Del biasimo
Or si vedrà quanto 'l Biasimo vale
e come non val tanto a mille miglia
la loda o sia per bene o sia per male.
Cosa da farsi, a dir da chi la piglia
troppo in furia, tener bugiardo e matto,
cotanto il falso e la pazzia somiglia.
Chi mi porge or aiuto e mi rende atto
a tanta impresa e così nuova, ch'io
tentare ardisco e già 'l foglio ne 'mbratto?
Ché, se ben di lodar l'animo mio
è 'l biasimare e 'l dir mal, pur vorrei
mostrar ch'io non agguaglio al buon il rio.
A voi, Castalie, aiuto chiederei,
che solete così talor ghignando
esser seconde ai ghiribizzi miei;
e ve lo chieggo finalmente, quando
voi non crediate perder tempo: or via,
veggo ben io che 'nvan non lo domando!
Non crediate ch'io dica ch'e' si dia
lode a ognun che biasma, ch'ogni lingua
non par che da lodar per certo sia.
Però bisogna che ben si distingua
da dir male a dir mal, da come a come,
da intenzione a 'ntenzion, da lingua a lingua.
Quei che per astio pettinan le chiome
altrui, cercando nuocere al sicuro
e certi tristi, a ch'io non vo' dar nome,
lacerateli pur, ch'io non mi curo
di lor, se non in quanto ch'agl'umani
son d'util grande; e so che vi par duro.
Ma se con occhi e con giudicii sani
andrete ben guardando e discorrendo,
non vi parranno forse così strani.
Ben vi bisogna, innanzi che tessendo
vada la tela, aspettar ch'io l'ordisca,
ché bene al tempo l'andrò riempiendo.
Par che natura quest'uso patisca
non solamente del dir mal, ma quasi
a ciò ne 'nviti, sforzi e 'nnanimisca;
però non è possibil che rimasi
se ne sian gl'uomin mai, ch'uso e natura
hanno troppo poter ne' nostri casi.
Dico così per certi, che paura
hanno che 'l biasimar nuoca e dispiaccia,
né credon nulla altrui s'e' non si giura.
S'il biasimo e 'l dir mal fusse cosaccia,
arebbe la natura troppo errato
a patir, non ch'a far, ch'ognun lo faccia,
ché non è uom, di qualsivoglia stato,
che se ne guardi e non ne cavo i santi,
che no 'l farebbon già, sendo peccato.
Non hanno sempre i frati predicanti
biasimato gl'avari e gl'invidiosi,
i golosi, i carnali e gl'arroganti,
e gl'altri vizii strani e vergognosi,
ch'a raccontar sarebbe cosa lunga,
per fare gl'uomini onesti e virtuosi?
Non basta che 'l villano il bue congiunga
al giogo e ponzi e gracchi, se talvolta
e bene spesso, non lo frughi e punga.
Così non basta all'uom, ben che raccolta
abbia la mente a ir pel cammin ritto,
se qualcun, che 'l trafigga, non ascolta.
Questo non lascia alla superbia un zitto
farli d'intorno e guarda a porre il piede
sul netto, acciò non sia 'ntriso o trafitto.
E perché ben conosce ed ode e vede
ch'ognun si biasma, almanco si contenta
d'esser a ttorto e che qualcun lo crede
e quand'ei sa ch'a ragion sia, diventa
o quanto può s'ingegna esser migliore
e d'aver la cagion che 'l biasma spenta.
S'e' si lasciasse il biasimar, l'onore
e 'l vituperio parrebbon fratelli,
d'un pelo e d'un medesimo colore.
Quanti sarien poltroni o trafurelli,
che son persone valenti e leali,
perché di lor ben si creda e favelli!
Ben ci son de' ribaldi naturali,
che, s'e' non fusser le scope e' capresti,
poco si curerien di chi cicali.
Ma non pensate che già mai di questi
parli, né di certi altri, che vergogna
non hanno d'esser vili e disonesti.
Questi non han di mitera o di gogna
spavento, se non forse del disagio,
e però favellar non ne bisogna.
Starebbe troppo l'uomo in ozio e 'n agio
e non gl'essendo mai rivisto il conto,
tutto che buon, si potre' far malvagio;
ma, temendo del biasimo l'affronto,
sta sempre mai 'n orecchi e 'n su le sue,
per ritrovarsi in ogn'assalto pronto.
Un dipintor, quando l'opere sue
sente lodar, poco n'avanza e parli
esser qualcosa almanco delle due;
ma quand'egl'ode ch'uno o più ne parli
con biasimarlo o sia vero o bugia,
s'egli è da ben, non può se non giovarli.
Fate pur conto che più carestia
sia di chi dica altrui 'l vero in sul viso,
che d'altra cosa che bramata sia
e tengasi per fermo e certo avviso
ch'e' non è uom di chi mal non si dica,
s'e' discendesse ben di paradiso.
Felice dunque chi senza fatica
può saper quel di ch'egl'è biasimato
e che 'n qualche bel modo un glielo dica.
Dico in bel modo, ché, quando allegato
t'è, la persona propria che ti carda,
appena puossi non l'avere odiato,
se ben chi con ragion diritto guarda
devrebbe amarsi e sapergnene grado
di più, non sendo in tutto empia e bugiarda,
massime non avendo o ponte o guado,
da passar questo pelagaccio lordo,
miglior di questo o di più fermo grado.
Un savio ch'ode biasimarsi, il sordo
suol dimostrare e 'ntanto far s'ingegna
con la virtute e 'l ver lega e accordo
ed a se stesso sé chiama e rassegna
i pensieri e gl'affetti, i modi e l'opre
e ne fa paragon, che 'l ver gl'insegna;
né più crede a credenza o finge o cuopre
d'esser perfetto o senza macchia, almeno
a se medesmo, anzi ogni ver si scuopre.
E fa ragion che chi magagna in seno
porta, convien che nel viso la mostri
e quale il seme fu, scuopra il terreno.
E i biasimi di fuor ci fanno a' nostri,
che noi spesso sogliam dare a noi stessi,
dentro scoprir mille imboscate e mostri.
Sono i biasimi certo doni espressi
di natura e del cielo e senza loro
non è discorso che non la corressi.
Ma donde vien ch'un così gran tesoro
è sì poco apprezato, anzi è da molti
spogliato di creanza e di decoro?
Quest'è che con dolor par che s'ascolti
il biasimo di sé, ch'esser tenuto
ignorante o vizioso troppo duolti
e pria ch'un altro il dicesse, voluto
aresti rimutarti, ove che poi
non ti par che 'l ben far ti sia creduto.
E donde ancor che quel che spiace a noi
diam quasi a tutti e biasimasi spesso
— che par gran cosa — i cari amici suoi?
Quest'è ch'un non s'ardisce a quello stesso
ch'erra, versare i suoi biasimi addosso,
perch'offenderlo parli troppo espresso.
Già non puoi far che quand'un altro mosso
s'abbia a dir qualch'error di lui, s'il vero
dice, che sempre tu l'abbia riscosso;
ma per parere altrui d'animo intero,
t'accordi seco e mostri ch'e' ti duole
d'averlo a biasimar, come fa in vero.
Ma quando di suo amico un fa parole
tali, che sol si fan con gl'altri amici,
ridirle al biasimato non si vuole,
se non generalmente, ché gl'offici
de' buoni son di giovar, sempre avvertendo
di non appiccar liti o far nimici.
Potrai ben, verbigrazia, dir ch'essendo
'n un luogo, udisti dir non so che cose,
andandole velando e rivolgendo,
e tanto far, con parole ingegnose,
che colui intenda, ancor che tu non paia
dirlo, acciò che gli sien manco noiose.
Suolsi tal volte ordir, come per baia,
qualche favola, un terzo biasimando
di qualche vizio, che col suo s'appaia
e tanto accortamente irla adattando,
che quel tuo amico, se ben altro finge,
per sé la piglia e si va rassettando,
ché la vergogna e 'l dolor lo costringe,
e tanto più s'e' vede che tu 'l fai,
perch'egli intenda, e di rosso si tinge.
Con certi poi con chi gran pratica hai
o che sien tua famiglia, se non basta,
senza velame biasmar li potrai.
Vero è che l'adirarsi spesso guasta
il biasmo e, dato con dolcezza, acconcia;
né si tira o si gramola ogni pasta.
Pur di men non si biasmi o garra un'oncia
alcun, dove tu vegga di far frutto,
se bene alquanto se n'adira e 'mbroncia,
perché, passato quella furia, tutto
che li noiasse, lo piglia per bene,
togliendo via le macchie, ond'era brutto.
Chi non vuol biasimar mai non conviene
con persona che sia stia solo e faccia
conto che 'l biasimar lo tocchi bene
e ch'e' non sia raddotto, né pancaccia
che non canti i suoi biasimi e li dia
per lo men di capone e di bestiaccia.
E però chi si truova in compagnia
abbia per fermo di dir male anch'elli,
di man im man, d'alcun che non vi sia,
che no 'l faccendo, contrari e rubelli
ti fai tutt'altri ed hannoti a sospetto
e 'n pochi dì non è chi ti favelli.
Hanno nel biasimar certi un diletto,
secondo ch'io ho 'nteso già da molti,
ch'e' non n'han tanto a tavola e nel letto.
Sonci ben molti a biasimare aperti
un poco troppo e ti vengano a nnoia
in poca d'otta, in cambio di piacerti.
Vada per quando certi, che la soia
danno a qualcun, ci dan sì grande affanno,
ch'e' par che per l'empiezza altri si muoia.
Le moine e 'l piaggiar, le beffe e 'l danno
son quelle che ci fanno e ch'alla fine
c'empion d'ingiuria, falsitade e 'nganno.
Nasce la rosa e cresce fra le spine.
Così nasce virtù, mantiensi e cresce
fra 'l biasimo e per lui par che s'affine.
Quanto più vaga e più bella riesce
un'anima gentil ch'è biasimata
a ttorto e quanto più gloria gl'accresce!
E quanto acquista, se così purgata
non è, quanto al perfetto si richiede,
con tai punture al farsi alfin beata!
E se ben qualche volta esser si vede
il biasimo bugiardo, sempre giova
a chi è savio e ben gnene succede.
Più d'un essempio qui, più d'una pruova
vi si potrebbe addurre e porre innanzi,
dall'età vecchia tratti e da la nuova.
E, se ben certi, com'io dissi dianzi,
biasiman più per lor natura trista,
che perch'uom si corregga e 'n bene avanzi,
basta che sempre per suo far s'acquista
utile e sempre più si studia e 'mpara,
acciò che 'l vero alla bugia resista.
Biasimi pur chi vuol, piglila in gara
e faccialo per odio o per costume
malvagio o per natura aspra e amara:
tutt'alfin torna a buon onore e lume
e a' men buoni accresce senno e desta
lor, perché l'ozio vil non gli consume.
Che vi bisogna dunque alzar la cresta
o troppo alfin sensitivi e leziosi,
se qualche lingua il suo favor vi presta?
Parvi esser tanto netti e preziosi,
però ch'e' vi si debba aver cotanto
rispetto, che di voi parlar non s'osi?
Chi fu mai tanto savio o bello o santo
che non abbia trovato chi l'appunti?
— che quasi 'l ciel non se ne può dar vanto —.
Volete sempre star, folli, in su punti
dell'onor, né vedete che per questo
siete dal biasimar più tocchi e punti.
Non par già ragionevol, né onesto,
che perch'un non si sdegni o s'addolori,
si contristi e adiri tutto il resto.
Starebbon freschi i prelati e i signori,
se di ciò che di lor si dice, sempre
ne stessero 'n sull'ire e 'n sui rigori!
Sia buono un dal suo canto e guidi e tempre
a suo senno la vita, ma non voglia
però ch'ognun l'ammiri e lo contempre,
tanto che quando alcun la lingua sciolga
in biasimo di lui, maestà lesa
li paia e 'npazzi di furia e di doglia.
Parratti forse alcuna volta impresa
alta aver fatto o qualche nobil opra
degna d'esser lodata e non ripresa;
e forse sarà 'l ver; ma chi di sopra
ha tanta maggioranza, che piacerla
possa fare a ciascun, ch'i sensi adopra?
Non è tenuto in tanta stima averla
un com'un altro e s'ella non gl'aggrada
non biasimarla e brutta e vil tenerla.
A chi piacciono i libri, a chi la spada
e chi l'un come l'altro ama o disprezza
e chi conto non tien com'ella vada.
Non è la turba de' mortali avvezza
tutta a un modo e vedesi che molto
natura il vario favorisce e prezza.
O pure in questo del biasimo, involto
si vede il più degl'uomini, quand'hanno
l'arbitrio intero e dal timor disciolto.
Vo' dir che se dimolti altra non fanno
arte, che 'l biasimar, non dee parerci
strano e perciò pigliarsi tanto affanno.
Divisi l'un dall'altro e sciolti ferci
dicano il sole e l'uomo, e volti e 'ngegni
diversi e volontadi e gusti dierci.
Or chi è quel sì stolto che si sdegni
che l'acqua bagni e l'aria freddi e 'l fuoco
scaldi e la terra porga i sassi e i legni?
Perché ti par, verbigrazia, dappoco,
tu che segui il disegno, un bottegaio,
che non l'adopri o che l'adopri poco?
Non comprerrebbe natura un danaio
più te, ch'un di costoro e, se ben guardi,
poco più vali e so che stran ti paio.
E, quando tante avvertenze e riguardi
a questi letterati non s'avesse,
arebbe Apollo a non lasciarsi dardi!
Ma perch'io non vorrei ch'e' vi paresse
ch'i' volessi far pari i goffi e i savi,
le carni almeno ugual mi sien concesse.
Ciascuno è carne e ben ch'un se la lavi
più d'un altro o l'addorni o la proffumi,
non sia mai che di carne esser la cavi.
Simile a quel terren d'esser presumi
miglior, ch'in ugual campo il cultor diede
grano a produrre, al resto siepi e dumi.
Solamente ha qui l'uom quanto concede
il ciel, né certo è s'a suo danno o prode,
da poi che chi più ha, più se li chiede.
A che dunque o per biasimo o per lode
allegrarsi o tristarsi, se non tocca
nulla del nostro chi ci biasmi o lode?
Né ti paia però sì falsa o sciocca
la gente, ch'è di biasimar sì 'ngorda,
che tu le brami ricucir la bocca.
Se tu fussi colui che si discorda
da te, faresti appunto come lui,
bench'or ti paia ch'a torto ti morda.
Perché vuoi tu legar la lingua altrui,
potendo tu la tua tenere sciolta
e fare a modo tuo de' membri tui?
Se non ti piace al biasimar rivolta
lasciar la tua, ritienla o loda o taci
e fa del tuo terren sol la ricolta.
L'altre, quantunque pungenti e mordaci
ti paian, possan fare a modo suo
e piaccion forse a sé, quanto a te piaci.
Non è già posto nell'arbitrio tuo
sentenziarle a silenzio sempiterno,
poi che non son da te fatte o del tuo.
Ma che vo io come cosa d'inferno
favellando del biasimo? e ch'io 'l scemo
di pregio intanto e grado non discerno?
Cercando di scusar chi biasma, temo
ch'e' non si dica che di sopra io dissi
pur mal di certi e 'n preda ve li demo.
In sul principio in contro a tali scrissi
com'il luogo chiedea, ma non per questo
contrario senso a quel ch'io metto, missi.
Ma ch'io voglia or la pentola col testo
accordar no 'l crediate, ché ridurmi
non voglio a liti; in questo po' del resto,
a me, sì com'io credo agl'altri, furmi
utili i biasmi e sempre mai ne fei
capital, né crediate ch'io vi ciurmi.
E quando alcun darmi lode intendei,
tutto che rado le credessi, al cielo
come sua cosa sempre le rendei.
Né mi sentii già mai crescer d'un pelo
l'animo o stimolarmi a maggior corso;
e se non fusse il ver, perché direlo?
Ben mi son tante volte, quando morso
sono stato dal biasimo, ridutto
più sotto 'l peso e col collo e col dorso;
e mi sono sforzato che tal frutto
renda quel seme, che 'l mio campo serba,
che per mia colpa non sia vano in tutto.
E se ben qualche piaga agra o acerba
m'è talor parsa o di taglio o di punta,
n'ho dato colpa alla carne superba.
Né par gran fatto nella prima giunta
che 'l biasimo t'assal, parerti strano,
fin che 'l duol passa e con ragion s'appunta.
Ma trovandolo alfine utile e sano,
m'è poi paruto sì dolce e soave,
ch'io l'ho bramato e chiamato con mano,
né più fidata o più ingegnosa chiave
ho trovato al segreto aprir del vero,
né man più pura che mie macchie lave.
Dunque chi mi vuol far piacere intero,
guardi pur dov'io manco e me l'accocchi,
ch'io più in un biasmo o vero o falso spero,
che 'n quante lodi mi si venga o tocchi.