Del tutt'una

By Agnolo Bronzino

Usava Matteo fabbro dir che gnuna

cosa era al mondo sì diversa e strana,

che 'n capo al giuoco non fusse tutt'una.

Né da gnoranza a sapienza umana

faceva differenza, argomentando

che l'una e l'altra è parimente vana.

L'esser signore e l'andare accattando

era tutt'una e l'esser brutto o bello

e star nel suo paese o aver bando;

morir di febbre o morir di coltello,

nel letto o 'n terra, in casa o alla foresta,

par pari è l'esser questo, come quello;

aver debito o credito una festa

medesima, esser preso o far pigliare

e quel ch'accatta, come quel che presta;

andarsi a spasso, quanto lavorare

voleva dire e far questa o quell'arte

tanto s'era, e stentar quanto sguazzare;

mostrar del corpo questa o quella parte

o coprirsi con quelle ancora il viso

none svariava in qualsivoglia parte;

essere astuto o straccurato, intriso

o netto, ben vestito o strambellato

un sol guazzetto, una pasta, uno 'ntriso;

bastonar altri o esser bastonato:

ne hai, ne hai; e star nell'acqua o al fuoco

la state o 'l verno o nel mezzo o da llato.

L'esser tenuto dassai o dappoco:

la romfa del vallera; e 'n su la gruccia

stare o tenervi un altro era un sol giuoco.

Esser più lepre, che orso o bertuccia,

uccello o pesce o cavolo o 'nsalata

era un pelo, un colore e una buccia,

diceva, e ch'ogni cosa o fatta o nata,

insomma, era una stessa cianfrusaglia,

se ben parea divisa o mescolata.

Io che più volte or accordo or battaglia

con tale opinione ho fatto e presa,

veggo ch'alfin più tosto ella m'attaglia,

e che più ragion trova in sua difesa

e più gagliarde assai, che per mandarla

a tterra, un che volesse farne impresa.

Ma perché sempre vince chi me' ciarla

e spesso il ver con la bugia si cuopre,

non mi par or di stare a disputarla.

La cagion per l'effetto si discuopre,

più che per altro e s'uno è buono o tristo

suol giudicarsi da' segni e dall'opre.

Veggiam dunque la perdita o l'acquisto

che si farebbe a seguitar la schiera,

che dal nostro Matteo guidar s'è visto.

Tutto quel che si teme o che si spera

nel mondo è forza mettere in non cale

a chi vuole imparar la suo maniera.

Guardate or voi s'e' vi par bene o male

sbandir queste due cose e trarle fuore

di questo nostro corso accidentale.

La prima cosa, io credo che 'l timore,

chi potesse far senza, arebbe il torto

a voler suo amicizia o suo favore.

Anche la speme con tutto il suo orto,

pien di frasche e di vento, a darci il frutto

suole indugiare il più, quand'altri è morto.

Che 'l vizio sempre scelerato e brutto

sia, chi negasse si potrebbe dire

sciagurato e vizioso o bestia in tutto.

Da questo parmi sentirvi arguire

che, sendo la virtù contraria al vizio,

si dee questo fuggir, quella seguire.

Né par che fatto sia con buon giudizio

faccendo il vizio e la virtù par pari:

così va questa setta in precipizio,

ché, non si comportando duo contrari

'n un tempo in un medesimo subbietto,

convien che l'un dall'altro si separi.

Bene arguite e bene avete detto,

ma questa opinion di Matteo nostro

giudica la cagion sol dall'effetto;

dunque bisognerà che li sia mostro

che cosa sia la virtù vera e dove

ell'abita oggi e 'n qual casa o 'n qual chiostro;

e, se per sorte avvien ch'ella si trove,

veder che frutti ella produca, a fine

ch'e' se le creda per opre e per prove.

Quell'avere a scalzarsi e fra le spine

per vie sassose e erte ir, fan ch'altrui

rado va dietro a quella vera e fine.

Ma, s'alcun va pur seco, guai a lui

e guai a chi li crede e a chi lo segue

e a' parenti e agl'amici sui.

Onde, se tal virtù col vizio adegue,

par che ne vada ben la poverella,

considerando al pro che gliene segue.

Di quell'altra virtù, che buona e bella

mostra di fuori e dentro è brutta e ria,

il nostro fabbro virtù non l'appella,

ma vuol che, quando un virtuoso sia

d'ambizione o d'avarizia tinto

o d'altre macchie, a par col vizio stia;

concederebbe forse che distinto

ci fusse qualche grado, ma non tanto

che tu l'avessi mai per questo vinto.

E chi saria, che vistolo in un canto

col ferro, fuoco e col martello im mano,

si desse quivi di spuntarlo vanto?

Tutto, dicea, quant'è nel mondo è vano,

tutt'una cosa e quella è vana e questo

sol non è van, ch'io non lo dico invano.

Oh, 'l vituperio, maestro, e l'onesto

son ei tutt'una? Essendo ambeduo vani,

ti rispondeva, almen son pari in questo.

O cure stolte o appetiti strani!

A che pigliarvi tante brighe e tanti

fastidi or con l'ingegno or con le mani?

Dicea con alta voce e con sembianti

gravi, e seguia: Non v'accorgete, stolti,

che voi siete ingannati tutti quanti?

Natura fatti v'ha liberi e sciolti

e voi v'andate legando e faccendo

servi — e perché? — tra vane cure involti.

A che vi serve andar sempre caendo

vostra rovina, mentre che cercate

su le cime degl'alberi ir salendo?

Che siete voi di più, quando sagliate

lassù? Già non siete altro che quel ch'eri

prima, se non se quando giù cascate.

O van tre volte, se ti pensi o speri

per seder alto e fra le genti il primo,

di non esser tenuto oggi quel ch'ieri!

Né più, né men ti riverisco o stimo

e ne vai ben s'io non ti fo di peggio

e quel ch'avanza sol ti sego e cimo

o come vil ti tengo e ti dileggio,

avaro, ricco e ti fo men più tosto,

che pari al più meschin che 'n terra veggio.

E tu che terre e mar, presso e discosto,

cerchi e di metti a mille rischi in coppia,

se torni, a chi sta fermo t'arò posto.

Che bevanda mortifera v'alloppia

e vi trasforma in altrettante fiere

e da voi stessi vi divide e scoppia?

Vostri discorsi e vostre tantafere

tutti son fummi, fantasime e sogni,

favole e ombre, nugoli e chimere.

Che pro vi fa, quando v'avanzi d'ogni

cosa del mondo, poi che non potete

usarne più che pe' vostri bisogni?

Già non più che la fame o che la sete

potete trarvi o dal freddo o dal caldo

schermirvi e 'l resto a vostro danno avete.

Non ha tanto a chi manca il pensier saldo,

che lo trafigga e sferzi a procacciarlo,

né sì 'nportuno a consumarlo e caldo,

quanto di quel ch'avanza a conservarlo

avete voi, tanto ch'a farvi uguali

chi vi ricerca, ben potete farlo.

Di queste cose e di mille altre tali,

che saria lungo a dir, Matteo dicea

spesso con modi arguti e naturali.

E volete voi altro? ch'e' facea

cader le braccia a molti, che fil filo

stavon per affibbiarsi la giornea.

Che dite adunque? parvi che 'l suo stilo

sia da stimar di canapa o finocchio

o pur d'acciaio in buona tempra e filo?

So ben ch'e' ci bisogna saldo l'occhio

tenere e non passar del vero il segno

e cader forse più che col ginocchio,

tenendo sempre fermo il giusto e 'l degno,

la fede e l'altre sue compagne e molte

cose altre, che per or lasciar convegno.

Pur non ostante questo, molte volte

c'insegna il fabbro a tener false e vili

queste cose, quaggiù nel fango involte,

e diventar trattabili e umili,

né presumer di sé sopra il compagno,

sendo alfin tutti gl'uomini simili.

Né ci spaventi il perdere o 'l guadagno

troppo ci faccia assicurar, potendo

cangiarsi all'uno e l'altro ognor vivagno;

né s'andar tanto intricando e 'ngerendo

in queste nostre alfin pur vane cure,

ogni pace e quiete in lor perdendo.

Non biasmo già che chi può s'assicure

dal timor, dal periglio e dallo stento,

cose troppo, nel ver, pungenti e dure,

ma non ch'ogni riposo, ogni contento

per ciò si perda e, per non patir poi,

patire in sin al dì ch'altrui sia spento.

Ond'io ti lodarò quando tu puoi

modestamente il tuo goder, se 'l fai,

ponendo fine ai desideri tuoi.

Cura ha di tutti la natura e mai

non lascia altrui, pur ch'altrui sé non lasci

o si procacci a studio affanni e guai.

Che vuoi tu più se tu ti vesti e pasci

e della terra ti godi e del cielo

la vista e l'uso, e carne umana fasci?

Perché superbia in fuoco, invidia in gielo

eterno pommi, se aver più non posso

che questo? e senza lor più dolce arèlo?

Perché porrommi tanto grave addosso

peso che mi difaccia? e quand'io 'l porti

che fia? che pro? più ch'esser fiacco e rosso?

Nulla si fa quaggiù che vaglia o importi

nulla, salvo il ben fare e sol di certo

abbiam che tutti e 'n breve andrem fra i morti.

Allor di queste vane imprese il merto

fia la vergogna, il pentimento e 'l danno

e fia palese il ver, ch'ora è coperto.

Allor le vane voglie e 'l vano affanno

preso per pompa aver, piaceri e oro

e pari e vane si conosceranno.

Là dich'io ben che 'l tormento e 'l ristoro

giusti saran, perché tempo o fortuna

non potran far, come fan qua, di loro

a scambio, onde Matteo ne fa tutt'una.