Discorsi cottidiani non vulgari de Antonio Fileremo Fregoso Cavaliero a l'ornati...

By Antonio Fileremo Fregoso

Soglio discorrer col pensier sovente

e incontrarme spesso in tal subietto

che gran trastullo prendo in la mia mente;

ma a ciò che sol non goda del diletto,

per quanto sia l'ingegno mio potente,

esprimer chiaro cercarò il concetto

de questi mei discorsi, non per gloria,

ma per darte di me qualche memoria.

Stando a considerare infra me stesso

sopra l'opre mirabil de Natura

con quel iudizio che m'ha 'l ciel concesso,

avendo ad indagar il ver gran cura,

senz'alcun dubbitar cognobbi espresso

che come il sigil stampa la figura

in cera, così il sole in terra imprime

le varie effigie de le idee prime.

Se eternamente il raggio suo lavora

ad informar quella preditta pasta,

la materia a la terra torna ancora

el tempo edace, quale il tutto guasta

co l'eterno girar senza dimora,

e chi altramente dice, al ver contrasta,

sì che certo dal ciel la forma scende,

la terra la materia in sé comprende.

E però donque questa massa immensa,

dal sol già tanti seculi informata,

non può negar, qualunque ben li pensa,

che non sia poc'a poco viva stata:

vedi la prova in la campagna densa

de grano, che poi in breve trasmutata

in sustanzïa viva d'animale,

sperma se fa de bruto o razionale.

Il cibo quale ogni vivente pasce

da terra vien, la terra lo produce,

e però pòi veder ch'ancor renasce,

che 'l pasto in seme, il seme torna in luce:

e così dal ferètro anco a le fasce

questa revoluzion longa il reduce;

se Natura fa questo, al parer mio,

quanto più presto e meglio il può far Dio!

Taccia donque chi nega il tornar vivo

e questa eterna e gran revoluzione:

chi non la crede, è de l'ingegno privo;

ma un altro mio pensiero in confusione

spesso m'ha posto e fatto ammirativo

de questa nostra umana opinïone,

qual credo un spirto sia molto potente

ch'entra a' mortali in mezzo de la mente,

come vogliono i Greci demon detto,

il che sapiente in nostra lingua suona.

De questi ad ogni uman entran nel petto,

e quando è bon, ne induce a l'opra buona,

e s'è maligno, fa contrario effetto,

ché ad ogni male istiga la persona,

perché de questi démoni, benigni

alcuni gliene sono e de' maligni.

Due voluntate ha ognun ch'al mondo vene,

ch'altro non son che i doi angeli, i quali

volgon gli animi nostri al male e al bene,

che sempre son compagni a noi mortali:

ch'un ne stimula, l'altro ne retene;

e fanno come solen doi rivali,

che la dama tenta un d'amor lascivo,

l'altro del vero e d'ogni vizio privo.

Sì come quello adultero amatore

con fallace lusenghe l'incatena

e la tien spesso in manifesto errore,

così maligno demon talor mena

una falsa opinion ne l'uman core,

ch'è infamia manifesta e al fin pena,

e mal s'estirpa, anzi al morir consente

quello a chi abito ha fatto nella mente.

Se questa opinïon sua gran potenza

mostra nel mondo a ognun sì manifesta,

ch'altro dir deggio sia che intelligenza,

qual ne suade or quella cosa or questa?

E chi negar vorrà la mia sentenza,

se l'operetta mia non gli è molesta,

legga più avante e intenderà li effetti

che fa questo demòn ne gli uman petti.

Lettor mio degno, se considri bene,

ch'altro son nostre leggi che opinione

che nel consenso de la gente vene

e fatto abito ha poi nelle persone?

Se quel ch'io dico alcun per ver non tene,

se cerca, troverà ch'ogni regione

ha diversi statuti, e alcun bello

in l'una par, che in l'altra è iniquo e fello.

I'nello Egitto a pena capitale

è dannato colui che occide 'l toro,

per esser un tanto utile animale,

e dicon che adorato era da loro

quel Ibin bove come dio immortale,

ma nel nostro paese per ristoro

de le fatiche sue ha mala sorte,

ch'in vece de mercede li dàn morte;

né basta questo: il latte e 'l figlio ancora

tuole a la matre poi l'impio villano

ingrato, avaro, o il vende o lo divora,

né se recorda il perfido profano

de quella servitù ch'ha fatto ognora;

ma questo atto crudel non ne par strano,

perché nel vulgo l'opinione è tale

che persuade ognun che non è male.

Questo demòn de noi quel che gli piace

fa spesso e, credi a me ciò che te dico,

quella fazion nel cuor sì pertinace

è sola opinïon, qual fa nimico

l'uno omo a l'altro e non ce lassa in pace;

e de far sètte è suo costume antico:

ch'altro è la religion macomettana

che in quella cieca gente opinion vana?

Un scelerato spesso ancor se vede

esser tenuto un om santo e onesto,

ché per l'opinïone ognun il crede,

ma poi tal volta sotto quel pretesto

l'adito a far del mal se gli concede,

ben che sia pien de vizio e immodesto;

così 'l medico fa che occide altrui:

non è punito, ch'ha 'l credito in lui.

Quel demone ch'assai è manco rio,

volge li umani a glorïosa impresa:

de l'anima, del ciel, del mondo e Dio

gl'induce a far fra lor nobil contesa,

e gli accende nel cor un bel desio,

ch'egli ha sol de saper la mente accesa:

filosofi per quel ognun li chiama,

perché ciascun de lor la sapienza ama.

Chi sanità, ricchezza il summo bene,

chi la virtute e chi la voluttate,

e chi del ciel l'eterna gloria tene,

e chi dice che l'alma morte pate

e chi immortale e senta gaudio e pene,

e numer sé movente Xenocrate

crede e di poi Pitagora armonia,

Aristotel la chiama entelechìa,

che in nostra lingua è dir forma perfetta,

ma vòle lo Epicuro che sia mista

d'aere e de foco e poss'esser infetta,

Empedoclé che nel sangue consista

afferma, e Critolao, d'un'altra setta,

che quinta essenza sia com'alchimista

dice, e tene Democrito per certo

che spirto mobil sia d'atomi inserto;

del mio divin Platon taceren noi,

che vòl ch'essenza sia de sé motrice,

e Eraclito fisico di poi

de stella una sentilla esser la dice,

ma se, dotto lettor, intender vuoi

che fa quest'opinion qual è inventrice

de tante gran discordie, legge assai,

che molte d'altre ancor ne troverai.

Ma quelle ch'io t'ho detto son bastante

de confonder non solo il mio pensiero,

ma de qualunque ingegno alto e prestante,

ché chi più cerca de trovare il vero,

s'aretra quando crede andar più inante,

tanto che molte volte or temo or spero

e dico come Socrate sapiente:

– Questo uno solo so, ch'al fin so niente –.

Io vo talor così dicendo meco:

– Che forza hanno in un cor uman pensieri!

Ché l'un fa parer l'om de mente cieco,

a un altro gli entran poi così severi

che par sempre abbia Salamone seco,

e altri fanno sì bestiali e feri

che a praticar con loro è una paura,

tanto contaminata è sua natura –.

Ma nella dolce etate de le fasce

vedi esser pari in noi tutti gli affetti:

a un modo ognuno bisognoso nasce,

a un grado tutti alor siamo imperfetti;

de latte, sonno e pianto ognun se pasce,

e come un poco più sono provetti,

li suole entrar nel cor vario il giudizio:

chi segue la virtù, chi segue il vizio.

Dui iudizi aver l'om certo me pare

e l'un de questi sol da i sensi vene

con le bestie comun, che iudicare

puon s'una cosa nuoce o li fa bene

al gusto, al viso, al tatto, a l'odorare;

seguon la voluttà, fugon le pene,

come te può insegnar quella paura

ch'ha 'l pullicin del nibbio per natura;

l'altro iudizio poi, de la ragione,

per il qual l'om se chiama razionale,

come fa il servo bono al suo patrone,

apresenta a la mente bene e male,

e de tutto a suo modo essa dispone

come governatrice principale,

e come piace a lei, quel ch'ha concetto

esprime con parole o con effetto.

Io non posso pensar ch'altro sian questi

nostri pensier che démoni, ch'in lei

entrano, alcun benigni, alcun molesti,

il che già scriver qui non ardirei

s'io non vedessi indizi manifesti;

e se presti le orecchie ai ditti mei

coniettura sì chiara in essi arai

che quel ch'io scrivo forse crederai.

Le gran facende e l'amirande prove

che fa ambizione, si considri un poco,

tu vederai ch'a suo piacer commove

il mondo tutto e accende in guerra e in foco,

e ogni giorno getta fiamme nove

sì come pòi veder in qualche loco:

sì che non può negar, chi ben gli pensa,

che demone non sia de possa immensa.

De le tre orrende Furie de l'inferno

una n'è questa e forse la magiore,

se con il mio veder il ver discerno;

semina infra' mortali tanto errore

ch'in pace alcun non lassa state o verno:

questa semente è un smisurato ardore

de dominare che li sparge in seno,

al gusto saporosa, al cor veneno.

E se considri l'esizial sua corte

e la ria compagnia che seco mena,

rapine vederai, travaglie e morte,

esili, incendi, invidie e fraude e pena

e tradimenti e insidie d'ogni sorte,

cupiditate mai non sazia o piena,

che de regnar li dà brama sì intenta

che l'om d'un mondo sol non se contenta.

Se la malvagia turba loggiamento

avien che prenda in la infelice mente,

credi tu sia quïeto o mai contento

colui che 'l gran tumulto in quella sente?

Non sai che se confuso è il reggimento

d'una citate, vedi l'altra gente

andar dispersa senz'alcuna legge

e ruinar quando non ha chi regge?

La fame del guadagno e il piacer fedo,

l'ambizïon l'Eumenide profane

me pareno esser certo, a quel ch'io vedo,

che soleno agitar le menti umane

con tal furor ch'uno omo alor io credo

ogni mal fêsse qual rabbioso cane

o lupo o tigre indiferentemente,

che de maligni spirti ha pien la mente.

Che pensi tu che sia quel'ira immensa,

qual cieco dal furor mena un mortale

a occider l'altro e 'l grave error non pensa,

e quel crudel rapace e omicidiale

che sta qual lupo nella selva densa

per occider, predar, fare ogni male?

Altro non è quel rio voler ch'ha in petto

ch'un pessimo demòn che 'l tien subietto.

Io dico poi fra me: – L'è pur divina,

venuta in noi per contemplare eletta

e de l'alma e del corpo esser regina,

e che talor la veda così infetta,

che del suo albergo sia total ruina

altro non so che sia, se non che acetta

questi rei spirti in sé, ma non li vede,

cieca senza discorso, e non se 'l crede,

ché la fan con suoi sordi ruginosa,

qual d'acciar lama che non è polita

e de recever luce ha virtù ascosa,

ma non può entrarli, se non è burnita:

così la nostra mente luminosa

esser non potrà mai, fin ch'è impedita

da machie oscure e abbia inante il velo

che non li lassa entrar luce dal cielo.

Ch'ha tenebrosa vista e non ben netta,

veder non può le cose in sua natura,

e quel ch'è da fugir tal volta affetta,

e fa come la mula ch'ha paura,

perché non scerne il vero in sé rastretta:

tremando se ne fugge e 'l fren non cura,

e spesso avien, per piccoletta frasca,

che d'alto precipizio al fondo casca –.

Candido mio lettor, ho in fantasia

che de spirti maligni ogni mortale

e de angellici ancor recetto sia,

ché sempre a un modo in noi ragion non vale,

ma vedo ognuno aver la sua pazzia,

e certo a quello il ciel non gli vòl male

che cognosce se stesso e chiaro intende

il bon remedio contra a chi l'offende.

E per seguire li discorsi mei,

io dico che alcuni angeli eccellenti

entrano in noi sì come i demon rei;

perché giovorno a quelle prische genti,

furono da gli antiqui ditti dei,

ma se a questo ch'io dico non consenti

e del ver chiaro meglio far te piace,

a Roma ancora el tempio de la Pace

e 'l venerando fano de Virtute

gli era, e quel de Vittoria e de l'Onore,

e quel de Libertate e de Salute,

e del placido Sonno e quel d'Amore;

ma tante vane religion perdute

sono, di poi ch'è 'stinto il longo errore;

e per esser in quei sì ferma fede,

il ciel gli ne rendea qualche mercede.

Chi vòl negar ch'angelica potenza

Pace non sia e che non venga in terra

da Dio mandata in noi per sua clemenza,

secondo il mio parer fortemente erra:

el Furor cieco e la bestial Licenza

fuora de le citate e ville serra,

e remette Iustizia in la sua sede

e seco Carità, Speranza e Fede.

Tante bell'arti, tante varie scienze

che vediamo abbitar ne i nostri ingegni,

chi negarà non siano intelligenze

in noi infuse da' celesti regni?

Senza ch'io 'l dica, vedi l'esperienze

per manifesti e indubbitati segni

che manda il cielo i'nell'umana prole,

ché splende un om fra gli altri com'il sole.

Mirabil cose in la natura immensa

sono, ma per averle sempre inante,

rari o pur quasi nullo uman li pensa;

uno idïota artese o mercatante

in altri studi il suo pensier dispensa,

ma peggio li avertisce uno ignorante

ch'ha la mente e l'ingegno così ottusi,

che par che sempre stia con gli occhi chiusi.

Talor de maraviglia io resto pieno,

quando a questa aria col pensier me vòlto

che spira e che respira il nostro seno,

da la qual ogni corpo è circunvolto;

e quando canto alcun dolce e ameno

o ver qualche parlar suave ascolto

e fuor de' petti in tante forme uscire,

comencio infra me stesso così a dire:

– Con questa se suspira e se ragiona,

con questa se lusinga e se minaccia,

con lei se ride e piange e canta e sona,

con lei ogni concetto che l'om faccia

esprime e fallo chiaro a ogni persona,

con questa il bon se chiama e 'l rio se scaccia,

e le coniurazion de' nigromanti

sono de questa el murmurar d'incanti.

Di lei le sacratissime e stupende

parole son composite in quel'ora

ch'a celebrare il sacerdote attende,

con questa il summo Dio se cole e onora,

con questa parimente ancor se offende –.

E per più non tenervi qui a dimora,

io dico ch'ogni bombo e ogni tono

e tutti i favellar de quella sono.

Come la terra è la materia in quale

informa con la sua virtute il sole

ogni erbetta, ogni pianta, ogn'animale,

così de l'aria forma le parole

la mente, e fuor l'esprime o bene o male

la lingua poi, sì come quella vòle,

e n'ha creati la bontà infinita

de limo con spiracul de la vita;

così edificio d'ambedue eccellente

alor costrusse con mirabil arte

a la razional anima e a la mente,

ben che Natura ancora la sua parte

ha fatto a' bruti e ogn'animal che sente;

se vòi de quel ch'io dico chiaro farte,

ascolta l'ugellin cantando in rami

a l'amica sua dir quanto arda e l'ami:

senz'alcun dubbio seco esso favella

col parlar che Natura gli ha insegnato;

questo comprendi chiar quando l'apella,

ché gli la vedi alor volare a lato,

blandirgli e festeggiarlo e farse bella,

e ambi far fra lor l'inamorato,

e voci sento in molti al parer mio

de odio, d'amor, paura e de desio.

Il che me pare uno evidente segno

che la Natura a lor abbia provisto

per li bisogni suoi tanto d'ingegno,

quanto che 'l lor concetto or leto or tristo

esprimer ponno e le blandizie e 'l sdegno;

come nel cane credo ch'abbi visto

una natural fede e cognizione

ch'a gli altri fero il fa, fido al patrone.

Essendo questo campo senza fine

pel qual col mio pensier discorrer soglio,

qui 'l termine per ora e le confine

a le mie inculte rime poner voglio,

per fin ch'a più quïete me destine

il cielo e de Fortuna il fero orgoglio

reprima e il furor suo bestiale e rio,

tanto che liber sia e 'l senta mio.