Del Chiostro de Lucina
Numer non paro, de cui gode il cielo,
Virtù da divin spirti solo intesa,
fammi benigno sì il segnor di Delo
ch'ei me dimostri in questa nova impresa
sì chiaro il lume suo senz'alcun velo,
che la mia mente, di tal luce accesa,
sparga i suoi raggi fra la dotta schiera,
mostrando quanto acquista chi in lui spera.
Poi canterò de' tre compagni cari,
la cui amicizia fu nel mondo tale
che i nomi loro sempre seran chiari,
se fama li può dar lume immortale;
ma a ciò il subietto e il canto mio sian pari,
Urania prego spieghi le sacre ale
e grazïosa descenda ad aiutarmi
ad intonar questi mei rauci carmi.
Dimme, celesta dea, la nobil vita
de Filareto, Apuano e il Carrarese,
ch'un degno esemplo un gentil cor invita
a seguir sue vestigie a l'alte imprese;
di' come in l'età sua verde e fiorita
ne i petti lor un bel desio s'accese
sol de cercar cose eccellenti e rare
e a la posterità farle poi chiare.
Mossi da quel pensier che ogni alta mente
move a l'opre ligiadre, un giorno questi
preser il lor camin verso orïente,
simil d'abiti dentro e fuor de vesti
come a tre veri amici è conveniente,
de fatti e de parole sì modesti
che testimoni certi eran gli effetti
de' lor umani e grazïosi aspetti.
Era nel tempo quando l'ape parca
descaccia da sue celle i figli adulti
e se vede tal volta così carca
rama de quelli, e starli su sì fulti
che per il peso pendulo se inarca:
fan susurri, consegli e gran tumulti
per cercar nove sedie e novi fiori
e seguir il suo re per longhi errori,
alor che Filareto e Apuano
e il Carrarese, posti già in camino,
gionser per sorte sua in un amplo piano
cinto d'intorno a guisa de giardino:
fabrica non parea de mortal mano,
ma dicean là architetto esser divino
o ver mirabil opra de Natura,
sì ben costrutte eran quell'alte mura.
Di quel color ch'al ciel più s'assimiglia
pareano a' riguardanti, e intorn'intorno
tenean de circuìto molte miglia.
Vicini a quel gran vallo se firmorno,
a mirar tutti tre con maraviglia
tanto edificio e più ch'ogni altro adorno,
e sopra tutti Filaretto fisse
sue luci in quel tenendo, così disse:
– Io credo questa mole fabricata
da dotta man d'artifice eccellente;
mirabilmente siando sì ordinata,
el caso non la fece, ma sapiente;
e cosa tanto ben considerata
chi la può far, se non divina mente?
Certo, se non me inganna il parer mio,
residenza me par d'un magno dio.
Ben che non sapia alcun de noi la porta,
de intrargli la speranza non perdiamo,
ch'a l'animoso la Fortuna è scorta;
il Troian ch'andò già per l'aureo ramo,
scese a l'inferno fra la gente morta,
e noi ch'a questo divin loco siamo,
restaren per viltate o per timore
de recercar chi l'abita e il signore? –.
Al fin de le parole incominciaro
girar intorno l'edificio egregio,
ch'aveva ognun de lor cor sì preclaro
ch'era sol fama a sue fatiche il pregio,
premio per certo conveniente e paro
a quei spirti gentil e bel collegio;
ma circondando le mirabil mura,
audite che gli avvenne e qual ventura.
Ch'uno agnelletto apparve inante a loro
bianco assai più ch'un candido ermellino,
che in capo aveva due cornette d'oro
e avante s'aviò per il camino,
come dicesse: – O virtüoso coro,
seguite me, ch'io son messo divino,
seguite me, ch'io son la vostra guida,
ché 'l cielo aiuta che in virtù se fida –.
E stupefatti de sì gran prodigio,
stavan mirando l'uno a l'altro in viso,
come villan che vede alcun prestigio
fatto da un giocolar a l'improviso,
che li par opra d'un del laco Stigio,
ben che questi credean dal paradiso
esser mandato a lor quel animale,
come ad Abram mandò già Dio immortale.
Poi che fu stato alquanto ognun suspeso,
al Carrarese Filareto disse:
– Ho già letto e per fama ancor inteso
che Aronte in la tua patria nacque e visse,
che da divin furor era sì acceso
ch'a Roma le civil guerre predisse:
forse che tu, qual carrarese sei,
l'influsso de la patria sentir dèi;
però del pecorino qual qui vedi
dimmi 'l parer tuo, prego, se te piace,
se pronostico bono o reo ne credi:
quale abbiamo aspettar, travagli o pace,
seguendo le vestigie de' suoi piedi –.
E ello a lui: – A ciò che pertinace
tu non me tenghi, dirò 'l mio iudizio,
ché negar iusti preghi a un socio è vizio.
Non perché la mia mente sia presaga,
ma dirò il mio parer per contentarte,
ché chi fa quanto può, col voler paga
e cassa del suo debbito gran parte;
se per dottrina umana il ver s'indaga,
dico che già trovato ho in molte carte
che se sacrificava un'agna nera
al pigro inverno ne l'età primera,
de color conveniente a la stagione
de rigor piena e nebulosi venti,
che generan tristezza in le persone;
non dolci canti d'augelletti senti,
anze in quei tempi quasi sei pregione,
ché de la stanza a pena uscir te atenti:
sì che nunzio seria de mal futuro,
se questo bianco agnello fusse oscuro.
Candido e puro e senza macchia alcuna
noi vediamo questo agno mansüeto,
però debbian sperar bona fortuna
e ciascadun de noi deve star lieto,
ché la venuta sua fu sì oportuna
che par mandato per divin decreto,
e ognun deve sperar letizia e festa,
ché come Bacco porta corna in testa.
Questo inocuo animal seguian securi,
che sempre ben con la sua voce dice,
né alcun de noi contraria sorte curi,
ch'ogni stella del ciel ne fia fautrice
fin che passiamo dentro a gli alti muri
de' quali è possessor patron felice,
e quel ch'avenir vòl da poi, avegna,
che l'effetto serà da causa degna –.
Ad ambi così entrato era nel core
il pronostico bon del Carrarese
che longhe gli pareano ormai sì l'ore
ch'ivi fermarse più dicean mal spese,
perché, quando speranza vien magiore,
tanto cresce 'l desio ch'essa già accese;
ardendo donque de trovar la porta,
s'aviôr drieto a la lor casta scorta.
Non molto il fatal agno avean seguito,
che gionser sopra un lieto praticello
che forse un miglio tien de circuìto:
uno edificio d'ogni parte bello
in megio siede il dilettoso sito,
che come revellin presso il castello
vestibulo parea di quella mole,
ch'un'altra tal non credo scald'il sole.
Sì al vago albergo s'aviò securo
ch'ognun di loro iudicar potea
ch'era animal domestico e sicuro
del segnor che 'l palagio possedea.
Giongendo al liminar del loco puro,
l'ample valve col corno percotea
e una portinara, anze una diva,
la fatal porta subito li apriva.
De veli candidissimi vestita,
una facella in la man destra tene,
con qual accende de l'umana vita
la lucerna a ciascun ch'al mondo vene;
con l'altra poi ogni mortale aita
entrar per quella via ch'al mal e al bene
conduce sempre ognun che peregrina
pel l'uman stato, e chiamasi Lucina.
Con voce e con la mano al magno ospizio
adimandolli, e in fronte era sì lieta
che qui narrarlo non so dar inizio,
e li diceva: – Poi che 'l bon pianeta
e il Fato eterno stato v'è propizio,
venite dentro ormai, ché 'l ciel nol veta,
se ben qui non se gli entra eccetto in fasce:
entrate, ché, per fama, se renasce –.
Il suon de quell'angelice parole
i'nei lor cori s'intonò suave,
ché musica non s'ode sotto il sole
in così dolce e molle e 'letta chiave
e piena d'armonia, con qual si suole
scacciar del petto ogni tristezza grave,
che non li fosse parso un strido orrendo,
sì dolci note de sua bocca odendo;
e mancando parole accommodate
a rengraziarla d'una tanta offerta,
che se ivi fusse stato l'Arpinate,
non arìa auto lingua sì diserta
ch'avesse satisfatto a la mitate,
taciti andaro in ver l'intrata aperta,
pieni d'un sacro orror de reverenza,
supplendo con bei gesti a la eloquenza.
Pur Filareto qualche paroletta
spingea talora fuor del dotto seno,
come caraffa ch'ha l'uscita stretta
e il largo corpo d'acqua rosa pieno,
qual pur, stillando, qualche goccia getta
che mena seco odor suave e ameno,
per il che quella dea cognobbe chiaro
quanto era ingegno in lui alto e preclaro.
Però non ebbe l'alma diva a sdegno
farse de i tre compagni conduttera:
vedendo in lui così sublime ingegno,
comprese e giudicò quel ch'in gli altri era,
ben che poi cognoscesse a più d'un segno
la lor dottrina e probità sincera;
e li guidava per quei sacri chiostri
qual frate che ad alcun monester mostri.
Ma a ciò che con ambage tedïose
non fastidi le menti a' mei lettori,
sol narrerò la somma de le cose:
come se sceglie in un bel prato i fiori,
così elegerò sol le più famose
che viddero ne i loci interïori
del bel palagio, e capitorno pria
ne la fatale eterna sacristia.
Questa è ne l'ampla corte un loco ornato,
nel qual dal cielo una catena scende,
mandata in terra da lo eterno Fato,
a cui ligata un'arca eburnea pende
proprio nel megio, e intorno è circondato
de colone per arte sì stupende,
e de materia ancor non manco belle,
che tutto il mondo può spechiarse in quelle
In man le chiavi dui secretari hanno
de la celeste cassa, quale è piena
de i nomi e de le vite che poi danno
a ciaschedun che ivi Lucina mena,
e del tutto un registro eterno fanno:
chi la deve aver turbida o serena,
e è poi consignato a la sua sorte,
qual sempre l'acompagna in fine a morte.
L'Ordine è il primo che dispone e mette
le cose in serie come hanno a seguire,
l'altra è Necessità, da quale astrette
sono a venir e non puon mai fallire:
questi dui sono le persone elette
dal Fato, che sol puon destribuire
ciò che a' mortali in questo mondo avviene,
e sia quel che se voglia, o male o bene.
Mille fanciulli, e mille e mille l'ora,
al coffano fatal son presentati:
chi a sera o a megia notte e chi a l'aurora,
chi a megio giorno, e d'alti e bassi stati,
chi de mediocri, e d'ogni sesso ancora,
e son con una polizza mandati
cavata fuor de l'arca a un altro loco
contiguo a quel o ver distante poco.
Tre figlie lì de la Necessitate,
che 'l stame filan de la vita umana,
abitan sempre e son Parche chiamate;
qui i tre compagni rocca, lino o lana
non vidder, ma infinita quantitate
de sacchi pieni de moneta strana,
qual è da un canto come notte oscura,
da l'altro qual del dì la luce pura.
Numera l'una de le tre sorelle
la pecunia fatal ch'è d'un mettallo,
il qual credo che Tempo ognun l'appelle;
come fin oro non è grave e giallo,
né da la terra come quel se svelle:
solo colui che l'ha creato, sallo
de che materia sia, e è sì leve
che vola fuor de borsa in spazio breve.
La sacra effigie del fulgente sole
sculta ha da quella banda la qual splende,
e intorno scritte son queste parole:
– Quanto error fa colui che mal me spende!
Se prodigo fu già, quanto se dole
poi che 'l valor de tal moneta intende! –.
Così da l'altra parte, quale è bruna,
stampata gli è la relucente luna.
Numera quella prima come ho detto,
l'altra a sé tira la moneta leve;
scrive la terza sopra un quinternetto
quel che ciascun fanciul da lei receve;
e quando ognuno ha il numer suo perfetto
sì come li promette il fatal breve,
son cassi da l'eterna tesaurera,
né de sua paga san la somma vera.
Ah, miseri e infelici umani ignari,
che peragrate per la mortal vita,
né intendeti il valor de quei denari,
né se la vostra borsa è ben fornita!
In mal spender sïati, prego, avari,
né ve li perda vostra età fiorita,
da poi ch'alcun de voi non sa per certo
quel che li sia da le tre Parche offerto.
Partiti alor dal venerando loco,
pervennero a quel magno circuìto
ch'era distante al bel palaggio poco:
lì de bambini se sentia il vagito,
de le nutrice lor le nenie e 'l gioco;
chi gli è in delizie e chi in stenti nutrito,
ch'entra robusto e chi de doglie pieno,
e chi formoso e chi deforme e osceno.
– Con quanta varietà quivi se vede
principïar la vita de' mortali –,
disse Lucina, – a quel che poi succede!
Quanti son che l'introito han pien de mali
che poi seran felici e alcun nol crede!
Quanti fra pompe splendide e regali
sono nutriti, e pria che gionga il fine
vederanse de lor mille ruine!
Lamusio a morte in la piscina infetta
esposto fu, la qual chiamavan lama,
che in lingua ancor lombarda così è detta,
e da quella Lamusïo se chiama;
giongendo poi nella età sua perfetta
fu re de' Longobardi e di tal fama
ch'a' nostri tempi ancor lucida dura,
cui vita al principiar parve sì oscura.
Che esempli antiqui qui narrar conviene,
siandone de moderni tanta copia?
Come mi credo che sapiate bene
quanti sian nati ricchi e in la inopia
son morti poi fra ceppi e fra catene,
né bisogna cercar in Etïopia
li esempli, ma nel nostro bel paese,
come le prove ognor vi fan palese –.
Vaghi de cose de più chiara luce
che veder tanti piccioletti infanti,
s'aviôr drieto a la celeste duce,
la qual, parlando ancor, se pose inanti
come chi compagnia grata conduce,
lassando quelli in fasce involti e in pianti:
pronostici per quali se dischiara
quanto la mortal vita esser de' cara.
E così insieme nel gran claustro entraro
nel quale uno orologio l'ore suona
su un campanil de fabrica preclaro.
Ben che campana abbia più ch'altra bona
e di ton grave, resonante e chiaro,
nondimen quasi lì non è persona,
per aver la sua mente ad altro intenta,
ch'a pena la metà de l'ore senta,
ch'ivi sempre se scherza e senza fraude
vive ognuno ne i puri naturali,
né qui ardente desio è alcun de laude;
l'Odio occulto, cagion de molti mali,
offender non sa qui, anzi ognun gaude,
ché 'l Respetto è fugito a spiegate ali,
né dubbita de Infamia alcun de questi,
e raro entrano qui Pensier-molesti.
– Regina de costor è una fanciulla,
quale da tutti Purità se dice,
che in la gran corte sempre mai trastulla
e sola ogni abitante fa felice;
poco se gusta il suo favor in culla
o pria che in questa piaza intrar non lice:
qui il pensier sol de la tediosa scola –,
disse la dea, – il lor pensier le invola;
ben che del re macedone il figliolo,
qual per il suo valor Magno chiamosse,
qui pianse già per ambizioso duolo
de la virtù paterna (dubbitosse
che la sua fama a l'uno e l'altro polo
giongesse e vincitor del tutto fosse,
né a lui restasse un fatto de memoria
per poterse acquistar immortal gloria),
non fa una rondinella primavera:
così fra questi un spirto ambizïoso
el gran decreto de la dea sincera
romper non può, ma chiamasi mostroso;
anzi quella regina che qui impera,
se pur pò odiar alcun, l'ha sempre esoso,
ché quel che eccede la comune usanza,
gran timor mena seco o gran speranza –.
Mentre che ragionava l'alma diva,
su la torre fatal sonaron l'ore
e ciaschedun ch'intento quelle odiva
se gli turbò così nel petto il core,
come a fanciul che de' suoi giochi il priva
e 'l chiama ad una impresa assai magiore:
sedece botte numerorno a ponto
soli color che ne tenevan conto.
Ch'udì mai gran campana in la citate
a consiglio sonar e al deputato
loco venir da tutte le contrate
il populo da l'alto suon chiamato,
così se congregò gran quantitate
de giovenetti imberbi, d'ogni lato
venendo a presentarse a l'alte porte
per le qual s'entra in la mirabil corte;
in la mirabil corte ove se spende
la moneta fatal in mercanzia,
che felice è colui che ben la intende.
Oh quanti i denar suoi gettano via
e la sua merce frutto alcun non rende,
anzi spesso gli è tolta per la via!
Quanti meglio de li altri comprar credeno,
che del suo grave error al fin s'avedeno!
Mirando la gran porta alta e prestante,
queste parole viddero sculpite
sopra il grand'arco in letter de diamante:
– Aprite gli occhi, o voi che qui venite,
ponete al senso la ragione inante,
a ciò che non comprati eterna lite –.
– Qui libero il voler –, disse Lucina,
– né biasmi alcuno la bontà divina;
libero arbitrio dentro a questa porta
vòl ch'ognun compri quel che più gli piace,
né che qui sia sforzato alcun suporta,
ben ch'un sensal talor troppo fallace
i mercatanti a spender male esorta –.
– Non però libertà prostrata iace –,
sogionse poi, – e sol sarà represo
quel che 'l tesoro suo qui arà mal speso –.
Legendo i versi e odendo l'alma diva,
nacque ai compagni un dubbio ne la mente
che 'l suo gentil discorso assai impediva:
avendo da lei 'nteso chiaramente
che la Necessità gli umani priva
de libertate, e ognun de lor or sente
e lege sopra il mur tutto il contrario:
però in lor cuor combatte un pensier vario.
Per chiarir donque l'animo dubbioso
a la regina Filareto disse
con umil voce e in atto vergognoso:
– Se a la Necessità il tutto obedisse,
né può l'ordin fatal esser retroso
a le cose che in ciel sono prefisse,
e è forza che quel ch'avenir deve
venga ogni modo, in spazio longo o breve,
come libero arbitrio in questo loco
abi possanza alcuna, deh, madonna,
preghiamo il vogli a noi chiarir un poco;
tu 'l sai, ché sciolta sei da mortal gonna
e uman saper a par del tuo è un gioco,
ché noi sian terra e tu celeste donna;
però preghian ne levi fuor del core
le tenebre col chiaro tuo splendore –.
Con quella vista l'alma dea serena
con quale i'nel principio ogni vivente
a questa nostra vita mortal mena,
a Filareto se voltò ridente,
d'ogni dolcezza e d'ogni grazia piena,
e disse: – Quant'è ingegno uman potente
a capere del cielo alcun secreto,
questo farottil chiaro, o Filareto.
Dico che amata è la virtù e negletta
da' mortali secondo il suo parere,
né può la voluntate esser astretta,
e tutto il mondo non faria piacere
virtù ad alcuno, se non li diletta;
donque lo eleger sta in vostro potere
qual più ve piace,o bene o mal che sia,
ma spesso lo esequir non è in balìa,
sì che sola è de' miseri mortali
la voluntate, e solo puon de quella
disponer e aplicarli a beni e mali,
e chi ha la mente a probità rebella,
non biasmi 'l fato già, ma i suoi bestiali
discorsi che fan più che la sua stella,
ché bon voler può aver ciascun de voi,
se ben non lo potesse esequir poi –.
Questo diceva e più volea ancor dire
la ianitrice de l'umana prole,
quando la magna porta odirno aprire
e una matrona dir queste parole:
– Chionque desia nel mio giardin venire,
prima che passi 'l megio giorno il sole,
venga, ch'a ognun l'intrar sarà concesso,
né chi più tardarà fia poi intromesso –.
Così principïare un iubileo
al suono de l'antifona primera
s'è visto in coro, e alora il bono e 'l reo
moverse e aviarse a longa schiera
al loco dove a guisa de trofeo
pende la bolla de indulgenza intiera,
come se mosse a intrar nel gran recetto
a quella voce il popul giovenetto.
Disse Lucina alor: – Questa matrona
Discrezïon chiamata è da la gente,
né in questo luoco intrar può mai persona
se la sua chiara voce pria non sente,
e però andiamo, ché passata è nona,
prima che 'l sol decline a l'occidente,
ché chi vòl intrar poi, li giova poco,
ma resta in questa turba per un gioco –.
Fermò la lingua e i santi piedi mosse
la sacra guida, avendo così detto,
e ognun de lor a lei dietro aviosse
per intrar nel mirabile recetto,
dentro al qual tanta turba radunosse
quanta mai fusse avante a uman cospetto,
ché qua gente venia de tutto il mondo,
come correno i fiumi al mar profondo.
Come formiche al cumulo del grano
a schiera van, così s'aviôr tutti
a un'arbore procèra in megio il piano,
la qual se carca de infiniti frutti:
arbor è detta del iudizio umano,
e in questo luoco dove fur condutti,
Esperienza maestra d'ogni cosa
patrona è de la pianta alta e ramosa;
e ciascadun mortale che qui vene,
li mena in un steccato la Esperienza,
che chiusa intorno la bell'arbor tene,
e come è dentro, gli suol dar licenza
ch'un pomo gusti e più non gli convene
toccarne, perch'un solo a sufficienza
gli sazia l'appetito e fal contento
come n'avesse manducati cento.
– Oh quanto sono i gusti differenti!
Come la prova qui veder se sòle! –,
disse l'alma Lucina ai tre clienti,
– questo maturo e quello accerbo il vòle,
quel ne piglia uno in parte più eminenti,
questo ver l'ombra il cerca e quello al sole,
quel ne prende un caduto al terren sodo:
ognuno al fin ne vòle uno a suo modo –.
In nutrimento trasmutato a pena
era il cibo suave a ognun de questi,
che li pareva la campagna piena
de vigil cure e pensier vani e mesti,
e la lor mente, che pria fu serena,
agitavan qual nube i venti infesti,
e in compagnia de quei s'aviôr tutti
ch'avean mangiati i saporosi frutti.
Chi 'l pomo aveva da la cima preso,
de pensieri ambiziosi e ultrici cure
aveva il gusto del iudizio offeso;
e quel che 'l tolse in parti ombrose e oscure,
era la mente sua da un pensier leso,
da voglie accompagnato accerbe e dure;
così chi su la terra li cogliea,
a cose vil la mente sua volgea.
I più maturi e chi han più bel colore,
sono quelli ch'al sol se trovan vòlti,
e de più dolc'e più gentil sapore
e men de gli altri da la turba colti;
e ben ch'abbiano molto grato odore,
nondimen sua fragranza offende molti
e rari son ch'a l'arbore miranda
vengan per frutti nati in quella banda;
ma a ciascun che ne gusta, son sì sani,
per la virtù che gli ha informato il sole,
che li descaccia tutti i pensier vani
e fa piacerli quelle cose sole
che li fan lume eterno fra gli umani:
però da quella parte venir suole
la gente rara, ché lì nascon rari,
ma più de gli altri prezïosi e cari.
Così se suol dal sacro altar partire
la gente del celeste pan saziata,
come vedevan del steccato uscire
la turba che de i pomi era cibata
e tutti in una gran piazza venire
de varie merce intorno circondata,
come è accaduto spesso de vedere
ne i gran mercati o ne le ricche fere.
– Amici mei, che l'arbor vista avete
e gustato de i frutti al sol maturi –,
disse la diva, – ormai entrar potete
in questo loco senza me securi:
vari modi de vite vederete
comprar fin che la lor moneta duri
da questi, e se comprarne anco a voi piace,
guardative d'alcun sensal fallace –.
Al fin de quelle angellice parole
disparve come subito coperto
da scura nube il raggio chiar del sole,
lassando loro in un camino incerto;
pur se aviôr come aviar se suole
colui che d'un paese è male esperto,
che se drizza a la via più frequentata.
Quel che seguì odirete un'altra fiata.