Disperato per la crudeltà della sua donna si parte dalla città e va alla campagn...

By Girolamo Preti

Lunge dagli occhi omai d'empia omicida,

Poiché non posso il core, io volgo il piede,

Perché, s'io vuo' morir pria che m'ancida,

Lieto morrò, se 'l mio morir non vede.

Forse là tra le selve anco s'annida

Fera ch'a lei di ferità non cede:

Sbranerà queste membra. Ah, pur ch'io pera,

Morte a morte mi tolga, e fera a fera.

Cercherò là per monti o per dirupi

Qualche morte lontana a la presente,

Troverò là per antri orridi e cupi

D'una belva crudel pietoso dente.

Saran d'un guardo imitatori i lupi,

E m'userà pietà chi non la sente.

Così, malgrado altrui, verrà ch'apporte

Pietoso scampo al mio morir la morte.

Così la bella imago in me scolpita,

Quella cui l'alma adora e 'l petto asconde,

L'imago onde 'l mio core ha cibo e vita,

Sarà cibo crudel di fauci immonde:

Così, priva di me, fia meco unita

Fra l'ingorde voragini profonde,

E meco l'empia, che non vuol ch'io viva,

Sarà morta e sepolta in tomba viva.

Dunque poich'altro che 'l mio fin non cura,

Poich'altro mai che 'l suo voler non volli,

Da voi fuggo la vita, infauste mura,

Tra voi seguo la morte, amati colli.

Sarà col sangue mio spenta l'arsura,

Voi sarete di sangue aspersi e molli;

E se colei non piagne al morir mio,

Darà l'aura sospiri, e pianto il rio.

Quanto diverso a rivedervi io vegno,

Solitarie selvette, ombrose piante:

Già fui d'Amor seguace, ora di Sdegno,

Tra voi già lieto, or moribondo amante.

E poiché questa luce abborro e sdegno,

Sarò tra le vostr'ombre un'ombra errante.

Sì, sì, rompasi il nodo a questa doglia,

E se lo strinse Amor, Morte lo scioglia.

O come a questi poggi, a questa sponda

Gira benigno il sole, arride il cielo!

Qui l'aura è più gentil, più fresca è l'onda,

Men cocente l'ardor, men freddo il gelo.

Qui la terra di fior misto con fronda

Contesto ha il manto e ricamato il velo;

E sembran dirmi: Ah, ti consola e vivi!

Gli augei cantando, e mormorando i rivi.

Qui, con fronte di giglio e man di rosa,

Più ch'altrove ridente esce l'Aurora,

E mentre spunta, in questa piaggia erbosa

Altro fior s'inargenta, altro s'indora.

Qui più lucente ancor la notte ombrosa

I be' campi del ciel di stelle infiora,

E qui, spiegando il suo bel velo adorno,

La notte è bella più ch'altrove il giorno.

O come, ahi quanto, il mio morir fia duro

Dove l'aura vital sì dolce spira!

Quanto, o quanto, è di morte il varco oscuro,

Dove sì chiaro il cielo intorno gira!

Ah, che vita non vuo', luce non curo,

Vivendo a lei, ch'è la mia vita, in ira.

No, no, non più del viver mio si dolga:

A chi morte mi dà, morte mi tolga.

Pur se morendo a la mia morte i' penso,

O s'io viva o s'io mora, incerto i' pendo:

Quinci ragion combatte, e quindi il senso,

E fra sdegno e dolor, gelo e m'accendo.

Poi s'a me stesso e s'a colei ripenso,

Di me stesso ho pietate, e lei riprendo.

Ah, suo trionfo il mio morir non sia:

Mora colei, che 'l mio morir desia.

Mora la serpe, che la fama e 'l core

Velenosa mi punse, empia mi morse;

Mora la tigre, onde mi tenne Amore

Certo del duolo, e de la vita in forse.

Pera l'aspe, ch'al duol d'alma che muore

Orecchio mai, non che pietà, non porse;

Pera quel mostro, che con varie forme,

Quanto vago è di fuori, entro è difforme.

Vivrò, malgrado di colei, del mostro

Che 'l mio sangue bramò, non solo il pianto;

Vivrà fors'anco lo mio sparso inchiostro:

Scritto indarno i' non ho, se indarno ho pianto.

Vedrà il secol futuro, e forse il nostro,

Morta la sua beltà, vivo il mio canto;

Ma vuo' quel nome, ch'onorai con l'arte,

Cancellar pria dal cor, poi da le carte.

Trarrò dal cor l'imaginata idea,

Ch'adombrò la ragion, mosse il desio;

Struggerò quell'ardor che mi struggea:

Quel che non può ragion, faccia l'oblio.

Scaccerà quella morte in ch'io vivea

Lo sdegno e la ragione, il tempo e Dio:

Che s'ella prende la mia fiamma in gioco,

Allor, quando è maggior, men dura il foco.

Daran forse quest'aure e l'onde e i fiori

Ristoro al foco e refrigerio al male;

E fra quest'ombre io fuggirò gli ardori

E del sole e d'Amor quando m'assale.

L'armi e 'l foco d'Amor fuggano i cori,

Ch'agli assalti d'Amor schermo non vale.

Chi pugna incontro a lui perde e si strugge:

Ne le guerre d'amor vince chi fugge.

Fuggirò lui, me stesso, andrò ramingo

Or per bosco, or per valle, ora per monte;

Andrò cercando in loco ermo e solingo

Or la vista d'un antro, ora d'un fonte.

Così quel bel ch'a me medesmo io fingo

Parrà men bel, d'altre bellezze a fronte,

Ché un bel monte talor senz'arte incolto

Vince l'oro d'un crin, l'arte d'un volto.

Che se d'oro una chioma il cor mi lega

Piegata in crespe inannellate e bionde,

Pianta m'alletta ancor, ch'al vento spiega

Di smeraldo il suo crin, tremula fronde.

Se un duro core il sospirar non piega,

Se i lamenti non ode, o non risponde,

Al sospirar d'un vento, a un parlar tronco

Qui rispond'Eco, e qui si piega un tronco.

Là, se in bocca ridente, in guancia bella

Rosa sembra fiorir, giglio par vivo,

Qui fior veraci ha la stagion novella,

E finto è quel color, questo è nativo.

Se là mi lusingò dolce favella,

Qui mi lusinga il mormorar d'un rivo,

Che, querule spargendo acque e parole,

Piagne al mio pianto, al mio dolor si duole.

Se sirena ascoltai, che dolce canta,

Qui dolce ascolto un usignuol selvaggio,

Ch'allettando mi va di pianta in pianta

Con innocente e musico linguaggio,

E forse meco in sua ragion si vanta

Che tanto avrò piacer quant'ebbi oltraggio,

Né fa come colei, se 'l canto scioglie,

Che dà brieve piacer, l'anima toglie.

Poscia, per obliar cura che sface,

Altra voglio cercar cura che giova,

Che se qui neghittosa alma non giace,

Fra le perdite sue pace ritrova.

E se già seguitai fera fugace,

Seguirò fera fuggitiva e nova;

Ma se fera cercando il cor perdei,

Or mia preda sarà, non io di lei.

Come s'inganni augel, fera si prenda

Da l'insidie d'Amor l'anima apprese;

Come laccio si fa, rete si tenda

Un bel crin m'insegnò quando mi prese.

Come di cavo ferro il foco offenda

Da un bel guardo imparai quando m'accese:

Che di quel foco onde tant'anni avvampo,

La ferita mirai prima che 'l lampo.

Così fera per me farà che cada

Tonante il ferro e fulminante il piombo,

Che per aria a l'augel tronca la strada,

Pria che veggia il baleno, oda il rimbombo.

Fugga pur più di lei, rapido vada

O cauta volpe o semplice colombo,

Che le veloci ancor palle mortali

Più di lei, più di lor, volan senz'ali.

Se trattai vaneggiando inchiostri e penne

Per durezza piegar d'anima alpestra,

Or farò, col trattar falce o bipenne,

Spesso a terra piegar quercia silvestra;

E se plettro canoro indarno tenne,

Rastri e vomeri omai tratti la destra.

Formerò, di scrittor fatto bifolco,

Come già il verso in carte, in terra il solco.

E se, sciolto d'Amore, amar pur voglio,

Amerò ninfa semplicetta e scalza,

Che non cede in beltà, cede in orgoglio

A lei, ch'altrui s'inchina, a me s'inalza.

Questa, s'ode il mio canto o 'l mio cordoglio,

Fida mi seguirà di balza in balza:

La fede, che vuol pari al cor le fronti,

Morta ne le città, vive tra' monti.

Così stringendo Amor nodo secondo,

Nodo che prima ordì, rompe o dissolve;

E quella rota che m'opprime al fondo

Alto mi porterà mentre si volve.

Cangerà il tempo, che pur cangia il mondo,

La guerra in pace e la mia fiamma in polve.

Penserò di me stesso e non d'altrui,

E in me solo vivrò, s'io vissi in dui.