DOMANDA AL MASONI

By Antonio Guadagnoli

Illustrissimo Signore,

Un pacifico Dottore

Comparisce a voi davanti

Senza urlar, come fan tanti,

Che con strepiti e clamori

Sbalordiscon gli Auditori,

Che alle volte più non sanno

Poveretti! quel che fanno.

Io dirò le mie regioni

Con risparmio di polmoni,

Né l'orecchia delicata

Fia del giudice stancata.

Il mio Padre, pover'uomo!

Era un degno galantuomo;

Uom cristiano, uomo di lieta

Compagnia, dotto, poeta,

Non avea vizio di gioco,

Con le donne stava poco,

Non sprecava in pranzi, o in cene ....

Era insomma un uom per bene;

Ma fra trappole, e fra scrocchi,

Si faceva mangiar gli occhi

Dai cristiani, e dagli ebrei,

Lux perpetua luceat ei.

Pur, non creda il Tribunale

Ch'oggi audace io qui mi porti

Di mio Padre a parlar male,

Né a turbar la pace ai morti,

No: soltanto ho detto questo,

Per poi farmi strada al resto,

E mostrar, che quando Iddio

A sé il volle, e resta' io,

Degli antichi e nuovi acquisti

Vidi fatto repulisti;

Talché al mondo or più non ho

Se non quel che ci lasciò

Il prim'uomo, e ognun lo sa,

Come per eredità.

Nondimeno, morto il Padre,

Con la dote della Madre

Sperai viver, ma anche qui

Il mio calcolo fallì.

Babbo avea dal Gamurrini

Acquistato un fondo, che

Per mancanza di quattrini,

Al Del Bono rivendé;

E pel caso d'evizione,

La mal cauta genitrice

Accedé mallevadrice

Obbligando una porzione

Delle sue doti a favore

Del ridetto compratore.

Ah non mai l'avesse fatto!

Son sei mesi che ad un tratto

Il postiere mi s'accosta,

E mi dice che alla posta

V'è una lettera per me;

Vado, l'apro e leggo .... ohimè!

È il Del Bon (che d'esser buono

Forse avrà con gli altri il merto,

Ma per me non l'è di certo),

Che mi scrive con quel tono

Che si prende il creditore

Quando parla al debitore:

« Mio Signore Eccellentissimo,

« E padrone colendissimo:

« La ragion per cui le ho scritto

« È, che il fondo è stato evitto

« Che acquistai dal fu suo padre;

« Sicché pensi o la sua madre,

« O ella in proprio, a rilevarmi,

« E del tutto a indennizzarmi;

« D'ogni imbroglio ella può uscire

« Con duo mila cento lire,

« O diciam scudi trecento;

« Sicché attendo il pagamento;

« Se non paga, in caso tale,

« Io la metto al Tribunale;

« E di lei mi dico, e sono

« Servitor - Mauro Del Bono. »

Ah Signor! se in tal frangente

Non mi venne un accidente,

Fu la Vergin del Conforto,

Altrimenti sarei morto.

Io pagarlo con il mio?

Io pagarlo? pagarlo io?

Io che nulla ho ereditato,

Che niun debito ho creato,

Che m'ingegno e fo il maestro,

Che a tortura metto l'estro,

Ed ardisco in versi scrivere

Per cavar tanto da vivere,

Né mi giova, benché sudi,

Io ho a pagar trecento scudi?

Ma d'altronde che si stilla?

Qui l'affare urge; ai compensi;

Non v'è altro che si pensi

A far vendere la Villa

Che abbiam prossima ad Arezzo,

E pagarlo con quel prezzo.

Tanto, a noi cotesto effetto

Non dà util né diletto;

Che se in Pisa dimoriamo,

Stare in villa non possiamo.

Fu ad Anton di star concesso

In due luoghi al tempo istesso;

Ma noi siam, per quanto io so,

Buoni sì, ma santi no.

E una villa già abitata,

Poi deserta e abbandonata,

È l'immagin d'una bella

Derelitta vedovella

Che ogni giorno più di prima

Deteriora nella stima.

E anche il fondo annesso, il fondo

Pria fruttifero e fecondo,

Col padron così lontano,

Non dà più né vin, né grano;

Anzi ascolto ogni momento

Ch'or la grandine, ora il vento,

Or la nebbia, or la brinata

La raccolta ha consumata.

E il pagar l'imposizione,

Che dà poca soggezione?

Ah signor, vi parlo schietto,

La coscienza non m'aggravo,

È più quel che ci rimetto,

Che sia quel che ne ricavo.

Nondimeno o prima, o poi,

Non vendendola da noi,

Qualcheduno vi sarà

Che per noi la venderà;

E fra due mali, il minore

Parmi il vender con onore,

Che aspettar che venga fatta

Una vendita coatta.

Ma siccome il detto stabile

È per legge inalienabile,

Giacché vender non si puote

Tutto ciò che spetta a dote;

È per questo, che al presente

Faccio istanza reverente

Che vi piaccia autorizzare

La mia Madre ad alienare

Detta villa col podere,

Per pagar chi deve avere;

E di quel che avanzerà,

Farem ciò, che piacerà

D'ordinar che fatto sia,

Alla vostra Signoria.

Non dirò che una tal vendita

Non minori la mia rendita;

Ma la Mamma s'è obbligata,

E la somma va pagata;

E la paghi o Mamma, o io,

A ogni mo' ne va del mio.

Però, parmi men dannevole,

Far le cose all'amichevole;

Altrimenti, rotti i patti,

I legali inizian gli atti,

E il trecento, divien mille;

Vadan pur palazzi, ville,

Fattorie, poderi e campi,

Ma da liti Iddio ci scampi,

E dall'ugne dei legali,

Che fan conti da speziali!

Voi che siete il mio presidio,

Deh! toglietemi all'eccidio,

Che con brusca e dura faccia,

Il Del Bono mi minaccia.

Voi, che il giusto conoscete,

Sollevate, proteggete

Un poeta sventurato:

E se troppo v'ho seccato,

Distendetemi il Decreto,

Ed allora starò cheto.