Didone a EneaEpistola settima

By Remigio Nannini

Così cantando, e sospirando muore

Del bel Meandro in su l'erbose rive

Il bianco cigno alla sua morte appresso;

Et io queste parole, e queste voci

E vergo e spargo, oimè, non perch'io speri

Piegarti a' preghi miei, ché troppo irati

Mi son gli Dii; ma poi che 'l corpo e 'l nome,

E l'alma casta, e la pudica mente

Malamente ho perduto, è lieve ancora

Perder le voci, e le parole, e i preghi.

Tu sei pur fermo di partirti, ahi lassa,

E di lasciar la sconsolata Dido?

E che quei venti, che per l'onde irate

Le vele aggireran, gli stessi ancora

Ne portin seco la tua data fede?

Tu sei pur fermo, Enea, di sciorre insieme

Le navi e i giuri, e di seguire i regni

Sconosciuti d'Italia? e non ti muove

Cartagin nuova, e le fondate mura,

Ch'ad or ad or sen van crescendo, e ch'io

Me stessa e lor sott'al tuo scettro ho posto?

Tu fuggi una città già fatta, e segui

Altra che far si deve, e nuovo albergo

Brami acquistarti, e non attendi, folle,

Che senza pur versar sudore o sangue,

T'hai soggiogato e la cittate e 'l regno:

Ma ben che tu ritrovi albergo e terra,

Chi sarà mai che la ti doni, e faccia

De la sua terra un peregrin signore?

Nuovo amor trovar debbi, e debbi ancora

Trovare un'altra Dido, et altra fede

Qual poscia rompa, altrui prometter debbi.

Quando fia mai ch'una città simile

Alla bella Cartago inalzi, e veggia

Dall'alta rocca il popol tuo fedele?

Ma ben che 'l tutto al tuo desio risponda,

Et a' bei voti il bel successo segua,

Ond'avrai mai consorte amica, e fida,

E che con tanto ardor t'ami, e t'inchine?

Lassa! ch'io ardo come acceso legno,

Che per zolfo o liquor s'infiammi et arda,

Et al chiaro et al fosco ho sempre impresso

Nell'alma Enea, e sol Enea rimiro,

Et egli ingrato alle mie voci è sordo:

Ond'io, s'io non son stolta in tutto e folle,

Esser priva di lui bramar devrei;

Ma bench'ei dentro al crudo petto alberghi

Pensier sì crudi, odiar però no 'l posso,

E dopo a' miei lamenti al vento sparsi

Più ciecamente me n'infiammo e l'amo.

Deh bella madre del mio bello Enea,

Pietà di me tua sconsolata nuora

Ti muova omai, e tu, pietoso Amore,

Abbraccia il duro tuo fratello, e dentro

Alle tue schiere il lega, ond'ei si mostri

Tutto pietoso a me sua fida amante,

A me, che pria, né me ne sdegno, amarlo

Incominciai, e mi nutrisca il foco

Che m'arde il cor con altretanto ardore.

Ma io m'inganno, e le sembianze invano

E falsamente ho già lodate, ch'egli

Da sua madre è diverso, e i monti e i sassi

E le rovere antiche in strane rupi

Nate e nutrite, o le rabbiose belve,

Empio, t'han generato, o 'l mar qualora

Da' turbati Aquilon, sì come or vedi,

Dall'arenoso fondo al cielo è volto;

Per cui solcar, benché crucioso e pieno

Di tempesta e d'orror, pur t'apparecchi.

U' fuggi Enea? e' t'è contrario il mare;

E se 'l mio amor, se la mia fé non ponno

Tenerti meco, o ritardar la fuga,

Tardinla almeno e le procelle e i venti;

E di quel ch'io doveva esser tenuta

A te, crudel, sia debitrice all'onde,

Poiché l'onde di te mi son più pie.

Io non son tal ch'a manifesta morte

Per così lunghi e perigliosi mari

Ti deggia offrir sol per fuggirmi; e questo

Odio ti costerà gran pregio, poi

Che t'è vile il lasciar la nave e l'alma

Nel mezzo ai torbi e minacciosi flutti,

Purché da me tu t'allontani e fugga.

I venti or fermeransi, e fuor dell'acque

Trarran la fronte i Dei marini, e i pesci

Scherzando andran su per le placid'onde:

Oh piacesse agli Dii che la tua voglia

Si cangiasse co' venti! e se non vinci

Di durezza l'antiche annose querci,

Ti muterai per quest'ardenti preghi.

Che faresti tu quando unqua provato

Tu non avessi il gran furor del mare?

Avrai tu fede mai nell'onde irate,

Che tante volte hai già provate infide?

Ma ben che 'l mar tutto tranquillo in vista

T'invitasse a snodar dal lido i legni,

Egli però d'assai perigli è pieno;

Et a colui ch'ardisce entrar nel mare

Non giova aver la già promessa fede

Negletta e rotta, e 'l mar sovente suole

La perfidia punir di quel che offende

Il grand'amor, perché d'Amor la madre,

Quant'alcun crede, in mezzo all'onde nacque.

Lassa! ch'io temo di non perder quello

Ch'ho già perduto, e di non fare oltraggio

A chi m'oltraggia, e che 'l nimico mio

Non rompa in scoglio, e si sommerga e pera.

Vivi, deh vivi omai, ch'egli è pur meglio

Che tu mi lassi, e viva, che per sempre

Io ti perda per morte, e sia tu pure,

Crudel, cagion del morir mio crudele.

Fingi ch'un nodo intempestivo e fiero

Di venti irati la tua nave assaglia,

E ti tragga del senno (oimè! non sia

Successo alcun nell'infelice augurio):

A che pensier rivolgerai la mente?

Subito i giuri, e le promesse false

Ti soverran, che con la falsa lingua

Promettesti e giurasti, e Dido ancora

Ti soverrà, che dal troiano inganno,

O ben misera lei, fu spinta a morte:

Allor vedrai de la tradita amante

Starti dinanzi la funesta imago

Tinta di sangue, e con le chiome sciolte,

Onde tu sbigottito entro al pensiero

Dirai, quest'è quel ch'io, perfido, merto,

E crederai che le saette ardenti,

Che scenderan dal ciel sieno a te volte.

Cedi, deh cedi, Enea, deh cedi alquanto

A la gran rabbia, e gran furor del mare,

Che del tardare avrai gran premio, e questo

Fia l'aver a l'andar la via sicura:

Non ti tenga il mio amor, tengati quello

Del pargoletto Iulo, e di me sola

Bastiti avere, e di mia morte il pregio.

Ch'ha meritato Ascanio? e quelli Dii

Che teco porti, e che traesti fore

De le gran fiamme, inghiottiransi l'onde?

Ma tu non gli hai già teco, e le tue spalle

Non fur mai carche di sì santa preda,

Né del tuo genitor provaro il peso:

E d'ogni cosa menti; et io la prima

Non sono, a cui la tua bugiarda lingua,

Et a mentire, et ingannare avezza,

Abbia già tesi e tradimenti e frode,

Ma son ben prima a sopportar la pena.

E chi brama saver dove la madre

Del bell'Ascanio sia, ella morio

Per crudeltà del suo marito ingrato,

Che la lasciò dentro alle fiamme sola.

Tu mi narravi ben ch'in mezzo a' fuochi

La chiamasti più volte, e la pietate

Che tu mostrasti aver di lei mi mosse

A prestar fede a le parole false,

Onde 'l supplicio mio, e lo mio scempio

Molto minor de la tua colpa infame

Sarà stimato; e se giustizia in cielo

Si trova ancor, sarai creduto degno

D'acerba pena, e di supplicio grave:

Tu vedi ben che fuggitivo e solo,

Già son sett'anni, e fracassato e rotto,

Or in terra, or nell'onde errando vai,

All'onde quasi et a la terra a sdegno.

Lassa! che dentro a' miei tranquilli porti

Accolsi quel che dal furor del mare

Era sbattuto, e pur di lido privo,

E peregrino ancor, del mio bel regno,

Folle, gli diedi e la corona e 'l scettro;

Ma mi foss'io, e lo volesse il cielo,

Contenta almen di cortesie sì grate,

O della colpa mia nefanda e brutta

La brutta fama almen sotterra fosse!

Quel dì, lassa, quel dì, quel dì mi nocque,

Quando ambi insieme in antro oscuro e fosco

Ne constrinse a fuggir torbida pioggia.

Io senti' ben le voci, e mi credei,

Stolta, che l'alme Ninfe avesser fatto

Felice segno alle bramate nozze:

Ma fur le Furie, che con suono orrendo

Presagio fer della mia trista fine.

Ahi bella pudicizia, ahi cara e santa

Onestà violata, e ch'io promessa

Aveva al mio Sicheo, inanzi a cui,

Misera me, vo vergognosa e mesta,

Prendi di me le meritate pene.

Io ben udii la conosciuta voce

Uscir di fuor della sacrata imago

Del mio Sicheo, ch'in mezzo al tempio tegno

Di verdi fronde e bianche lane ornata,

E quattro volte in picciol suono e roco

Dirmi pietoso: Eh, bella Elisa, vienne.

Ecco ch'io vengo, e già mi sono accinta

A seguire i tuoi passi, e venir dietro

A te, che per mio ben doveva amarte

Morto non men ch'io mi t'amassi in vita.

Ma la vergogna del mio fallo infame,

E la santa onestà corrotta, m'have

Tenuta in vita insino ad or: ma scusa

La colpa mia, ch'io fui legata e presa,

Vedova, e donna, da parole accorte

Di non men saggia che bugiarda lingua,

Ond'io del mio fallir gran parte scemo.

L'udire, oimè, che d'immortale dea

Egli era nato, e che 'l suo padre Anchise

Tratto avea fuor delle troiane fiamme

Sopra gli omeri suoi, accrebbe speme

Al mio desio, e nel pensier mi nacque

Che sposo mi saria costante e fido,

Come ad altrui fu già pietoso e grato:

Ma s'ho commesso error, quest'error mio

Ha qualch'onesta scusa, e se la fede

Arrogi poi, che giurand'ei mi diede,

Non fia d'onde incolparmi, e men vergogna

Mi fia l'avere a sì grand'uom creduto;

Ma la mia trista sorte, e 'l mio destino

Segue suo stile in farmi oltraggio, e vuole

Ch'ancor gli ultimi dì sien tristi e foschi,

E ch'io miseramente esca di vita.

La sorte mia crudel fe' già ch'inanti

Ai sacri altari il mio marito amato

Dal mio crudo fratel mi fusse morto.

Ond'io da lui, che del mio sangue forse

Era non men che di quell'altro ingordo,

Presta m'involo, e del mio caro sposo

La polve, e l'ossa, e la mia patria lascio:

E per fuggir dal mio fratello iniquo,

Uopo mi fu cercar contrade strane,

E selvaggi sentieri; e poi ch'io fui

Lunge dal suo furore, e che passati

Ebbi del mare i perigliosi errori,

Quei lidi comperai, quei lidi ch'io

T'ho donati, crudel, ove drizzare

Feci l'alta Cartago, e quelle mura,

Ch'hanno portato a' miei vicini intorno

Sospetto, invidia, maraviglia, e tema.

Le guerre or son vicine, e sol col ferro

Vedova e sola, e peregrina, e donna

Son minacciata, et a gran pena ho l'armi

Atte a soffrir i bellicosi assalti

Degli avversari miei, non men di sdegno

Che di valor, che di fierezza armati:

Lassa! ch'io piacqui a mille amanti, e proci,

I quai son congiurati a farmi oltraggio,

Poich'io gli ho dispregiati, et ho preposto

Alle lor nozze un peregrino amante.

A che temo d'andar prigiona e serva

Del grande Iarba? io già provato ho teco,

Scelerato e crudel, lo strazio e scempio

D'uomo che viva in servitute amara:

Misera me! che 'l mio cognato ancora

Cerca bagnar la scelerata destra

Del sangue mio, che già macchiata e tinta

Fu di quel del mio tanto amato sposo.

Deponi, empio e crudel, depon gli Dii,

E le reliquie sacre, e i sacri eletti,

Cui sol toccando impuramente inlordi,

Perché cosa celeste esser non deve

Da man empia mortal toccata e colta.

E se cultor di quegli Dii dovevi

Esser, perfido, tu, che delle fiamme

Fur tratti fuor dell'infiammata Troia,

E' si pentan che pria con Troia insieme

Non si vider cangiar, miseri, in polve.

Forse ch'ancor, ahi scelerato, lasci

L'infelice Didon gravida, in cui

Qualche parte di te, crudel, s'asconde,

Et a la morte di sua madre fia

Il misero fanciul congiunto insieme:

A cui saranno in sempiterna notte,

Empio, per tua cagion le luci chiuse,

Non avend'egli ancor del ventre fore

Alla luce del sol le luci aperte;

E con la sua mal fortunata madre

Il fratel si morrà del bello Iulo,

E della morte di due corpi fia

Un istesso morir cagione e duce.

Ma tu dirai ch'a dipartir ti stringe

Voler divino, e del gran dio del cielo

Ti spinge ognor l'alto precetto espresso.

Ahi, lassa me! ch'io vorrei or che quello

Sì giusto Dio che mi ti toglie avesse

A queste rive il tuo venir vietato;

Né che calcato mai troiana pianta

Avesse, oimè, cartaginese arena.

Con questa scorta, io dico Dio, consumi

Tra l'onde infide, e tra dubbiosi scogli

Gli anni miglior sì lungamente invano,

E quindi empio Aquilon, quinci aspro Noto,

Or altro vento in mar t'aggira e spinge:

E con tanto sudor dovevi a pena

Della gran Troia alle paterne mura

Tornar, crudel, s'in quell'altezza istessa

Fosser ancor, come fur quando in vita

Era il famoso, e sì tremendo Ettorre;

Né d'Ida torni alle gradite selve,

Al Simoenta umile, al Xanto altero,

Ma del lontano e fuggitivo Tebro

Brami l'onde vedere, u' poi che giunto

Sarai, misero te, tu sarai pure

E peregrino abitatore e strano.

E se l'amata e sì gradita terra,

A cui con tanta e con tal brama aspiri,

Fia sempre ascosa, e da tue vele lunge,

Negli ultimi anni a gran fatica avrai

De' tuoi perigli il meritato frutto,

E vecchio arriverai là dove addrizzi

I rotti legni, e le fiaccate antenne.

Eh prendi, eh prendi, Enea, prendi più tosto

Questo regno per dote, e questa gente,

E di Pigmalion crudele ed empio

L'ampie ricchezze, e le pregiate gioie:

E cangia l'arsa incenerita Troia

In Cartagine bella, e più felice,

E qual di lei gentil signore e caro,

Lo scetro prendi, il diadema, e 'l manto.

Se tu brami vestir corazza e maglia,

Et hai desio di travagliarti in arme,

E s'Ascanio si spera ornar di scudi

E d'elmi, e d'aste il suo trionfo altero,

Noi troverem da soggiogar vincendo

Famosi duci, e gran signori, e regi,

Ché questa region può darne insieme

Candida pace, e sanguinosa guerra.

Deh dolce signor mio, deh pio troiano,

Per le sant'ossa del tuo padre Anchise,

Per i dardi d'Amor, per quegli Dii

Che d'Ilio fur sì riverendi numi,

E di tua fuga or son compagni afflitti;

Deh dolce signor mio, deh pio troiano,

S'Ascanio i suoi bei dì felice e lieto

Mai sempre guidi, e più beatamente

Degli ultimi anni suoi finisca il corso,

E stien d'Anchise le bianch'ossa in pace,

Abbia pietà di questo regno, e volgi

A la tua Dido omai pietoso i lumi:

Di che, misera me, di che mi puoi

Lassa, incolpar, se non d'averti amato

Più che non lice a pudicizia onesta

D'onesta amante, e di pudica donna?

Io non son già là ne la Grecia nata,

E non m'è padre il grand'Atrida, o Pirro,

Né patria Argo, o Micene, e contra a Troia

Il mio buon padre, o 'l mio marito fido

Non venner già per rovinarla, armati

Di ferro il petto, e di disdegno il core.

Se tu ti sdegni, o ti vergogni avermi

Per tua moglier, non mi dirò tua sposa,

Ma chiamerommi albergatrice, e serva,

Ché l'afflitta Didon quel ch'a te piace

D'esser sopporterà, pur che sia tua.

Io ben conosco ancor di Libia il mare,

Ch'ai naviganti a certo tempo niega,

Ed a cert'altro poi concede il corso:

E quando il vento a tuo viaggio fia

Propizio, allor tu spiegherai le vele,

Ch'or l'alga vile alle tue navi intorno

Dal tempestoso mar gittata, posa.

Comanda pure a la tua Dido ch'ella

Osservi il tempo al tuo camin secondo,

Ch'allor navigherai sicuro, ed io

Non ti farò tardar, volendo andarne.

I tuoi compagni e le fiaccate navi

Chieggon riposo a lor fatiche ancora,

Ché queste son dalle percosse aperte

Dell'onde irate, e non racconce a pieno,

E quei son poi dal maneggiar de' remi

E de le sarte affaticati e stanchi.

Io ti chieggio, crudel, per quella speme

Ch'ebbi d'esserti sposa, e per quei lievi

Merti ch'hai meco, e per quegli altri insieme

Di cui mi fe' tua debitrice Amore,

Ch'a dipartirti ancor dimori alquanto.

Sta' meco sol per fin ch'all'onde caggia

Il furore e la rabbia, e fin che 'l cielo

I nembi scuota, e si disgombri il manto

E negro vel che gli circonda intorno

Empio Aquilon; per fin ch'impari un poco

A sopportar l'empia amorosa pena,

Che con l'uso talor si fa men greve,

E con fort'alma, e pazienza invitta

Impari a sofferir gli oltraggi e l'ire

D'amor crudele, e di fortuna aversa.

E s'io da te non ho sì lieve dono,

Né, perfido, da te tal grazia impetro,

Io son disposta di morir, né molto

Tempo sarai verso Didon crudele.

Guarda qual sia della tua fida amante

L'imagin trista, e la spietata voglia,

Che mentre io scrivo, il crudo ferro in grembo

Mi giace ignudo, e da' miei lumi piove

Su la stretta da me troiana spada

Amaro pianto, e del mio pianto in vece

Sarà di sangue or or bagnata e tinta.

Oh quanto al mio morir conforme il dono

Che tu mi festi, ahi sventurata, è stato!

Ma non pur or mi fia passato il core

Da ferro rio, e da spietato dardo,

Perché piaga crudel già femmi il ferro

D'amor, dove ferir tuo ferro deve:

Né mi rest'altro, oimè, se non che quivi,

Dove già punse amor, vi punga or morte.

Anna, sorella mia, dolce Anna e cara,

Che mal sapesti alle mie fiamme dare

Acqua opportuna, a cui mia colpa sola

Feci palese, e lo mio fallo infame,

Or darai mesta a la tua Dido amata

Gli ultimi doni, e le funeste pompe.

Né sarà scritto al mio sepolcro intorno

Ch'io fussi sposa al buon Sicheo, di cui

Spregiai l'amore, e la promessa fede;

Ma leggeransi entro al mio sasso scritte

Queste meste parole, e questi versi:

– Qui giace Dido in breve marmo accolta;

A cui l'infido peregrin di Troia,

Ch'ella cotanto amò, lasciò la spada,

Ed ella con sua man se stessa uccise –.