Del biasimo

By Agnolo Bronzino

Or si vedrà quanto 'l Biasimo vale

e come non val tanto a mille miglia

la loda o sia per bene o sia per male.

Cosa da farsi, a dir da chi la piglia

troppo in furia, tener bugiardo e matto,

cotanto il falso e la pazzia somiglia.

Chi mi porge or aiuto e mi rende atto

a tanta impresa e così nuova, ch'io

tentare ardisco e già 'l foglio ne 'mbratto?

Ché, se ben di lodar l'animo mio

è 'l biasimare e 'l dir mal, pur vorrei

mostrar ch'io non agguaglio al buon il rio.

A voi, Castalie, aiuto chiederei,

che solete così talor ghignando

esser seconde ai ghiribizzi miei;

e ve lo chieggo finalmente, quando

voi non crediate perder tempo: or via,

veggo ben io che 'nvan non lo domando!

Non crediate ch'io dica ch'e' si dia

lode a ognun che biasma, ch'ogni lingua

non par che da lodar per certo sia.

Però bisogna che ben si distingua

da dir male a dir mal, da come a come,

da intenzione a 'ntenzion, da lingua a lingua.

Quei che per astio pettinan le chiome

altrui, cercando nuocere al sicuro

e certi tristi, a ch'io non vo' dar nome,

lacerateli pur, ch'io non mi curo

di lor, se non in quanto ch'agl'umani

son d'util grande; e so che vi par duro.

Ma se con occhi e con giudicii sani

andrete ben guardando e discorrendo,

non vi parranno forse così strani.

Ben vi bisogna, innanzi che tessendo

vada la tela, aspettar ch'io l'ordisca,

ché bene al tempo l'andrò riempiendo.

Par che natura quest'uso patisca

non solamente del dir mal, ma quasi

a ciò ne 'nviti, sforzi e 'nnanimisca;

però non è possibil che rimasi

se ne sian gl'uomin mai, ch'uso e natura

hanno troppo poter ne' nostri casi.

Dico così per certi, che paura

hanno che 'l biasimar nuoca e dispiaccia,

né credon nulla altrui s'e' non si giura.

S'il biasimo e 'l dir mal fusse cosaccia,

arebbe la natura troppo errato

a patir, non ch'a far, ch'ognun lo faccia,

ché non è uom, di qualsivoglia stato,

che se ne guardi e non ne cavo i santi,

che no 'l farebbon già, sendo peccato.

Non hanno sempre i frati predicanti

biasimato gl'avari e gl'invidiosi,

i golosi, i carnali e gl'arroganti,

e gl'altri vizii strani e vergognosi,

ch'a raccontar sarebbe cosa lunga,

per fare gl'uomini onesti e virtuosi?

Non basta che 'l villano il bue congiunga

al giogo e ponzi e gracchi, se talvolta

e bene spesso, non lo frughi e punga.

Così non basta all'uom, ben che raccolta

abbia la mente a ir pel cammin ritto,

se qualcun, che 'l trafigga, non ascolta.

Questo non lascia alla superbia un zitto

farli d'intorno e guarda a porre il piede

sul netto, acciò non sia 'ntriso o trafitto.

E perché ben conosce ed ode e vede

ch'ognun si biasma, almanco si contenta

d'esser a ttorto e che qualcun lo crede

e quand'ei sa ch'a ragion sia, diventa

o quanto può s'ingegna esser migliore

e d'aver la cagion che 'l biasma spenta.

S'e' si lasciasse il biasimar, l'onore

e 'l vituperio parrebbon fratelli,

d'un pelo e d'un medesimo colore.

Quanti sarien poltroni o trafurelli,

che son persone valenti e leali,

perché di lor ben si creda e favelli!

Ben ci son de' ribaldi naturali,

che, s'e' non fusser le scope e' capresti,

poco si curerien di chi cicali.

Ma non pensate che già mai di questi

parli, né di certi altri, che vergogna

non hanno d'esser vili e disonesti.

Questi non han di mitera o di gogna

spavento, se non forse del disagio,

e però favellar non ne bisogna.

Starebbe troppo l'uomo in ozio e 'n agio

e non gl'essendo mai rivisto il conto,

tutto che buon, si potre' far malvagio;

ma, temendo del biasimo l'affronto,

sta sempre mai 'n orecchi e 'n su le sue,

per ritrovarsi in ogn'assalto pronto.

Un dipintor, quando l'opere sue

sente lodar, poco n'avanza e parli

esser qualcosa almanco delle due;

ma quand'egl'ode ch'uno o più ne parli

con biasimarlo o sia vero o bugia,

s'egli è da ben, non può se non giovarli.

Fate pur conto che più carestia

sia di chi dica altrui 'l vero in sul viso,

che d'altra cosa che bramata sia

e tengasi per fermo e certo avviso

ch'e' non è uom di chi mal non si dica,

s'e' discendesse ben di paradiso.

Felice dunque chi senza fatica

può saper quel di ch'egl'è biasimato

e che 'n qualche bel modo un glielo dica.

Dico in bel modo, ché, quando allegato

t'è, la persona propria che ti carda,

appena puossi non l'avere odiato,

se ben chi con ragion diritto guarda

devrebbe amarsi e sapergnene grado

di più, non sendo in tutto empia e bugiarda,

massime non avendo o ponte o guado,

da passar questo pelagaccio lordo,

miglior di questo o di più fermo grado.

Un savio ch'ode biasimarsi, il sordo

suol dimostrare e 'ntanto far s'ingegna

con la virtute e 'l ver lega e accordo

ed a se stesso sé chiama e rassegna

i pensieri e gl'affetti, i modi e l'opre

e ne fa paragon, che 'l ver gl'insegna;

né più crede a credenza o finge o cuopre

d'esser perfetto o senza macchia, almeno

a se medesmo, anzi ogni ver si scuopre.

E fa ragion che chi magagna in seno

porta, convien che nel viso la mostri

e quale il seme fu, scuopra il terreno.

E i biasimi di fuor ci fanno a' nostri,

che noi spesso sogliam dare a noi stessi,

dentro scoprir mille imboscate e mostri.

Sono i biasimi certo doni espressi

di natura e del cielo e senza loro

non è discorso che non la corressi.

Ma donde vien ch'un così gran tesoro

è sì poco apprezato, anzi è da molti

spogliato di creanza e di decoro?

Quest'è che con dolor par che s'ascolti

il biasimo di sé, ch'esser tenuto

ignorante o vizioso troppo duolti

e pria ch'un altro il dicesse, voluto

aresti rimutarti, ove che poi

non ti par che 'l ben far ti sia creduto.

E donde ancor che quel che spiace a noi

diam quasi a tutti e biasimasi spesso

— che par gran cosa — i cari amici suoi?

Quest'è ch'un non s'ardisce a quello stesso

ch'erra, versare i suoi biasimi addosso,

perch'offenderlo parli troppo espresso.

Già non puoi far che quand'un altro mosso

s'abbia a dir qualch'error di lui, s'il vero

dice, che sempre tu l'abbia riscosso;

ma per parere altrui d'animo intero,

t'accordi seco e mostri ch'e' ti duole

d'averlo a biasimar, come fa in vero.

Ma quando di suo amico un fa parole

tali, che sol si fan con gl'altri amici,

ridirle al biasimato non si vuole,

se non generalmente, ché gl'offici

de' buoni son di giovar, sempre avvertendo

di non appiccar liti o far nimici.

Potrai ben, verbigrazia, dir ch'essendo

'n un luogo, udisti dir non so che cose,

andandole velando e rivolgendo,

e tanto far, con parole ingegnose,

che colui intenda, ancor che tu non paia

dirlo, acciò che gli sien manco noiose.

Suolsi tal volte ordir, come per baia,

qualche favola, un terzo biasimando

di qualche vizio, che col suo s'appaia

e tanto accortamente irla adattando,

che quel tuo amico, se ben altro finge,

per sé la piglia e si va rassettando,

ché la vergogna e 'l dolor lo costringe,

e tanto più s'e' vede che tu 'l fai,

perch'egli intenda, e di rosso si tinge.

Con certi poi con chi gran pratica hai

o che sien tua famiglia, se non basta,

senza velame biasmar li potrai.

Vero è che l'adirarsi spesso guasta

il biasmo e, dato con dolcezza, acconcia;

né si tira o si gramola ogni pasta.

Pur di men non si biasmi o garra un'oncia

alcun, dove tu vegga di far frutto,

se bene alquanto se n'adira e 'mbroncia,

perché, passato quella furia, tutto

che li noiasse, lo piglia per bene,

togliendo via le macchie, ond'era brutto.

Chi non vuol biasimar mai non conviene

con persona che sia stia solo e faccia

conto che 'l biasimar lo tocchi bene

e ch'e' non sia raddotto, né pancaccia

che non canti i suoi biasimi e li dia

per lo men di capone e di bestiaccia.

E però chi si truova in compagnia

abbia per fermo di dir male anch'elli,

di man im man, d'alcun che non vi sia,

che no 'l faccendo, contrari e rubelli

ti fai tutt'altri ed hannoti a sospetto

e 'n pochi dì non è chi ti favelli.

Hanno nel biasimar certi un diletto,

secondo ch'io ho 'nteso già da molti,

ch'e' non n'han tanto a tavola e nel letto.

Sonci ben molti a biasimare aperti

un poco troppo e ti vengano a nnoia

in poca d'otta, in cambio di piacerti.

Vada per quando certi, che la soia

danno a qualcun, ci dan sì grande affanno,

ch'e' par che per l'empiezza altri si muoia.

Le moine e 'l piaggiar, le beffe e 'l danno

son quelle che ci fanno e ch'alla fine

c'empion d'ingiuria, falsitade e 'nganno.

Nasce la rosa e cresce fra le spine.

Così nasce virtù, mantiensi e cresce

fra 'l biasimo e per lui par che s'affine.

Quanto più vaga e più bella riesce

un'anima gentil ch'è biasimata

a ttorto e quanto più gloria gl'accresce!

E quanto acquista, se così purgata

non è, quanto al perfetto si richiede,

con tai punture al farsi alfin beata!

E se ben qualche volta esser si vede

il biasimo bugiardo, sempre giova

a chi è savio e ben gnene succede.

Più d'un essempio qui, più d'una pruova

vi si potrebbe addurre e porre innanzi,

dall'età vecchia tratti e da la nuova.

E, se ben certi, com'io dissi dianzi,

biasiman più per lor natura trista,

che perch'uom si corregga e 'n bene avanzi,

basta che sempre per suo far s'acquista

utile e sempre più si studia e 'mpara,

acciò che 'l vero alla bugia resista.

Biasimi pur chi vuol, piglila in gara

e faccialo per odio o per costume

malvagio o per natura aspra e amara:

tutt'alfin torna a buon onore e lume

e a' men buoni accresce senno e desta

lor, perché l'ozio vil non gli consume.

Che vi bisogna dunque alzar la cresta

o troppo alfin sensitivi e leziosi,

se qualche lingua il suo favor vi presta?

Parvi esser tanto netti e preziosi,

però ch'e' vi si debba aver cotanto

rispetto, che di voi parlar non s'osi?

Chi fu mai tanto savio o bello o santo

che non abbia trovato chi l'appunti?

— che quasi 'l ciel non se ne può dar vanto —.

Volete sempre star, folli, in su punti

dell'onor, né vedete che per questo

siete dal biasimar più tocchi e punti.

Non par già ragionevol, né onesto,

che perch'un non si sdegni o s'addolori,

si contristi e adiri tutto il resto.

Starebbon freschi i prelati e i signori,

se di ciò che di lor si dice, sempre

ne stessero 'n sull'ire e 'n sui rigori!

Sia buono un dal suo canto e guidi e tempre

a suo senno la vita, ma non voglia

però ch'ognun l'ammiri e lo contempre,

tanto che quando alcun la lingua sciolga

in biasimo di lui, maestà lesa

li paia e 'npazzi di furia e di doglia.

Parratti forse alcuna volta impresa

alta aver fatto o qualche nobil opra

degna d'esser lodata e non ripresa;

e forse sarà 'l ver; ma chi di sopra

ha tanta maggioranza, che piacerla

possa fare a ciascun, ch'i sensi adopra?

Non è tenuto in tanta stima averla

un com'un altro e s'ella non gl'aggrada

non biasimarla e brutta e vil tenerla.

A chi piacciono i libri, a chi la spada

e chi l'un come l'altro ama o disprezza

e chi conto non tien com'ella vada.

Non è la turba de' mortali avvezza

tutta a un modo e vedesi che molto

natura il vario favorisce e prezza.

O pure in questo del biasimo, involto

si vede il più degl'uomini, quand'hanno

l'arbitrio intero e dal timor disciolto.

Vo' dir che se dimolti altra non fanno

arte, che 'l biasimar, non dee parerci

strano e perciò pigliarsi tanto affanno.

Divisi l'un dall'altro e sciolti ferci

dicano il sole e l'uomo, e volti e 'ngegni

diversi e volontadi e gusti dierci.

Or chi è quel sì stolto che si sdegni

che l'acqua bagni e l'aria freddi e 'l fuoco

scaldi e la terra porga i sassi e i legni?

Perché ti par, verbigrazia, dappoco,

tu che segui il disegno, un bottegaio,

che non l'adopri o che l'adopri poco?

Non comprerrebbe natura un danaio

più te, ch'un di costoro e, se ben guardi,

poco più vali e so che stran ti paio.

E, quando tante avvertenze e riguardi

a questi letterati non s'avesse,

arebbe Apollo a non lasciarsi dardi!

Ma perch'io non vorrei ch'e' vi paresse

ch'i' volessi far pari i goffi e i savi,

le carni almeno ugual mi sien concesse.

Ciascuno è carne e ben ch'un se la lavi

più d'un altro o l'addorni o la proffumi,

non sia mai che di carne esser la cavi.

Simile a quel terren d'esser presumi

miglior, ch'in ugual campo il cultor diede

grano a produrre, al resto siepi e dumi.

Solamente ha qui l'uom quanto concede

il ciel, né certo è s'a suo danno o prode,

da poi che chi più ha, più se li chiede.

A che dunque o per biasimo o per lode

allegrarsi o tristarsi, se non tocca

nulla del nostro chi ci biasmi o lode?

Né ti paia però sì falsa o sciocca

la gente, ch'è di biasimar sì 'ngorda,

che tu le brami ricucir la bocca.

Se tu fussi colui che si discorda

da te, faresti appunto come lui,

bench'or ti paia ch'a torto ti morda.

Perché vuoi tu legar la lingua altrui,

potendo tu la tua tenere sciolta

e fare a modo tuo de' membri tui?

Se non ti piace al biasimar rivolta

lasciar la tua, ritienla o loda o taci

e fa del tuo terren sol la ricolta.

L'altre, quantunque pungenti e mordaci

ti paian, possan fare a modo suo

e piaccion forse a sé, quanto a te piaci.

Non è già posto nell'arbitrio tuo

sentenziarle a silenzio sempiterno,

poi che non son da te fatte o del tuo.

Ma che vo io come cosa d'inferno

favellando del biasimo? e ch'io 'l scemo

di pregio intanto e grado non discerno?

Cercando di scusar chi biasma, temo

ch'e' non si dica che di sopra io dissi

pur mal di certi e 'n preda ve li demo.

In sul principio in contro a tali scrissi

com'il luogo chiedea, ma non per questo

contrario senso a quel ch'io metto, missi.

Ma ch'io voglia or la pentola col testo

accordar no 'l crediate, ché ridurmi

non voglio a liti; in questo po' del resto,

a me, sì com'io credo agl'altri, furmi

utili i biasmi e sempre mai ne fei

capital, né crediate ch'io vi ciurmi.

E quando alcun darmi lode intendei,

tutto che rado le credessi, al cielo

come sua cosa sempre le rendei.

Né mi sentii già mai crescer d'un pelo

l'animo o stimolarmi a maggior corso;

e se non fusse il ver, perché direlo?

Ben mi son tante volte, quando morso

sono stato dal biasimo, ridutto

più sotto 'l peso e col collo e col dorso;

e mi sono sforzato che tal frutto

renda quel seme, che 'l mio campo serba,

che per mia colpa non sia vano in tutto.

E se ben qualche piaga agra o acerba

m'è talor parsa o di taglio o di punta,

n'ho dato colpa alla carne superba.

Né par gran fatto nella prima giunta

che 'l biasimo t'assal, parerti strano,

fin che 'l duol passa e con ragion s'appunta.

Ma trovandolo alfine utile e sano,

m'è poi paruto sì dolce e soave,

ch'io l'ho bramato e chiamato con mano,

né più fidata o più ingegnosa chiave

ho trovato al segreto aprir del vero,

né man più pura che mie macchie lave.

Dunque chi mi vuol far piacere intero,

guardi pur dov'io manco e me l'accocchi,

ch'io più in un biasmo o vero o falso spero,

che 'n quante lodi mi si venga o tocchi.