Deianira a ErcoleEpistola nona

By Remigio Nannini

Io ben mi glorio, io ben mi pregio e vanto

Ch'Ecalia, o grande Alcide, all'alte e chiare

Prove nostre s'aggiunga, ma ben poi,

Lassa, mi doglio ch'a la bella vinta

Nimica tua tu vincitor soggiaccia.

La brutta fama, e de' tuoi fatti indegna

A le greche città subito è giunta,

Gridando: a quei che mai Giunon non vinse,

Né l'atterraron le fatiche immense,

La bella Iole sola ha posto il giogo.

Quest'è l'empio desio, quest'è la voglia

Del crudo Euristeo, e de la tua matrigna

Al gran Giove sorella, a cui fia grata

La lorda macchia di tua brutta vita:

Ma tu non sembri quello al cui concetto,

Se creder ciò si deve, una sol notte

Perché nascessi tale, oimè, fu poca,

E via più che Giunon, Vener ti nocque:

Ch'ella t'alzò mentre t'oppresse, e questa

Tien sotto al piede umile il collo altero.

Guarda intorno la terra, e guarda il mare,

A cui l'antica e desiata pace

Con le tue forze già rendesti, e vedi

Che quella e questo ti s'inchina e debbe;

Guarda, deh guarda omai che de' tuoi merti

Del sole è pieno e l'uno e l'altro albergo.

Tu pria reggesti il ciel, che debbe poi

Sostener te; così l'antico Atlante,

Posto il gravoso et onorato incarco

Sopra gli omeri tuoi, le stelle resse.

E ch'hai fatto per tante, e sì famose

Opre, salvo ch'aggiunto a la vergogna

Hai maggior biasmo, or s'a' bei fatti illustri

La sozza macchia de lo stupro aggiugni?

Tu fusti quel, come è 'l publico grido,

Che due rabbiose avelenate serpi,

Mentre eri in fasce, strangolasti: allora

Fusti degno ch'un dio ti fusse padre.

Il principio fu buon, ma tristo il fine;

E son di quelle prime assai minori

L'ultime prove, e da te stesso sei,

Allor fanciullo, or vecchio, assai difforme.

Colui, lassa, colui, che mille belve,

Né Giunon mai, né 'l suo nimico Euristeo

Poteron superar, l'ha vinto Amore.

Forse ch'alcun dirà ch'io sia felice,

Perch'io son donna al grand'Ercole, e nuora

Di quello dio che su dal ciel qui tuona;

Ma quanto male ad uno aratro insieme

Due giovenchi si stan, che sien tra loro

Poco conformi, o di valore o d'anni,

Tanto si disconvien ch'a grande sposo

Si congiunga di lui sposa minore.

Non m'è gloria, ma peso; e questo incarco

Offende l'altrui spalle: onde s'alcuna

Vuol maritarsi pur, s'unisca a quello

Che di sangue, e virtù sia pari a lei.

Il mio sposo da me sempre è lontano,

E 'l peregrin via più di lui m'è noto:

Egli seguendo va gli orrendi mostri

E le selvagge belve, et io dolente

Vedova, e sconsolata in casa stommi

Intenta ai voti et a' pudici prieghi,

Temendo ch'egli tra' suoi tanti, e tanti

E nimici, e perigli, oimè, non pera:

Io sempre ho nel pensier cinghiali e serpi,

Leoni ingordi, e con la mente ognora

Tra lor m'aggiro, e con quest'occhi veggio

A l'ossa del mio sposo i cani intorno.

L'interiora dell'uccise bestie

Mi fan temere, e le notturne larve,

E quanto ha di secreto in sé la notte,

Mi spaventan mai sempre; ed io meschina

Vo pur cercando se la fama incerta

Qualche nuova di te n'arrechi, et ora

La vana speme il mio timor discaccia,

Or la paura la speranza uccide.

La tua madre è lontana, e duolsi e piange

Che di sé s'invaghisse un tanto dio,

Né m'è presente Anfitrione od Illo,

Quest'ad ambi figliuol, quello a te padre.

Sol l'empio esecutore ascolto et odo

Dell'iniqua Giunon, di cui pur troppo

È lunga l'ira: e questo a le mie spalle

Fora peso leggier, s'a tale incarco

Non aggiugnessi i peregrini amori,

Per cui del seme tuo ciascuna donna

Fatta gravida omai, puote esser madre.

Io non vo' dir, né ricordarti quando

Nelle valli d'Arcadia a la bell'Auge

Togliesti l'onestà, che tanto è cara;

Né conterò lo scelerato parto

De la figlia d'Ormeno, o 'l brutto stupro

Di cinquanta sorelle, ove pur una,

La tua mercé, non vi restò pudica.

D'una adultera sol vo' dirti, ond'io

Son fatta a Lamo suo figliuol matrigna,

Per cui già vide il bel Meandro, ch'erra

Nelle medesme terre, e l'onde istesse

In sé stesso ritorce, ahi lassa, dico,

Vide i monili a quell'erculeo collo,

A cui piccola già fu soma il cielo:

Non ti parve ei vergogna aver d'intorno

Le perle e l'oro a le gagliarde braccia,

Che tolser l'alma al gran leon nemeo

Di cui la spoglia al manco omero pende?

Ardisti mai d'ornar l'irsute chiome

Di nastri e frange? Oh quant'assai più degni

Erano i capei tuoi del bianco pioppo!

Oh non ti vergognasti, oimè, che biasmo

Ti fosse, a guisa di lasciva putta,

Cingerti il feminil meonio cinto?

Non ti torn'egli a mente unqua l'imago

Del crudo e fero Diomede, il quale

D'umana carne i suoi cavai pasceva?

Se dell'Egitto il gran tiranno avesse

Vistoti in sì lascivo abito e molle,

Gli fora stato assai vergogna e scorno

D'esser stato prigion d'uomo sì vile;

E tolto avria dal duro collo Anteo

Le fasce feminili, e i cerri d'oro,

Per non aversi a pentir mai d'avere

Ceduto ad uomo effeminato e infermo.

La fama è qua che tu portasti il cesto

Tra le fanciulle ionie, e le minacce

Temesti già de la tua bella donna.

Ahi non ti guardi, Alcide? ahi non t'astieni

Di metter entro a' lor canestri quella

Di mille imprese già vittrice mano?

E, qual femina vil, tremando fili,

Et a la bella tua signora rendi

Del tuo filato, o gran vergogna, il peso?

Ahi quante volte, ahi quante volte, mentre

Torci lo stame con le dita dure,

Le man robuste hanno spezzato i fusi!

Anzi si crede, o poverello Alcide,

Che da la sferza sbigottito, a' piedi

De la tua donna paventassi l'ire,

E narrassi le prove ond'hai portate

Mille onorate palme, e mille chiari

E superbi trofei, i quali allora

Per vergogna minor tacer dovevi:

E che tu dica che rinvolto in fasce

Uccidesti due serpi, e le lor code

T'avolgesti alle mani, e come ancora

In Erimanto il cinghial morto giace.

Né del tracio tiranno i fatti crudi

In silenzio trapassi, e i bianchi teschi

De' tristi morti agli empi alberghi affissi,

Né le cavalle di lor carne grasse;

Né 'l brutto mostro che tre corpi aveva,

Benché fusse in tre corpi un uomo solo:

Io dico Gerion, di cui pasceva

L'armento ricco in su l'ispano Ibero;

Né le tre fronti ancor de' cani orrendi

Di Cerber tronche via da un busto intero,

E che 'n vece di peli avean serpenti;

Né la serpe lernea, che de' suoi danni

Si faceva più ricca, e le ferite

La ritornavan più gagliarda e forte.

E non debbi tacer chi già morio

Tra 'l sinistro tuo fianco, e 'l destro braccio;

Né come ancor parte uccidesti, e parte

Volgesti in rotta del biforme stuolo,

Colà ne' monti di Tessaglia, il quale

Avea, folle, nei piè la speme posta:

Ma puoi tu mai col bel sidonio manto

Narrar sì degne e gloriose imprese?

E la tua lingua pel vestito indegno

Non si fa muta, e per vergogna tace?

Ancor la donna tua l'armi famose

Si mise in dosso, e del marito vinto

Arrecò degne et onorate spoglie;

Vattene or pure altiero, e i fatti egregi

Racconta omai, che tu gli narri indarno:

Perché ella adesso è degnamente quello

Che tu sei stato indegnamente, et ella

Alcide or è, tu feminetta vile,

Di cui tanto minor sei fatto, quanto

Era gloria maggior vincere Alcide

Che quei che tu col valor tuo vincesti.

Di lei le palme son, di lei le pompe,

Di lei l'onor delle famose prove;

Taci, non ti lodar, perch'ella omai

È fatta già de le tue lodi erede.

O vergogna nefanda! i duri velli,

Tratti per forza da le coste dure

Dell'irsuto leone, han ricoperto

L'omero feminil, lascivo e infermo:

Ma tu t'inganni, ché sì fatte spoglie

Non son più del leon, ma sono or tue:

Tu la fiera vincesti, ella te vinse.

Una femina, lassa, a cui la rocca

Di lana carca saria grave, e poco

Atta a portarla, ha già portato quelle

Armi onorate, che del negro sangue

Fur dell'Idra lernea macchiate e tinte;

Ed avezzò la mano a quella mazza

Che domò belve orrende, e poi lasciva

Corse a lo specchio, e ne lo specchio vide

Se stessa, e l'armi del suo folle sposo.

Io bene avea sì fatte cose udite,

E mi piacque il comun publico grido

Talor per falso aver, ma 'l lieve duolo

Dalle orecchie partissi, e corse agli occhi,

E inanzi agli occhi miei venuta veggio

La peregrina meretrice, e poco

Valmi il celare il mio supplicio grave.

Né vuoi soffrir che la nimica mia

Da me si parta, la qual venne, ahi lassa,

Per mezzo a la città, perché quest'occhi

La dovesser mirar mal grado loro;

Né venne co' capei negletti e incolti

A guisa di prigion, né tenne il volto

Dimesso e chino, e col dolore esterno

Non confessò la sua fortuna avversa;

Anzi adorna sen va di perle e d'oro,

Come ancor tu d'oro e di perle adorno

In Frigia fusti, e con la fronte altera

Riguarda ognun, tal che par ch'abbia in piedi

La patria, il padre vivo, e vinto Alcide.

Et ella forse ancor, poi che scacciata

Fia l'infelice Deianira tua,

Deposto il vile abominevol nome

Di meretrice, ti sarà consorte.

E l'infame imeneo gl'infami corpi

Del grande Alcide e de la bella Iole

Congiungerà con matrimonio infame.

L'anima, oimè, per tal pensier si fugge,

E mi trascorre per le membra un gelo

Che la lingua e la man mi fan di smalto.

Tu pur ancor me con molte altre amasti,

Non te ne doglia, e senza colpa, et io

Ti fui cagion di due famose guerre,

Per cui piangendo entro a le turbide onde

Accolse l'Acheloo le rotte corna,

E nell'acqua fangosa il capo immerse;

E morto ne restò per tuo valore,

E per virtù del buon venen lerneo

Nesso biforme, che del proprio sangue

Fece del fiume Even l'acque vermiglie.

Ma perché raccont'io tai cose? ahi lassa!

Ecco, mentre ch'io scrivo, un nunzio tristo

Mi vien, che per cagion di quel veneno

Di ch'era tinta la camicia, il mio

Sposo si muore: ahi lassa me! ch'ho fatto?

A che m'ha spinto il mio furore insano?

A che temi il morir, Deianira empia?

Il tuo marito in mezzo al monte Oeta

Fia tormentato, e tu crudel, che sei

Di tal scelerità cagione e duce,

Resterai dopo alla sua morte in vita?

E ch'ho fatto che sia di fama degno,

O ch'io debb'esser mai tenuta sposa

Del grande Alcide? La mia morte istessa

Gli farà fede, ch'io gli fui consorte:

Tu Meleagro ancor, nel mio morire

Conoscerai ch'io ti son stata suora.

A che temi il morir, Deianira empia?

O nostra stirpe a' dolorosi danni

Et agli oltraggi di fortuna esposta,

Benché paressi un dì felice e lieta!

La noiosa vecchiezza affligge e preme

Il vecchio padre de' suoi figli privo,

E 'l mio fratel Tideo sen va sbandito

In peregrine parti, e l'altro, vivo,

Finio la vita sua, lassa, nel mezzo

De le fiamme fatali, onde mia madre

L'ignudo ferro entro 'l suo petto ascose.

A che temi il morir, Deianira empia?

Ma questo sol, per le sacrate leggi,

O dolcissimo mio diletto Alcide,

Del letto genial, ti giuro, ch'io

Non t'ho mai fatto oltraggio alcun, ma l'empio

Nesso, dapoi ch'al petto ardente vide

Fitto il pungente avelenato dardo,

Mi disse: il sangue mio ha gran valore

D'innamorare altrui; ond'io bramosa

Tenerti all'amor mio legato e preso,

Ti diedi i panni già bagnati e tinti

Nel suo mortale avelenato sangue.

A che temi il morir, Deianira empia?

Restati in pace omai, canuto padre,

E tu Gorge sorella, e tu mia dolce

Patria, e tu frate a la mia patria tolto.

A Dio, giorno infelice, ch'a quest'occhi

Esser l'ultimo debbi, e tu mio sposo,

Pur che tu possa, oimè, resta felice:

A Dio, dolce Illo, a Dio mio figlio, a Dio.