altro più lucente e bella
che quel ch'è scritto in l'aurëa tabella.
Tollerare e astenerse questo insegna,
e qual magior virtute infra' mortali
la ponno fare più fulgente e degna?
Queste la fan costante a' beni e mali
che dà l'instabil dea ch'al mondo regna,
e fan gl'umani in ogni vento tali
che non cognosci in lor passione alcuna
quando li esalta o opprime la Fortuna.
Quai sieno i propri ben conviene intendere
de noi mortali e de quell'empia ancora,
e come amar debiangli e come spendere,
e come sia importuna essa talora
a farseli a suo modo da noi rendere;
però de questo emporio è 'sclusa fora,
e quel che spende qui la sua moneta,
la mente in lui di poi sempre ha quïeta.
Se de questa eccellente mercanzia
desïati una vita ben fornita,
per farve manifesto ch'ella sia,
a far l'animo invitto questa aita:
per proprio nome chiamasi Apatia:
mediante questa, non stimò la vita
alor che disse il nostro bon vecchione:
– Mie membra puoi pistar, ma non Zenone –.
Molt'altre cose de la merce nostra
dir non porrei, ma questa è principale,
che senza passïon viver ce mostra –.
Alora respondea nostra sensale:
– Certo Epittèto la mercanzia vostra,
chi la può comprar vera, molto vale:
ma quanti son che ben fornir se credano,
che, nella prova, del suo eror s'avedano?
A spender qui, compagni mei, ve esorto,
quantunque sia de intollerabil spesa,
ma quando vòl Fortuna farve torto,
questa ve aita a sopportar l'offesa;
se non in tutto, almen ve dà conforto
e l'ingiuria di poi tanto non pesa,
ché ognun del male fugge meglio il tedio,
quando a l'infirmità s'ha il bon remedio –.
Poi che 'l dolce parlar ebbe finito
la bella donna, ciascadun de loro,
per accettar de l'esortar l'invito,
a spender comenciò del suo tesoro,
e come poi fu ognun de lor fornito,
volendo indi partir, in prima andôro
con umil voce e molta reverenza
da' saggi mercatanti a tuor licenza.
Partendo cominciò Eutimìa a dire:
– Quel che possa virtù, visto avete ivi:
questi eran morti, e di poi 'l lor morire
gli ha ritornati più che prima vivi,
e forse il mondo pria porria finire,
che sieno giamai più de vita privi:
donque a voi non incresca or aver speso,
poi ch'a doppio il guadagno ve fia reso –.
O giovenetti, che la borsa piena
secondo vostra etate aver dovete,
se alcun sensale a spendere vi mena,
inanzi agli occhi chiara norma avete
che vita virtüosa è sol serena;
però vostra moneta in lei spendete
che sola sempre vi può far beati
e a gli omin in terra e a Dio in ciel grati.
Poscia che de quel sacro emporio fuora
forniti uscirno de le merce sante,
non era il mezzodì passato ancora,
ch'una selva de lauri non distante
vidder, la più procèra e più decora
ch'altra ch'agli occhi suoi mai fusse inante,
ne la qual s'alza al ciel un magno tempio,
al mondo de bellezza unico esempio,
le cui regali e eminenti mura
fra verdi rami cun sì gratto aspetto
bianchegiar se vedean, ch'ogn'altra cura
fuor che mirarli gli sgombrò del petto;
e iudicôr che tale architettura
formata avesse angelico intelletto
e ch'era questa machina divina
decente a quella dea qual n'è regina.
D'ambe le bande de la via beata
ch'i peregrini al sacro tempio mena,
olivi songli ch'ombra fan sì grata
ch'al viator acresce anima e lena;
e stanno in una schiera sì ordinata
che differenza non gli vedi a pena
di statura e diresti che piantate
funno in un giorno, o in un sol giorno nate.
Come chi cosa desïata vede
e la letizia in cor gli cresce tanto
che gli è vicino e a pena ancora il crede
e per gran tenerezza vene al pianto,
poi che gli occhi fidel ne fan pur fede,
così siando propinqui al loco santo,
pieni di summo gaudio e maraviglia,
avevan leti lacrimose ciglia.
Ormai potean veder distintamente
la forma del santissimo edificio
e quanto sia ogni cosa lì eccellente:
il sito, la materia e l'artificio,
ch'a pena può caperlo umana mente
sì che ne possa dar vero iudicio;
pur quanto m'ha narrato il Carrarese,
lettor mio degno, te farò palese.
Sperica forma ha il corpo principale
con mura d'alabastro tanto belle
ch'alcuna etate mai non vidde tale,
e intorno il cingon nove gran capelle
con proporzione e con simetria equale,
che dir se può secur che son sorelle,
quale escon fuor del primo mur rotondo
con tanta venustà quanta altra al mondo.
Surge in megio di quelle il bel pinnacolo
del tempio e tanta grazia al tutto dona,
quant'altra possa aver alcun spettacolo;
quella barbara Menfi o Babilona
oramai taccino ogni suo miracolo,
ché sol de questo ciascadun ragiona,
e se gli è vero quel ch'ivi se dice,
fu Poesia architetta e la inventrice.
D'intorno poi su le truine stanno
nuove gran statue qual diresti vive,
se non che 'l moto e 'l respirar non hanno,
e simulacri son de quelle dive
che intelligenza a nostri ingegni danno
de quanto poi se canta e in carte scrive;
sta su la cima del superbo fano
quella d'Apollo con la citra in mano.
Poi che cognober manifesto ch'era
quello il colosso del signor di Delo,
con quella mente candida e sincera,
con quella reverenza e con quel zelo
qual se convien a servitute vera,
ambo le mane tutti alzando al cielo,
il salutorno, e li ginocchi al smalto
tenendo un tempo e gli occhi vòlti in alto.
E così cominciò sua savia scorta
poi che fu ognun de lor levati in piede:
– Ecco qui il tempio, ecco la sacra porta
de cui l'adito a pochi se concede:
ma a chi vigila, astense e chi supporta,
licito è intrar e a chi serve con fede
a quel segnor el qual me inviò pria
a farve sempre dolce compagnia.
De questo dio ammirando io son antica
familiar fida, e ogni suo precetto
obedir mai me fu né fia fatica.
Teone a regger qui da la dea eletto
sempre onoromme, io sempre li fui amica:
però l'intrar non ce serà interdetto;
ma per schivar ogn'atto d'insolenza,
io prima anderò a lui per la licenza.
In questo tempo, presso al fonte sacro
sul qual la bella imagine vedete
che de Dïana casta è simulacro,
lavandovi ambidui me aspetterete,
ché in questo limpidissimo lavacro
così far ve convien, se intrar volete
ché là non lice andar qualunque sia,
se fatta espïazion non arà pria.
Non vederete in così magna mole
statüa d'oro né d'argento alcuna,
ché l'alma dea purissima non vòle,
perché metalli son de la Fortuna,
da quali tanto mal proceder suole
quanto da cosa sia sotto la luna;
e così meno ancor sopporteria
ch'in quel sacrario entrasse anima ria;
e morticinio nel cenobio santo
non usan per lor cibo o ver per vesti,
perché de purità portano il vanto;
de avorio statua lì non trovaresti,
ché la sincerità li piace tanto
e songli i sanguinosi sì molesti,
che non puon veder segno alcun de morte,
nel tempio, d'animal d'alcuna sorte –.
Partita, ditto questo, poi pervenne
piena de gaudio al venerando loco,
né molto caminar però convenne,
ch'era distante al vivo fonte poco.
Così introdutta, quel che vòlse ottenne
dal gran Teone, qual de divin foco
piena ha la mente e ancor de profezia
e sempre amico ver fu de Eutimìa.
Né molto stette poi, ch'ebbe licenza
a presentarli inante al grave aspetto
de Teon sacro, vaso de sapienza,
dal qual con caritate e grande affetto
fatto gli fu gratissima accoglienza
per le virtute lor e per respetto
de Eutimìa, la qual stata era sua duce,
che sempre ai nomi lor ha dato luce.
Il savio in megio d'ambidui se pose,
poi aviosse in ver el magno altare
ragionando con lor de varie cose;
e vider su l'ancona fiamegiare
tre versi scritti in pietre luminose,
che mai non fe' Natura le più chiare,
e radïavan tanto intorn'intorno,
che legger se potean la notte e 'l giorno.
– Io son quel che è, quel che serà e ch'è stato –
diceva il primo verso, e l'altro poi:
– Nisuno il velo mio ha revelato –,
il terzio divin più che li altri doi:
– Qual fruto ho parturito il sole e nato –,
sì che, lettore, imaginar tu pòi
se restorono alora stupefatti
e fuor de senso nella mente astratti.
Vedendoli il divin Teon sì intenti
nel chiarissimo enigma, disse alora:
– O voi, amici mei, spirti eccellenti,
d'un tanto gran misterio non esplora
il ver, credete a me, sì facilmenti
colui il quale il bon principio ignora,
né stia alcun de voi maraviglioso
se l'epigramma a vostre menti è ascoso.
Chi sia la sacratissima regina
qual qui s'adora, pria saper convene
chi intender vòl l'angelica dottrina:
quest'è Minerva (non quella d'Atene),
questa la intelligenzïa divina
esprime a chi il suo nome intende bene,
né suona altro, secondo il parer mio,
che mente sapientissima de Dio.
Questo è quel fonte vivo, da qual scende
ogn'intelletto e ogni bene al mondo;
questa parturì il sole e questa accende
quel lume in lui, il qual fa 'l ciel iocondo;
questa è la causa da la qual depende
il ben de l'universo almo e fecondo;
quest'è quella santissima Minerva
qual ha creato il mondo e che 'l conserva.
Sì come la divina sapïenza
è il chiaro sol del mondo intelligibile,
così il suo simulacro e sua presenza
ne esprime in questo mondo il sol visibile,
al qual dà il sommo ben tanta eccellenza;
che sia sua imagine è cosa credibile,
ché fra divi nel ciello è collocato
come gran re nel suo mirabil stato.
Principe è questo de le Muse e duce,
che son de' cieli nuove intelligenze
che recevon virtù da la sua luce,
da qual scendono in noi tutte le scienze
e tutti i gentil frutti che produce
l'umano ingegno; e tutte le influenze
che muoven nostre menti a dotte imprese,
da i raggi son de queste dee discese.
Qui lo Arïosto tragico da Clio
afflato fu così ch'in quel bel stile
gran suono ha la sua tromba al parer mio;
qui il Veritate e il Barignan gentile
Melpomene nel seno un tal desio
divin gli accese col suo bon fucile,
che i fe' immortali, e qui molto ebbe caro
Polimnia il Bembo, Urania il Sannazaro;
qui il vostro Simoneta milanese
de lauro da Talìa fu coronato
e qui il partenopeo Tilesio prese
da Euterpe il vago stil candido e ornato;
qui il Citadino di cantar se accese
versi amorosi, ché lo ispirò Eràto;
Galeotto Caretto e 'l Tebaldeo
qui illuminò Callïopè d'Orfeo;
de lo Aretino credo abbiate udito
quanto qui già Tersicore col canto
la citara sua dolce ha favorito;
molti altri de qui al mondo hanno gran vanto
ch'ancora vi saran mostrati a dito
che io tacerò per non tediarvi tanto,
ch'ormai Febo da noi se vòl partire:
ben vi farà lor nomi Fama audire –.
Poi che quel santo vecchio il gran mistero
gli ebbe spianato e siando tardi ormai,
ché se oscurava già nostro emispero,
doppo i regraziamenti fatti assai,
gl'introdusse nel magno monastero:
del nuovo giorno lì spettando i rai,
ora, lettore, imaginar tu pòi
qual furno in quella sera i sermon soi.