Domini Dominici de Montechiello viri eloquentissimi triumphus contra amorem feli...

By Auteur inconnu

Le vaghe rime e il dolce dir d'amore

Che scripsi già con affluente mano

Lassato havìa per acquistar valore;

Perché 'l tractato de Giustinïano

Vole 'l cuor tutto fuor de signoria

Del falso amor, e d'ogni pensier vano.

Et perché 'l corso della vita mia

Il termine dil meggio ha gia passato,

E ver' il sol vespro se ne fugge via,

Hor novamente me trovo infiammato

De una fiamma d'amor tanto cocente

Che di caldeçça passa il modo usato.

Et è la soa virtù, tanto possente

Ch'à avolta il mio pensier in visione

Fantasticando dentro de la mente;

Ove amor cerno fra molte persone,

Le quale a lui se lagnan tutte quante

Assegnando ciaschuna soa ragione.

Et par che inverso lui me faccia avante,

Gridando: falso e crudel traditore,

Perché voi far di me vendecte tante?

Tu sai che giovan fui tuo servitore

Et al tuo comandar fui sempre presto

Con parole, con opere e con core;

Hor chi vorrìa ogni mio acto honesto

Per lo tempo e per l'habito legale,

Il qual portando indegnamente vesto?

E tu crudele, iniquo e desliale

M'hai messo in focho onde io ne era uscito,

E secur me tenìa d'ogni fier strale!

Mentre parlava ciò fui bene udito

Dai circunstanti, che stavano atenti,

Ciaschuno attento a rinchontar suo invito.

Poi me parve vedere i dui parenti

Primi creati, verghognosi e nudi

De l'operar d'amor pocho contenti.

E facto havean de verde fronde schudi

A membri genitali e 'l seraphyno

Cacciando lor con acti e cenni crudi.

Udir me parve poi: se pane ho vino

Usar vorrete, dal vostro sudore

Uscir convien, non altro ve destino.

O quanto me parean pien di terrore

Uscir fuor del terrestre paradiso

Ciaschun conpuncto del suo primo errore.

Poi me parve vedere Abello uciso

Da Chayn per sequir suo van disìo,

E lui fugir per le silve deriso.

Et dimandato dal celleste Iddio,

Dicendo a lui: Chaym, ove è Abelle?

E risponder: sua guardia non sono io

Vidi poi delle schiatte d'Isdraelle

Li fil de dio isciolti e scelerati

Trahendo ad ira l'alto Emanuelle

Con le filglie de gl'homen mesticati,

Ardenti più ch'al monte de Vesuvio

Del cieco Amor sequitando i peccati.

E poi me parve udir: eccho il diluvio.

Fugite all'archa, o creature ellecte,

Perché de l'altre convien fare encluvio.

Fuggir Noè con l'altre benedecte

Creature de dio, e indivinare

Vidi ogni pianta sopra delle vette.

Continuando questo favolare

Dal sommo creator me parve udire:

Hor son pentuto del mio operare;

Poi che pur seti achonçi dil fallire,

Non basta il falso ch'ei feccer del pomo

I vostri primi voler deglutire.

Pentomi adonque d'haver facto l'huomo,

El suo sceme di terra lavorone,

Sì che per lui non se farà più domo.

Veder poi me parea di Pharaone

Esser la sancta Sarra trasportata

Concupiscendo dentro a soa magione,

E se diffendere sì che inlibata

Da sua concupiscentia netta evase;

Perché da dio celeste fo guardata.

Vedeva la ruyna delle case

Di Sogdoma e Gomor sagurata

Che pietra sopra pietra non rimase.

Vedeva la soa gente scelerata

Sotto la pietra bocchone e riversa,

Et una sola che n'era campata.

Voltandose in dietro fo conversa

Subitamente statua di sale

Quando volse veder la gran submersa.

Vedi Lotto ebro con acto carnale

Concupiscente star con le soe filglie;

O falso amor, perché cotanto male?

O Jacob, che serviste alle familglie

Quatordece anni a contemplar Rachele,

Et hor per molglie Lya cieca pilgle.

O Siccien, quanto fo amaro mele,

Che dolce parve con la vergen Dyna,

Onde Leni te de' morte crudele.

Ruben vidi, e la bella concubina

Per cui cagion maladiction receppe

Dal patre suo eterna e poi divina.

E vidi Entiacha rechieder Yoseppe

D'acto carnale, e vidil recusare,

E tanto far che 'l suo marito il seppe.

Et poi Yoseppe vidi incarcerare

Dal suo marito per contrario merto,

Che 'l suo disnor non volse sequitare.

Li filglii d'Ysdrael per lo diserto

Vidi pecchar senza regola, ho guida

Con filglie di Moab a dischoperto.

Poi me parve udir le grande strida

Della ruyna del cieco Sansone,

Che sotto pietra con molti s'annida.

Septanta cinque millia persone

Vidi morir per quella di Levita

Con crudelta' sì facta uccisione.

Vidi la carne dal cor dispartita

Jacer per terra, che la concubina

Dil re Saul havea concupìta.

O Re Davit, che cruda medicina

Te vidi usar per sequitare amore

Ponendo una a sì mortal ruyna.

Humicida ne fossi e traditore,

E Bersabé come pocho contenta

Vegiendosi perduto il suo signore.

O Tamar, com' te vidi stancha e venta

Dentro alle braccia del tuo frate Amone,

Ch'aveva in te verginitate ispenta.

E doppo Amon viddi il bello Anslone

Salìto in via e crudelmente dielli

Onde fo morto sença far sermone.

Ansalon vidi pender per capelli

Poi che fedò la camera paterna,

E tutto era infilzato de quadrelli.

Poi vidi il savio, a cui fe' sempiterna

Fare a demonij sacrifii et ara

Per questo amor ch'ogni buon disquaderna.

Lybidinosa e scelerata Sara

Ch'el dimonio elegisti a tuo governe

Per dare a septe sposi morte amara.

Vedeva poi il tapin de Olopherne

Mirar Judit con ochii devoti

Col capo che dal busto se discerne.

Vidi li scelerati sacerdoti

Filgluol de Ely con donne fra le mani

Giacère in terra da vita remoti.

Poi li concupiscibil veterani

De l'amor de Sosanna nel giardino

Vedi naschosi star ne' luoghi strani.

E vidi il giovanetto fantolino

Daniel giudicarli alla fornace

Come inspirato dal voler divino.

Herode vidi, il traditor fallace,

Con la molglie dil frate haver luxuria

Ripreso poi dal Baptista verace.

E veder lui per çò levare in furia

Et al Baptista far levar la testa

Per vendicarsi della dicta ingiuria.

Tanta me parve veder doppo questa

Gente sequir della legge musayca

Ch'a ricontar sarebbe longha inchiesta.

Poi ch'ebbe vista la gente prosayca

Volsemi in parte, e venni al dir metrico

Parlar d'amor di scelerata pratica,

Tutti lagnando de l'amore heretico

In mira voce la legiadra schola

Tenendo al lor parlar modo poetico.

Vidi Antioccho Re con la filglola

Stare in un lecto da lui sverginata,

Grave portando la pesante mola.

E di color che l'havien domandata

Per molglie vidi star le teste appese

Sopra la porta nella prima intrata.

E poi se vidi il fulmen che discese

Dal summo Jove in simile acto stando

Sì che la testa a l'uno e a l'altro fese.

Apolonio vidi navicando

Per la dicta cason fuggir per mare

Et l'asexmo andarlo seguitando

Il suo navilio vidi inabissare,

E lui campare in una tavol rotta

E al peschator povero arrivare.

Poi vidi Enea e Dido in una grotta

Fugir per la Eolea minaccia,

E sequir dolce volere in quella otta.

E cossì poser fine alla lor chaccia,

Presi d'amor ritornaro in Cartagine

Esso guardando l'uno a l'altro in faccia.

O falsa Venus, piena di contagine,

Che habandonar facesti la toa Dido,

Dando ad Enea de partire indagine.

O quanto mi parea crudo istrido

Quando li vidi la spada de Enea

Intrar nel cuore onde passò Cupido.

Veder me parve Elena in Cytherea

Ove Paris trovò con soi Troyani

Entro nel tempio della bella dea.

Verso lei porsi gli ochii e poi le mani

Secho portando la promessa giolglia,

E lei temer vegendo homeni strani.

Poi me parve veder la bella Trolglia

Tutta disfacta in tombe e in casaline,

E il superbo Ylion per cotal nolglia;

E gir disperse le sue citadine,

Qual pedonando e qual fugendo a vela,

Cerchando il mondo come pelegrine.

Vidi a Penelope guastar la tela

Per haver termen d'aspectare Ulixe,

E molte volte la disfezze e fella.

Poi me parve veder l'altra che gisse

Al suo podere a veder l'armamento.

E parve che d'un thauro concepisse.

E veder fare il ficto pavimento,

E lei intrar nella vacha del legno

Per adimpir suo malvagio talento.

O quanto me parea fiero e malegno

Il monstro de natura che ne nacque

In cui mostrò natura suo disdegno.

O Theseo, con quanta volglia tacque

Passar te vidi per farte mangiare,

Se non ch'alla sorella sua non piacque.

La qual lassasti nel lyto dil mare

Da meggia nocte solecta dormire,

E l'altra suora volesti menare.

O quanto mi parea nel resentire

Piena d'ogni paura per lo lyto

Disordinata qua e là corrire.

Gridando: Theseo, dove se' tu gito?

Et li concavi sassi rimbombava

Simile voce non è altro ito.

Tanta alegreçça Theseo menava

Sì dello schampo e sì del gran disìo

Di quella giovanetta che portava.

Ch'el mutar vele misero in oblìo,

Onde l'acque marine fecer festa

Ché guadagnar quel dì un novo dio.

Vedi Jason persequitar la 'nchesta

A Medea parlar piano e divoto

Quando gli fe' l'amorosa rechiesta.

E poi che in locho segreto e rimoto

Condocti fur sopra dal summo Jove

Vidi prestar l'obligativo voto.

Sì come sopravener cose nove,

La dicta obligation li fo servata

Come amor volse, onde ogni fallo piove.

O trista Phylle, che arbor diventata,

Vedeva te per non stare sospesa

D'aspectar Demophonte disperata.

Vedea la dolce polceletta Cresa

Con Amançon disposta di parlare,

E non potea de verecundia lesa.

Vedea Mirra conciarsi a incapestrare

Nella camera sola, e la notrice

Giunger sospecta et aytarla a campare.

E dimandarla tanto ch'ella dice

'Namorata del patre: hay lassa! quanto

Del suo marito mia matre felice,

E contenta dil mal fugier di santo.

Poi vidi Orpheo a losinghar gli enferni

Et haver gratia per sonar nel pianto;

E poi col troppo amor, che tu squaderni

Per dar poi volta l'acquistata pace,

Et perhò darsi ai vituperii eterni.

O crudel dio, o ladro, o viva face

Chi ritrarìa le toe mal'opre a pieno

Se l'honor delli Iddij se ne disface?

Già di facti de Jove il mondo affreno

Per lo bel Frigio che involar li piacque

Et perhò darti allo infiammato seno.

Apollo se ne incolpa, quel che nacque

Di Semele, onde Thebe se n' dole

Che Junon tanto per luxuria spiacque.

Poi me parve veder l'antiche prole,

Di qual fo inamorato il summo Jove

Ei patre mesto come a·cciò si sole.

Vedea io lei, ch'era conversa in bove

Mulgliando andar, levando in alto il viso

E 'l patre ritrovarla ïn luoco dove.

Vedeva Apollo Daphne guardai fiso,

E seguitarla, e lei volea fugire;

E vedea Sylla seguitar Dannyso.

Vedea Minos a lei vilanìa dire:

O scelerato mostro, seclo e infamia,

Di me non haverai mai tuo disire.

Vedea il marito della Dyadamia,

E le sorelle accinte al gran perilglio,

Et essa sola fuggir tal vessamia.

Venus vidi io che seguìa il filglio

De Mirra scelerata per gli scholgli

Portar le rete per darli de pilglio.

Anche constretti vidi a cotal volglie

Venere e Marte sverghognati a lato,

E vedea Jove far dampno alla molglie.

E vedea Io e lui esser tor fatto

Alla vergen benegno e non rubesto

Leghar le mane ad essa matto matto.

Et aspectarli sì legiadro e presto

Che fecce d'essa suo volere intiero

Per cui chammo felice e possa mesto.

Vedea poi Re Meleagro altiero

Per Athalanta a sì facto furore

Che subito infermò sendo sinciero.

E la sua matre per lo gran dolore

Arse lo stizzo e il grado fraternale

Alhora vinse del filglol l'amore.

Vedea io Channo fanzullo infernale

Fuggir in villa a scrivar la sorella

Ch'era stigata da furie infernale.

Tisbe vidi, che tanto fo bella

Andar di fuor et aspectar l'amante

A piè del gelso nella frescha erbella;

E Pyrramo venir per lei vaghante,

Andare al luoco ove ordinato avieno,

E non trovarla e dir parole tante.

E poi se vidi lui per gran venèno

Volger la spada e forarsi sì stesso,

E lei percuoter suo pecto sereno.

Piangendo forte dicìa sopra a esso:

Io sun la Tisbe toa, hor mi favella.

E lui guardarla già da morte opresso.

E vedea la fanciulla tapinella

Uccider si et far preghieri a dio,

Et essere exaudita da dio quella.

Vedea Tereo, che fo tanto rio

Andare a Pandion per Phylomena,

E de lei possa fare il suo disìo.

Vedeva io ancho tutta quella mena,

E vedeva Progne presta a far vendecta,

Et esser tutta imagine di pena:

Prender lo filglo quella maladecta,

E darlo in mensa al patre et haver caro

Manifestarlo, e de ciò se dilecta.

Possa vidi ïo come se trasmutaro,

E Thereo vidi io dietro a lor corsa

Per lo dolor del cibo tanto amaro.

Vidi la vergen Nimacrina in norsa

Esser conversa da l'aspra Junone,

Che più non fosse del suo dolor morsa.

Possa del corbo intesi far sermone,

Che candide soleva hever sue penne,

Le quale in nere poi se tremutòne.

Poi vidi la sorelle, che divenne

Gradi di tempio per invidia d'Erse,

E cotal merto e lei li si convenne.

E vidi con Mercurio si profferse

Ad essa per di lei concupiscentia,

E come volse amore alhora ferse.

Vedeasi lì anchor le gran domentia

Di quel che inamorò de sì nel fonte,

Seguendo di Terresia la sententia.

E perché me' le cose fusser conte

Vedea io lui con gli acti, e con quei modi

De sì dolersi con parole pronte;

De te so' inamorato, e tu te godi,

O bel fanciullo, et me tanto dilecti,

Che con la fiamma tua tutto me rodi,

E se io favello, tu sempre te asetti

A voler compiacermi, e quando io porgho

Le braccia mia, e tu coi toi faffretti.

E se io in ver' la toa mia vita schorgho,

Tu presto con le toa tanto m'asetti

Che per pianto de me de l'acque sorgho.

E vegio gli occhii toi lucenti e lieti,

Che payono due stelle et la bianchezza

Delle tue carne e dilicati deti.

Poi miro te senza alchuna asprezza

Esser benegno, e lachrimare anchora

Quando piangho, ho perdemi tenerezza.

E tanto gli atti toi ben me inamora

Ch'io me consumo, e ben cognoscho e veggio

Che mai nïuno amò con tanta cura.

E vegho esser con miecho quel ch'io cheggio

E dir molte parole, che redire

Non potre' io, che sua morte dispreggio.

Vidi poi Ecco in voce convertire

Per amor di Narcyso, et le Nayade

Piangendo forte lor faççe ferire.

Vedevasi uno anchor per novitade

Nel fonte del Salmaci horribil mostro

Rimaso dico in quella propria etade.

Vedeva Leychotoon vestita d'ostro,

Ch'el sole amò e Glicie mutarsi

Come di loro Ovidio fa dimostro.

Vedea Junone, et non con passi scharsi,

Discender nello inferno e lì preghare

L'infernal furie per poter vengiarsi.

Vedeasi le Athalante impaççare

Per l'odio della filglia di Saturno,

E dirieto alla molglie ratto andare.

Io vidi anchora per Lavina Turno

Con la gente di Troya prender brigha,

E lui morir con molti altri d'inturno.

Anchora se mostrava in quella righa

De Eurialo e Nyso le ferite,

E di Pallante il gran dolor che istigha.

Io vedeva Proserpina, che Dite

Cogliendo i fior su nella prima vere

Ratta sieco menò, sì come udite.

Et la soa matre trista dicta Cere

Andar cerchando lei, possa trovarla

E patregiar secondo istorie vere.

Vidi Arethusa et vidi seguitarla,

E poi la vidi in fiume esser conversa

Perch'Alpheo non potesse anquietarla.

Io vidi possa Sylla sì dispersa

Per lo veneno et per lo suco reo,

E l'herbe che latrando fo submersa.

Io vidi poi la discordia che nacque

Tra Cephalo et la sua donna Isnella,

Et lei morta veder ben me dispiacque.

Anchora vidi Deyanira bella

Et Acholeo a gran pelicul messo,

Et Hercule vedea menarsen quella.

Vedea passare il fiume al centaur Nesso,

E vedea lei montarli in su la groppa,

Et lui far la vendecta de sì stesso.

Et lei possa vidi io per ira troppa

Accesa ridolersi con istrida

Perché Hercule cambiò le faccie soppa.

Vedea per lo dolor che 'n lei s'annida

Mandarli la camicia et quei vestirla

Avenenata come cosa fida.

Vedea possa provarlo a disvertirla,

E non potere, e misero, e mischino

Impir de strida tutta quella villa.

Vedea la matre dire esser fantino

Lo parto suo per Linnachio procecto,

E vedea lei con intellecto fino.

E vedea il patre Agiffo giovanetto

Jante dare e lui pocho contento,

E non voler jacer con lei nel letto;

E cellar sempre il giovanil tormento,

E vidil poi haver sexo virile,

E far de Jante bella suo talento.

Vidi Pygmalïon ad acto vile

Con l'ymagine schulta haver piacere,

E vidi possa tenerli altro stile,

E trasmutarsi in carne a suo volere.

Vidi l'ymagine haver tutti i scensi,

E lui come si de' con lei dormire.

Possa Alcyona gran pianto sensi,

E vidi morto Ceix su nel lyto,

E lei contenta, come tu ti pensi,

Reamentar d'entorno il grande invito,

E vidi di centauri la batalglia

Ch'ebbe principio d'amor mal nutrito.

Vedeasi anchor di là per altra talglia

Achylle, che da Paris vulnerato

Per Polixena non coperto a malglia.

E vedea Polifemo inamorato

A Galathea far priegher divoti,

E lei beffar de lui in trasformato.

E vedea lui star ne' lyti noti,

E ripreghar cantando pur costei

Che gli piacesse adimpire i soi ver' voti.

E vidi alhora Accyn chiamar li dei

Indarno che 'l gigante lui perchosse,

Dicendo a Galathea: per ti lo fei.

E vidi Glauco alhor, che si promosse

Ad amar lei e per puncto minacciarli

Perch'esso d'huom novel facto dio fosse.

E vidi Cyrce e l'herbe contratarli

Amare Ulixe et a suo' mutar forma,

Et in diversi lochi diparterli.

Vidi Acamenide, che diede norma

Al fi' de Anchyse e 'l giovanetto Pyco

Esser converso e lui a sì facta orma.

Anchor vidi Pomeria col suo amico

Lei lusinghare, e lo bello exemplo

Colglier del legiadro orto dolce fico.

Dal'altra parte l'aurora contemplo

Pianger per lo suo amante, e vidi Ypolito

Dal padre suo cacciato et cìò n'exemplo.

Perhò che Phedra per modo disolito

Rechiese lui e consentir non volse

Della sua terra lui fezze far volito.

Anchor vidi Jason che fructi colse

Dell'or de Ysiphile menarsi schorno,

E vidi lei che de l'amor se dolse.

E Jason non curar de far ritorno;

Ma di novello amor già facto altiero

Come è già decto per Medea adorno.

Vedevasi uno ripreghare ad Ero

Leando suo, et possa lamentarsi

Et altre più un grave pianto fero,

E ciaschuna d'amor tanto lagnarsi

Con quelle note che ciaschuna seppe

Di novelle figure transformarsi.

Dolevasi lì d'amor anchora Cidippe

Et Ypermestra vidi carcerata,

Che per esser pietosa mal riceppe.

Vedea io Laodomia inamorata

Del suo Protheselao e alla gran greggie

Vedevasi anchora alchuna altra brighata.

Ivi Semiramis, de cui se legge,

Con queste per l'amor fallace latra,

Che donna fo dove il soldan qui regge.

Ivi vedeasi anchor Cleopatra,

Che per pietà la regïon del Nilo

Altrui commisse facendo cosa atra.

Niun de ingegno e di sottile stilo

D'amor ritrar l'operation potrebbe

Che Lachesis più non manchasse il stilo.

E qual sia quello a cui più peso increbbe

D'haver tua gratia quel me parve involto

Nel tuo capestro et a sequir più l'hebbe.

Ai cieli, al mondo et a l'inferno hai tolto

Fama, natura, studio honore e ingegno,

E a me spetialmente hai il volto volto,

E de infiniti mali hai il mondo pregno,

De pieta degno assai più ch'io non scrivo,

Mostrando pace e concludendo sdegno.

Cossì posso io veder de vita privo

Et chi te move et te tochi a cui volglia

Et ogni spirto di tuo facto schivo.

Questo con pianto e con gravosa volglia

Veder e dir me parea dentro al sonno

Do' m'havea volto l'amorosa involglia.

E cossì mi parea costor che sonno

Prescripti intorno a me con mille greggie

Gridarli contro e credo ch'anche il fonno.

Onde io smarito in sì dolgliose leggie

Da minacci d'amore e da altri guai

Et più pietà, lector, che tu non leggie;

Nel primo stato respirar tornai

Liber credendo et io me trovai lordo

Più nel piacer d'amor ch'io fosse mai.

E tanto il sento a inamorarmi inghordo,

Ch'io non temo consilglio e più nol cheggio,

Ch'ognuno io trovarìa piangendo sordo,

Poi che tanti magior ne sono al peggio.