Del Chiostro de Lucina

By Antonio Fileremo Fregoso

Numer non paro, de cui gode il cielo,

Virtù da divin spirti solo intesa,

fammi benigno sì il segnor di Delo

ch'ei me dimostri in questa nova impresa

sì chiaro il lume suo senz'alcun velo,

che la mia mente, di tal luce accesa,

sparga i suoi raggi fra la dotta schiera,

mostrando quanto acquista chi in lui spera.

Poi canterò de' tre compagni cari,

la cui amicizia fu nel mondo tale

che i nomi loro sempre seran chiari,

se fama li può dar lume immortale;

ma a ciò il subietto e il canto mio sian pari,

Urania prego spieghi le sacre ale

e grazïosa descenda ad aiutarmi

ad intonar questi mei rauci carmi.

Dimme, celesta dea, la nobil vita

de Filareto, Apuano e il Carrarese,

ch'un degno esemplo un gentil cor invita

a seguir sue vestigie a l'alte imprese;

di' come in l'età sua verde e fiorita

ne i petti lor un bel desio s'accese

sol de cercar cose eccellenti e rare

e a la posterità farle poi chiare.

Mossi da quel pensier che ogni alta mente

move a l'opre ligiadre, un giorno questi

preser il lor camin verso orïente,

simil d'abiti dentro e fuor de vesti

come a tre veri amici è conveniente,

de fatti e de parole sì modesti

che testimoni certi eran gli effetti

de' lor umani e grazïosi aspetti.

Era nel tempo quando l'ape parca

descaccia da sue celle i figli adulti

e se vede tal volta così carca

rama de quelli, e starli su sì fulti

che per il peso pendulo se inarca:

fan susurri, consegli e gran tumulti

per cercar nove sedie e novi fiori

e seguir il suo re per longhi errori,

alor che Filareto e Apuano

e il Carrarese, posti già in camino,

gionser per sorte sua in un amplo piano

cinto d'intorno a guisa de giardino:

fabrica non parea de mortal mano,

ma dicean là architetto esser divino

o ver mirabil opra de Natura,

sì ben costrutte eran quell'alte mura.

Di quel color ch'al ciel più s'assimiglia

pareano a' riguardanti, e intorn'intorno

tenean de circuìto molte miglia.

Vicini a quel gran vallo se firmorno,

a mirar tutti tre con maraviglia

tanto edificio e più ch'ogni altro adorno,

e sopra tutti Filaretto fisse

sue luci in quel tenendo, così disse:

– Io credo questa mole fabricata

da dotta man d'artifice eccellente;

mirabilmente siando sì ordinata,

el caso non la fece, ma sapiente;

e cosa tanto ben considerata

chi la può far, se non divina mente?

Certo, se non me inganna il parer mio,

residenza me par d'un magno dio.

Ben che non sapia alcun de noi la porta,

de intrargli la speranza non perdiamo,

ch'a l'animoso la Fortuna è scorta;

il Troian ch'andò già per l'aureo ramo,

scese a l'inferno fra la gente morta,

e noi ch'a questo divin loco siamo,

restaren per viltate o per timore

de recercar chi l'abita e il signore? –.

Al fin de le parole incominciaro

girar intorno l'edificio egregio,

ch'aveva ognun de lor cor sì preclaro

ch'era sol fama a sue fatiche il pregio,

premio per certo conveniente e paro

a quei spirti gentil e bel collegio;

ma circondando le mirabil mura,

audite che gli avvenne e qual ventura.

Ch'uno agnelletto apparve inante a loro

bianco assai più ch'un candido ermellino,

che in capo aveva due cornette d'oro

e avante s'aviò per il camino,

come dicesse: – O virtüoso coro,

seguite me, ch'io son messo divino,

seguite me, ch'io son la vostra guida,

ché 'l cielo aiuta che in virtù se fida –.

E stupefatti de sì gran prodigio,

stavan mirando l'uno a l'altro in viso,

come villan che vede alcun prestigio

fatto da un giocolar a l'improviso,

che li par opra d'un del laco Stigio,

ben che questi credean dal paradiso

esser mandato a lor quel animale,

come ad Abram mandò già Dio immortale.

Poi che fu stato alquanto ognun suspeso,

al Carrarese Filareto disse:

– Ho già letto e per fama ancor inteso

che Aronte in la tua patria nacque e visse,

che da divin furor era sì acceso

ch'a Roma le civil guerre predisse:

forse che tu, qual carrarese sei,

l'influsso de la patria sentir dèi;

però del pecorino qual qui vedi

dimmi 'l parer tuo, prego, se te piace,

se pronostico bono o reo ne credi:

quale abbiamo aspettar, travagli o pace,

seguendo le vestigie de' suoi piedi –.

E ello a lui: – A ciò che pertinace

tu non me tenghi, dirò 'l mio iudizio,

ché negar iusti preghi a un socio è vizio.

Non perché la mia mente sia presaga,

ma dirò il mio parer per contentarte,

ché chi fa quanto può, col voler paga

e cassa del suo debbito gran parte;

se per dottrina umana il ver s'indaga,

dico che già trovato ho in molte carte

che se sacrificava un'agna nera

al pigro inverno ne l'età primera,

de color conveniente a la stagione

de rigor piena e nebulosi venti,

che generan tristezza in le persone;

non dolci canti d'augelletti senti,

anze in quei tempi quasi sei pregione,

ché de la stanza a pena uscir te atenti:

sì che nunzio seria de mal futuro,

se questo bianco agnello fusse oscuro.

Candido e puro e senza macchia alcuna

noi vediamo questo agno mansüeto,

però debbian sperar bona fortuna

e ciascadun de noi deve star lieto,

ché la venuta sua fu sì oportuna

che par mandato per divin decreto,

e ognun deve sperar letizia e festa,

ché come Bacco porta corna in testa.

Questo inocuo animal seguian securi,

che sempre ben con la sua voce dice,

né alcun de noi contraria sorte curi,

ch'ogni stella del ciel ne fia fautrice

fin che passiamo dentro a gli alti muri

de' quali è possessor patron felice,

e quel ch'avenir vòl da poi, avegna,

che l'effetto serà da causa degna –.

Ad ambi così entrato era nel core

il pronostico bon del Carrarese

che longhe gli pareano ormai sì l'ore

ch'ivi fermarse più dicean mal spese,

perché, quando speranza vien magiore,

tanto cresce 'l desio ch'essa già accese;

ardendo donque de trovar la porta,

s'aviôr drieto a la lor casta scorta.

Non molto il fatal agno avean seguito,

che gionser sopra un lieto praticello

che forse un miglio tien de circuìto:

uno edificio d'ogni parte bello

in megio siede il dilettoso sito,

che come revellin presso il castello

vestibulo parea di quella mole,

ch'un'altra tal non credo scald'il sole.

Sì al vago albergo s'aviò securo

ch'ognun di loro iudicar potea

ch'era animal domestico e sicuro

del segnor che 'l palagio possedea.

Giongendo al liminar del loco puro,

l'ample valve col corno percotea

e una portinara, anze una diva,

la fatal porta subito li apriva.

De veli candidissimi vestita,

una facella in la man destra tene,

con qual accende de l'umana vita

la lucerna a ciascun ch'al mondo vene;

con l'altra poi ogni mortale aita

entrar per quella via ch'al mal e al bene

conduce sempre ognun che peregrina

pel l'uman stato, e chiamasi Lucina.

Con voce e con la mano al magno ospizio

adimandolli, e in fronte era sì lieta

che qui narrarlo non so dar inizio,

e li diceva: – Poi che 'l bon pianeta

e il Fato eterno stato v'è propizio,

venite dentro ormai, ché 'l ciel nol veta,

se ben qui non se gli entra eccetto in fasce:

entrate, ché, per fama, se renasce –.

Il suon de quell'angelice parole

i'nei lor cori s'intonò suave,

ché musica non s'ode sotto il sole

in così dolce e molle e 'letta chiave

e piena d'armonia, con qual si suole

scacciar del petto ogni tristezza grave,

che non li fosse parso un strido orrendo,

sì dolci note de sua bocca odendo;

e mancando parole accommodate

a rengraziarla d'una tanta offerta,

che se ivi fusse stato l'Arpinate,

non arìa auto lingua sì diserta

ch'avesse satisfatto a la mitate,

taciti andaro in ver l'intrata aperta,

pieni d'un sacro orror de reverenza,

supplendo con bei gesti a la eloquenza.

Pur Filareto qualche paroletta

spingea talora fuor del dotto seno,

come caraffa ch'ha l'uscita stretta

e il largo corpo d'acqua rosa pieno,

qual pur, stillando, qualche goccia getta

che mena seco odor suave e ameno,

per il che quella dea cognobbe chiaro

quanto era ingegno in lui alto e preclaro.

Però non ebbe l'alma diva a sdegno

farse de i tre compagni conduttera:

vedendo in lui così sublime ingegno,

comprese e giudicò quel ch'in gli altri era,

ben che poi cognoscesse a più d'un segno

la lor dottrina e probità sincera;

e li guidava per quei sacri chiostri

qual frate che ad alcun monester mostri.

Ma a ciò che con ambage tedïose

non fastidi le menti a' mei lettori,

sol narrerò la somma de le cose:

come se sceglie in un bel prato i fiori,

così elegerò sol le più famose

che viddero ne i loci interïori

del bel palagio, e capitorno pria

ne la fatale eterna sacristia.

Questa è ne l'ampla corte un loco ornato,

nel qual dal cielo una catena scende,

mandata in terra da lo eterno Fato,

a cui ligata un'arca eburnea pende

proprio nel megio, e intorno è circondato

de colone per arte sì stupende,

e de materia ancor non manco belle,

che tutto il mondo può spechiarse in quelle

In man le chiavi dui secretari hanno

de la celeste cassa, quale è piena

de i nomi e de le vite che poi danno

a ciaschedun che ivi Lucina mena,

e del tutto un registro eterno fanno:

chi la deve aver turbida o serena,

e è poi consignato a la sua sorte,

qual sempre l'acompagna in fine a morte.

L'Ordine è il primo che dispone e mette

le cose in serie come hanno a seguire,

l'altra è Necessità, da quale astrette

sono a venir e non puon mai fallire:

questi dui sono le persone elette

dal Fato, che sol puon destribuire

ciò che a' mortali in questo mondo avviene,

e sia quel che se voglia, o male o bene.

Mille fanciulli, e mille e mille l'ora,

al coffano fatal son presentati:

chi a sera o a megia notte e chi a l'aurora,

chi a megio giorno, e d'alti e bassi stati,

chi de mediocri, e d'ogni sesso ancora,

e son con una polizza mandati

cavata fuor de l'arca a un altro loco

contiguo a quel o ver distante poco.

Tre figlie lì de la Necessitate,

che 'l stame filan de la vita umana,

abitan sempre e son Parche chiamate;

qui i tre compagni rocca, lino o lana

non vidder, ma infinita quantitate

de sacchi pieni de moneta strana,

qual è da un canto come notte oscura,

da l'altro qual del dì la luce pura.

Numera l'una de le tre sorelle

la pecunia fatal ch'è d'un mettallo,

il qual credo che Tempo ognun l'appelle;

come fin oro non è grave e giallo,

né da la terra come quel se svelle:

solo colui che l'ha creato, sallo

de che materia sia, e è sì leve

che vola fuor de borsa in spazio breve.

La sacra effigie del fulgente sole

sculta ha da quella banda la qual splende,

e intorno scritte son queste parole:

– Quanto error fa colui che mal me spende!

Se prodigo fu già, quanto se dole

poi che 'l valor de tal moneta intende! –.

Così da l'altra parte, quale è bruna,

stampata gli è la relucente luna.

Numera quella prima come ho detto,

l'altra a sé tira la moneta leve;

scrive la terza sopra un quinternetto

quel che ciascun fanciul da lei receve;

e quando ognuno ha il numer suo perfetto

sì come li promette il fatal breve,

son cassi da l'eterna tesaurera,

né de sua paga san la somma vera.

Ah, miseri e infelici umani ignari,

che peragrate per la mortal vita,

né intendeti il valor de quei denari,

né se la vostra borsa è ben fornita!

In mal spender sïati, prego, avari,

né ve li perda vostra età fiorita,

da poi ch'alcun de voi non sa per certo

quel che li sia da le tre Parche offerto.

Partiti alor dal venerando loco,

pervennero a quel magno circuìto

ch'era distante al bel palaggio poco:

lì de bambini se sentia il vagito,

de le nutrice lor le nenie e 'l gioco;

chi gli è in delizie e chi in stenti nutrito,

ch'entra robusto e chi de doglie pieno,

e chi formoso e chi deforme e osceno.

– Con quanta varietà quivi se vede

principïar la vita de' mortali –,

disse Lucina, – a quel che poi succede!

Quanti son che l'introito han pien de mali

che poi seran felici e alcun nol crede!

Quanti fra pompe splendide e regali

sono nutriti, e pria che gionga il fine

vederanse de lor mille ruine!

Lamusio a morte in la piscina infetta

esposto fu, la qual chiamavan lama,

che in lingua ancor lombarda così è detta,

e da quella Lamusïo se chiama;

giongendo poi nella età sua perfetta

fu re de' Longobardi e di tal fama

ch'a' nostri tempi ancor lucida dura,

cui vita al principiar parve sì oscura.

Che esempli antiqui qui narrar conviene,

siandone de moderni tanta copia?

Come mi credo che sapiate bene

quanti sian nati ricchi e in la inopia

son morti poi fra ceppi e fra catene,

né bisogna cercar in Etïopia

li esempli, ma nel nostro bel paese,

come le prove ognor vi fan palese –.

Vaghi de cose de più chiara luce

che veder tanti piccioletti infanti,

s'aviôr drieto a la celeste duce,

la qual, parlando ancor, se pose inanti

come chi compagnia grata conduce,

lassando quelli in fasce involti e in pianti:

pronostici per quali se dischiara

quanto la mortal vita esser de' cara.

E così insieme nel gran claustro entraro

nel quale uno orologio l'ore suona

su un campanil de fabrica preclaro.

Ben che campana abbia più ch'altra bona

e di ton grave, resonante e chiaro,

nondimen quasi lì non è persona,

per aver la sua mente ad altro intenta,

ch'a pena la metà de l'ore senta,

ch'ivi sempre se scherza e senza fraude

vive ognuno ne i puri naturali,

né qui ardente desio è alcun de laude;

l'Odio occulto, cagion de molti mali,

offender non sa qui, anzi ognun gaude,

ché 'l Respetto è fugito a spiegate ali,

né dubbita de Infamia alcun de questi,

e raro entrano qui Pensier-molesti.

– Regina de costor è una fanciulla,

quale da tutti Purità se dice,

che in la gran corte sempre mai trastulla

e sola ogni abitante fa felice;

poco se gusta il suo favor in culla

o pria che in questa piaza intrar non lice:

qui il pensier sol de la tediosa scola –,

disse la dea, – il lor pensier le invola;

ben che del re macedone il figliolo,

qual per il suo valor Magno chiamosse,

qui pianse già per ambizioso duolo

de la virtù paterna (dubbitosse

che la sua fama a l'uno e l'altro polo

giongesse e vincitor del tutto fosse,

né a lui restasse un fatto de memoria

per poterse acquistar immortal gloria),

non fa una rondinella primavera:

così fra questi un spirto ambizïoso

el gran decreto de la dea sincera

romper non può, ma chiamasi mostroso;

anzi quella regina che qui impera,

se pur pò odiar alcun, l'ha sempre esoso,

ché quel che eccede la comune usanza,

gran timor mena seco o gran speranza –.

Mentre che ragionava l'alma diva,

su la torre fatal sonaron l'ore

e ciaschedun ch'intento quelle odiva

se gli turbò così nel petto il core,

come a fanciul che de' suoi giochi il priva

e 'l chiama ad una impresa assai magiore:

sedece botte numerorno a ponto

soli color che ne tenevan conto.

Ch'udì mai gran campana in la citate

a consiglio sonar e al deputato

loco venir da tutte le contrate

il populo da l'alto suon chiamato,

così se congregò gran quantitate

de giovenetti imberbi, d'ogni lato

venendo a presentarse a l'alte porte

per le qual s'entra in la mirabil corte;

in la mirabil corte ove se spende

la moneta fatal in mercanzia,

che felice è colui che ben la intende.

Oh quanti i denar suoi gettano via

e la sua merce frutto alcun non rende,

anzi spesso gli è tolta per la via!

Quanti meglio de li altri comprar credeno,

che del suo grave error al fin s'avedeno!

Mirando la gran porta alta e prestante,

queste parole viddero sculpite

sopra il grand'arco in letter de diamante:

– Aprite gli occhi, o voi che qui venite,

ponete al senso la ragione inante,

a ciò che non comprati eterna lite –.

– Qui libero il voler –, disse Lucina,

– né biasmi alcuno la bontà divina;

libero arbitrio dentro a questa porta

vòl ch'ognun compri quel che più gli piace,

né che qui sia sforzato alcun suporta,

ben ch'un sensal talor troppo fallace

i mercatanti a spender male esorta –.

– Non però libertà prostrata iace –,

sogionse poi, – e sol sarà represo

quel che 'l tesoro suo qui arà mal speso –.

Legendo i versi e odendo l'alma diva,

nacque ai compagni un dubbio ne la mente

che 'l suo gentil discorso assai impediva:

avendo da lei 'nteso chiaramente

che la Necessità gli umani priva

de libertate, e ognun de lor or sente

e lege sopra il mur tutto il contrario:

però in lor cuor combatte un pensier vario.

Per chiarir donque l'animo dubbioso

a la regina Filareto disse

con umil voce e in atto vergognoso:

– Se a la Necessità il tutto obedisse,

né può l'ordin fatal esser retroso

a le cose che in ciel sono prefisse,

e è forza che quel ch'avenir deve

venga ogni modo, in spazio longo o breve,

come libero arbitrio in questo loco

abi possanza alcuna, deh, madonna,

preghiamo il vogli a noi chiarir un poco;

tu 'l sai, ché sciolta sei da mortal gonna

e uman saper a par del tuo è un gioco,

ché noi sian terra e tu celeste donna;

però preghian ne levi fuor del core

le tenebre col chiaro tuo splendore –.

Con quella vista l'alma dea serena

con quale i'nel principio ogni vivente

a questa nostra vita mortal mena,

a Filareto se voltò ridente,

d'ogni dolcezza e d'ogni grazia piena,

e disse: – Quant'è ingegno uman potente

a capere del cielo alcun secreto,

questo farottil chiaro, o Filareto.

Dico che amata è la virtù e negletta

da' mortali secondo il suo parere,

né può la voluntate esser astretta,

e tutto il mondo non faria piacere

virtù ad alcuno, se non li diletta;

donque lo eleger sta in vostro potere

qual più ve piace,o bene o mal che sia,

ma spesso lo esequir non è in balìa,

sì che sola è de' miseri mortali

la voluntate, e solo puon de quella

disponer e aplicarli a beni e mali,

e chi ha la mente a probità rebella,

non biasmi 'l fato già, ma i suoi bestiali

discorsi che fan più che la sua stella,

ché bon voler può aver ciascun de voi,

se ben non lo potesse esequir poi –.

Questo diceva e più volea ancor dire

la ianitrice de l'umana prole,

quando la magna porta odirno aprire

e una matrona dir queste parole:

– Chionque desia nel mio giardin venire,

prima che passi 'l megio giorno il sole,

venga, ch'a ognun l'intrar sarà concesso,

né chi più tardarà fia poi intromesso –.

Così principïare un iubileo

al suono de l'antifona primera

s'è visto in coro, e alora il bono e 'l reo

moverse e aviarse a longa schiera

al loco dove a guisa de trofeo

pende la bolla de indulgenza intiera,

come se mosse a intrar nel gran recetto

a quella voce il popul giovenetto.

Disse Lucina alor: – Questa matrona

Discrezïon chiamata è da la gente,

né in questo luoco intrar può mai persona

se la sua chiara voce pria non sente,

e però andiamo, ché passata è nona,

prima che 'l sol decline a l'occidente,

ché chi vòl intrar poi, li giova poco,

ma resta in questa turba per un gioco –.

Fermò la lingua e i santi piedi mosse

la sacra guida, avendo così detto,

e ognun de lor a lei dietro aviosse

per intrar nel mirabile recetto,

dentro al qual tanta turba radunosse

quanta mai fusse avante a uman cospetto,

ché qua gente venia de tutto il mondo,

come correno i fiumi al mar profondo.

Come formiche al cumulo del grano

a schiera van, così s'aviôr tutti

a un'arbore procèra in megio il piano,

la qual se carca de infiniti frutti:

arbor è detta del iudizio umano,

e in questo luoco dove fur condutti,

Esperienza maestra d'ogni cosa

patrona è de la pianta alta e ramosa;

e ciascadun mortale che qui vene,

li mena in un steccato la Esperienza,

che chiusa intorno la bell'arbor tene,

e come è dentro, gli suol dar licenza

ch'un pomo gusti e più non gli convene

toccarne, perch'un solo a sufficienza

gli sazia l'appetito e fal contento

come n'avesse manducati cento.

– Oh quanto sono i gusti differenti!

Come la prova qui veder se sòle! –,

disse l'alma Lucina ai tre clienti,

– questo maturo e quello accerbo il vòle,

quel ne piglia uno in parte più eminenti,

questo ver l'ombra il cerca e quello al sole,

quel ne prende un caduto al terren sodo:

ognuno al fin ne vòle uno a suo modo –.

In nutrimento trasmutato a pena

era il cibo suave a ognun de questi,

che li pareva la campagna piena

de vigil cure e pensier vani e mesti,

e la lor mente, che pria fu serena,

agitavan qual nube i venti infesti,

e in compagnia de quei s'aviôr tutti

ch'avean mangiati i saporosi frutti.

Chi 'l pomo aveva da la cima preso,

de pensieri ambiziosi e ultrici cure

aveva il gusto del iudizio offeso;

e quel che 'l tolse in parti ombrose e oscure,

era la mente sua da un pensier leso,

da voglie accompagnato accerbe e dure;

così chi su la terra li cogliea,

a cose vil la mente sua volgea.

I più maturi e chi han più bel colore,

sono quelli ch'al sol se trovan vòlti,

e de più dolc'e più gentil sapore

e men de gli altri da la turba colti;

e ben ch'abbiano molto grato odore,

nondimen sua fragranza offende molti

e rari son ch'a l'arbore miranda

vengan per frutti nati in quella banda;

ma a ciascun che ne gusta, son sì sani,

per la virtù che gli ha informato il sole,

che li descaccia tutti i pensier vani

e fa piacerli quelle cose sole

che li fan lume eterno fra gli umani:

però da quella parte venir suole

la gente rara, ché lì nascon rari,

ma più de gli altri prezïosi e cari.

Così se suol dal sacro altar partire

la gente del celeste pan saziata,

come vedevan del steccato uscire

la turba che de i pomi era cibata

e tutti in una gran piazza venire

de varie merce intorno circondata,

come è accaduto spesso de vedere

ne i gran mercati o ne le ricche fere.

– Amici mei, che l'arbor vista avete

e gustato de i frutti al sol maturi –,

disse la diva, – ormai entrar potete

in questo loco senza me securi:

vari modi de vite vederete

comprar fin che la lor moneta duri

da questi, e se comprarne anco a voi piace,

guardative d'alcun sensal fallace –.

Al fin de quelle angellice parole

disparve come subito coperto

da scura nube il raggio chiar del sole,

lassando loro in un camino incerto;

pur se aviôr come aviar se suole

colui che d'un paese è male esperto,

che se drizza a la via più frequentata.

Quel che seguì odirete un'altra fiata.