Del pennello

By Agnolo Bronzino

Io vidi a questi giorni un buon ritratto

d'un uomo e d'una donna: erano ignudi,

dipinti insieme in un piacevol atto.

Ebbilo caro — una coppia di scudi —

ché si vedea che v'era tutto drento

ciò che può dar natura o i lunghi studi.

Io gli stetti a guardar un pezzo, attento,

ché mi parea vedergli dimenare,

come colui che n'avea contento.

Per quest'io fui forzato a giudicare

il pennel, che gli fe', degno di loda

e s'io il potrò lodarlo, io lo vò fare.

Chi è colui che a ragionar non goda

delle cose che fa questo cotale,

nato di pel de setola o di coda?

E non è uomo o donna sì bestiale,

che non cerchi d'aver delle sue cose

o di farsi ritrar al naturale.

Chi si ritrae sul letto o faticose

attitudin fa, ritto o a sedere:

chi tien qualcosa in man, chi l'ha nascose;

chi si vuol dietro ad un altro vedere;

chi vuol esser dipinto innanzi ad uno;

chi s'attien; chi fa vista di cadere.

Io non saprei contarne de' mille uno

de' diversi atti e modi stravaganti:

sapete che il variar piace ad ognuno.

Basta, che a fargli o dirietro o davanti,

a traverso, in iscorcio o in prospettiva

s'adopera il pennello a tutti quanti.

E' non è fra' cristiani arte più viva

di quella in che si mescola il pennello,

ovunque l'arte alla natura arriva.

Né bisogna a impararla un gran cervello,

perché, se un non è grosso qual bue,

gli ha chi gl'insegna, purché voglia avello.

Ma l'importanza è ch'un si ponga giue

o che un dica: “Vadane chi vuole;

io vo' dar dentro” e attenda a dar sue.

Questi fanno più fatti che parole

e trovan di quest'arte il miglior modo,

come, nel seguitar, avvenir suole.

Con voi parlare, o dipintori, io godo,

che par che per natura e' vi sia dato

d'avere un grande ingegno e fermo e sodo.

Quando vi pare aver ben lavorato

non la guardate in quattro pennellate,

ché sempre non si serve ad un ingrato

e sia mente, quando voi schizzate

o donna o uom per dipingerlo poi,

che cattiva maniera non facciate,

come disse colui: “Quando tu puoi

trovar un corpo bel, mettilo in opra;

se un altro è me' dirieto e tu lo toi”.

E non dà noia o di sotto o di sopra,

ché si mostra arte e ingegno in tutti i modi,

quando il penel con buon guardo s'adopra.

Quando tu senti un altro che ti lodi,

non far il grande e non te l'allacciare,

sta sotto e esci a tempo e cheto godi.

Ecci chi vuol che giovi disputare

sopra questa materia un po' allo stretto

e qual di lungo la lascia passare.

Io credo che sia meglio irsene a letto:

io volea dire a chi giovi il pennello

e in sin a qui non so s'io me l'ho detto,

per ben che non importa, anzi è più bello,

talvolta in questi casi colle Muse

fare a fidanza a guisa di fratello.

Ma l'uomo ha a far con certe teste buse,

che tiran sempre mai dietro ad un segno,

né val ch'altri si scuota o trovi scuse.

Però convien ch'io aguzzi l'ingegno

e ch'io veggia d'alzar questo mio stile,

s'io vo' far quella cosa ch'io disegno.

O masserizia nobile e gentile!

Entrar mi fai in un gran ginepraio

e 'n un fondo maggior che alle Tre Pile.

Ma s'io non esco, io non né vo' danaio:

io sono stato in pelaghi maggiori,

ancor ch'io non sia grande, come paio.

Con che si fanno i re, gl'imperatori,

le monache, gli abati, asini e buoi?

Con questo solo, intinto ne' colori!

Che cosa troveremo dietro a noi

che ci giovasse e facesse favore

quanto questa? Nessuna; e to' qual vuoi.

Mettiam per caso: una donna si muore;

s'ella si fa dipingere e schizzare,

lascia pure quel bene e quell'onore.

O cosa benedetta e singolare,

tu ci fai, come Dio, tornare al mondo

delle altre volte e ogni dì rifare!

S'io credessi toccarne un tratto il fondo

colle mie rime, parole e cotale

non resterei, ch'io avrei il capo biondo,

ben che una cosa, quando tanto vale,

chi la vuol trascinar con grosso ingegno,

spesso crede giovarle e le fa male.

Ma che si può più chiaro e miglior segno

aver, poi ch'ognun sa che il tuo valore

ha quasi il mondo tutto quanto pregno?

E, perché io sono anch'io pur dipintore,

io vi vo' far vedere a quel ch'è buono

il pennel grosso, il mezzano, il minore.

Que' corti e grossi al proposito sono,

quando egli accade a guazzo lavorare;

fate pur dinotar quel ch'io ragiono.

Ma quando altrui si vuole assottigliare,

e' bisogna un pennello accomodato,

che serva a quella cosa che s'ha a fare.

E questo vi sia sempre ricordato,

che ne' lavori grandi e ne' gentili

il pennel vuol aver dell'atticciato,

perocché quando son lunghi e sottili

si ripiegano in punta e piglian l'atto

dell'esser torti e son poltroni e vili.

I' non vo' lodar questi a nessun

patto, che ti bisogna lisciargli due ore,

se gli vuoi adoprar ad un tuo fatto.

Né per questo si scema dell'onore

al buon pennello, anzi s'accresce in grosso

e se non fosse che 'l lume si muore

io ve 'l farei veder, dov'io non posso.