Domini Joannis Sanguinatii poetae clarissimi cantilena ad illustrissimum dominum...
O inchoronato regno sopra i regni
De l'universo, ove è il cristianesimo,
E nel sancto baptesimo
Simile a te nel mondo non si trova.
E chiar ne nostri experientia e prova
Del tuo bem adoprar principio e mezo,
E nel presente sezo
Più alta sei che mai fusti da prima,
E quasi al cielo giunge la toa çima.
Molta cristianità toa fronte chuopre,
E bem si veghom l'opre
Ch'ogn'om più abraza e pilgla soa radice.
Tu sei nel mondo una viva fenice,
Che rinovelli e mai non chagi in forma,
Simile la toa norma
Mi par or tramutatata in quel ch'io parlo.
Qual Alesandro, Scipion, o Charlo,
Che già signoreçòno, chome si trova,
Tu vedi ben la prova
Chome son giti i lor segni a masone.
No similmente ha facto il gran leone
Rafigurato a Marcho evangelista,
De cui parlar mia vita
Ognor più brama dire quel vero sona.
Vinexia francha, del mondo chorona,
Donna del mare, dei piano e del monte,
Omai nella toa fronte
Ognun si spechii e vederan l'effecto.
Beato collui ch'à ti vol star sugetto,
Tu li mantieni seguri nel tuo porto,
Poi tu sei conforto
D'ogni affannato ch'a ti se ritorna.
Tutte vertude in te sola s'adorna,
Piena de gentilezze e di costumi,
Unde si veghon i lumi
D'ogni scententia quivi esser ben chiari.
Ognon da quisti omai chonven ch'enpari
Chomo si serba il suo buon regimento,
Tal che ciaschun e ben contento
Si sta d'esserse a lei ben sottoposto.
O mai più de seguire io som disposto
Quanto sia suo potere e suo governo,
E se 'l vero io discerno
Chostei è francha e l'altre non sugette.
Tutte cità me par che sottomette
Esser di sancta giesia e dello 'mperyo,
O de tyramno altiero
E costei mai non seguitti tal norma.
Lassamo ormai di tal ditto la forma
E repilgliamo il fior che più ze gusta,
E del buon fructo lustra
Ò già sentito tal ch'ognor più bramo.
Io dicho el vero, e dicho quel ch'io amo:
Che Troya non fu mai tanto possente,
Io dicho antichamente,
Quanto, o Vinesia, è questo chiaro io mostro.
Lei signoregia il tramontano e l'ostro
Gherbino, Griecho, livante e ponente,
Sirocho veramente
Vento Maestro sença lei non vargha.
Picciola fusti, e hor sei tanta largha,
A torno a torno el mondo a te s'enchina,
Tu sei bella rayna
Sopra ogni regno del mondo creato.
El gran leone un pie' tien su lo prato,
L'altro sul monte e l'altro in piana terra,
El quarto el mare afferra
Per modo tale ch'à facto un lungo varcho.
Se io 'l tacesse, assai serebbe incharcho
A me che de parlar som copïoso,
E son desideroso
De dir quanto chuopre le soe ayle.
Chomezando dal verbo principale,
Presso de lei la terra e 'l chastello,
Murano, Chioza e Torsello,
E Malamocho con Buran de mare,
Mazorbo e fuori del porto volglio andare,
Chavrèle, Grado e Chavo d'Istria truovo,
E passo qui da pruovo
Exulla e Cità nuova qui a torno zinti.
Io dicho anchora de luochi più de vinti
Ch'io non rinomino, e so' inrevolti al naspo,
Muglia, Pirramo, el Raspo
Sotto questa ombra si van trastulando.
Da l'altre parte io virò rachontando
Puola, Parenza fino al Palmontore;
La soa possança chorre
Fino alle porte della Schiavonìa.
Seguendo il trotto della dritta via
Belgrado trovo Azara e Sebenichio;
Però, se 'l vero ve dicho,
Pagho cum Arle qui son cinti in schiera.
E schoregiando per questa reviera
Chastelle assai vi som per la Dalmatia,
Anchor per la Chornaza
Molti som posti sotto l'aurea fiamma.
E l'Albanìa, che san Marcho chiama,
Schutari, Durazo, e molte terra,
El Balzo li facea guerra,
Non penso alfin chome li venne facto.
El lion dorme e chontra lui sta guatto;
Ma s'el se chruza col suo fiero dente
Li darà dure stente,
Tal che giamai non l'haverìa pensato.
O ritorniamo pur nel primo stato
Da l'altra parte e dicho anchor de più:
Signori son di Chorfù,
Chon l'isoletta assai richa e possente.
Chopia de cira ne tsovi veramente,
Di seda ve si vede a gran divitia;
Però cum gran letitia
Sì ve può trastular chi dentro annida.
Li merchadanti qui lor nave guida,
Facendo del comprar un gran frachasso;
Poi diceno: a dio, te lasso,
Fino al ritorno, e mai non veden loda.
Verso Vinesia poi vede la proda,
Mostrando le velle al dolce vento;
Ognon par che sia contento,
E io ritorno a dir del convenente.
E velegiando poi verso orïente
Fuora del golfo, e questo chiaro si vede,
Su l'isola di Crede
Prima si movan Choron quivi si trova.
Di zò non mi bisogna di far prova
Quanto ella è richa de merchadandìa,
Ben settecento milglia
Atorno cinse e Marsilia circhonda.
Anchora de lei parlar mia volglia abonda:
In questa nascie grane e chotoni,
Chasi e vini buoni,
Li più perfecti ch'al mondo si trova.
Li merchadanti bem pare che illi a pruova,
Desiderosi cum lor choche e navi,
Perché là tien le chiavi
Di quel ch'io ve chontai e sopra disse.
Poi mirando con gli ochij mei fissi
Per l'alto mare, vedendo piaze e monti,
Io vedo Negroponte
Chum multi luochi a pie' della Turchia.
Napoli anchora della Rhomanìa
Loro signoregiando e som sugetti loro,
Et per quel dio ch'adoro
Ell'è più assai che 'l mio dir non stima.
Ma s'io potesse, dicho, chon mia rima
A puncto, a puncto dechiararvi il testo
Non ha sotto el terresto
Mondo più alta e nobil signoria.
Ora seguitando pur la storia mia,
Io ve dirò delle cità de terra,
Che hanno preso per guerra,
E tal son sottoposte per amore.
Lassiamo star molte rochette e torre,
Che sono nella Marcha Trivisana,
Padoa e Padoana
Son lor suggette cum ville e chastelle.
Ma pur cunctarone parte di quelle;
Marosticha et anchora Champosampiero,
Non val, per dir el vero,
Di qua da Brenta el v'è Livenza bella.
Da l'altra parte in Champo e in Ramella
Pieve de Sacho trovo e Castel Charo,
E Bobulenta al paro
Sopra un bel fiume che si chiama Brenta.
Anchor per far mia volglia esser chontenta
El Belmate Archoa là trovo,
Acqua Penicha a provo,
Questa mi pare che cinga soa mura.
Monzelese sul monte in su l'altura,
E Montagnana ch'è cotanto grassa,
Tutte in una massa:
Omai del padoano più non cercho.
Per non tener il bel parlar chuperto
Chologna vezo, e tutta Vicentina,
Vicenza che domina,
La magna signoria, alta e possente.
Chastello Sam Piero vezo veramente
Apresso la cità sopra del monte,
E per soe acque e fonte
El Bathione se chiama il fiume possente e sparso.
Dello scriver qui non bisogna esser scharso,
Chome Verona assai famosa e magna,
El monte e la champagna
Lei signoreza chome soa signora.
L'Adice ve passa dentro ognora,
Vedi pallazi e qui vi trovi fontane
Chon acque dolce e sane,
Che gusta a cui del suo piacer si satia.
Quivi trovi gente altiera, piena d'audatia,
Possenti e richi da posessioni,
Senza più tenzoni
L'è quasi il fiore de tutta Lombardia.
Anchora più innanzi questa signoria
Vola sam Marcho su per le alte torre
Fim a Casale Magiore
El vangelista ha tolte le so piante.
Assai vi sono chastelle e terre tante,
Che non me capi nella mente adesso;
Ma richordando apresso
Vi cunterò d'un nuovo paradiso.
Vinesia donna di Mestra e di Treviso,
Di Chastel Francho et poi de Citadella,
Basam presso di quella,
Marosticha, che jace sopra il monte.
Alzando gli ochij verso la fronte
Axule me par vedere e Conilgliano,
E possa a pie' del piano
Vezo il Mantello, e poi San Salvatore.
Apresso al lito v'è l'aspra torre
Mi pare di vedere l'Acqua e Castel Novo,
E poi ivi Daprovo,
La chiesa di San Vectore con la soa possa.
Giungendo a Feltre, che per noi habiam rischossa
Da la gran força di quello d'Ungharia,
È in nostra baylia
Rimasa, e su la schala Civitale.
E con lor onta, e con lor dampno e male
Tutto el Frioli son facti nostri servi,
Benché fusser protervi
Hanno convenuto star di là dal segno.
Però di lor parlar quasi desdegno;
Ma pur chontarovi parte del facto,
Tu sai che sempre el matto
Mai non parteza se non con suo dampno.
Su per Livenza nostre barche vano,
Per terra nostre gente d'arme senza fallo
Da pie' e da chavallo,
Tal che non treppa e non gli par bel giocho.
Quivi se guasta, quivi se pon fuocho,
Bombarde e virtoni par che tempesta,
Questa serà la festa
Che la vien facta e non serà vigilia.
Chi sam Piero e chi sancta Cicilia,
Chi chiama el vermochane
Chi li diffenda dalle man di chostoro.
Qui non li vale adimandar perdono
Se non se arendono son morti del tutto,
Nesun non ne va sutto,
Che non siano presi, o che non paghino el schotto.
A me mi par veder quasi di botto
Haver havuto del buon terren furlano,
Io dico el monte e 'l piano
Sono già sotto i nostri chonfaloni.
Alquanto ve dirò di luochi buoni,
Porto Gruaro, Sazile e Seravalle,
In terra delle spale
A Prata hanno facto dar per suo destino.
Marano, Monfalchon quasi al marino
Quivi mi par vedere anchora Botorso
Non Zachodiano, né Torso,
Anzi furon di primi che se rensen a noi.
Zivitale di Friuli i pensier suoi
Anchor volse mutar tancho che romase
Per nostri veri ostadesi
Chordignan, Pulzanichi e più chastelli.
Çeneda poi, che deventò rubella
Ora son facti nostri servi in tutto,
Nesun non ne va a sutto
Che non convegna far nostro volere.
Ma già non chape el mio pizolo parere
Narrarvi in tutto, e perzò fazo un salto;
Dal Friuli io me parto
Chamino e vado sopra il ferrarese.
Questa non è truffa, anzi è vero palese:
Rovigo, Lendinara e la Badìa
Sotto la signoria
Son sottoposti per far lor milgliore.
Loredo apresso al Po cum altre torre,
Et qual, se 'l mio dir non vol presia,
Ritornarò a Vinesia
Però ch'io ho facto assai lungho chamino.
Sempre rengratio l'alto dio divino,
Che m'ha dato segondo el mio sperare:
Ora vi volglio chontare
Chome l'è posta e chome ive se vive.
Non credo che qualunque mai più scrive
Chontar potesse mai l'ultima parte,
E chi fiece mai esser arte
A penna porìa mai fare tanti quaderni.
Vinesia francha cum gli atti moderni
Edifichata nello Adriano mare
Quanto ben seperon fare
Li primi che pensaro mai tal mestiero.
Certo ben venne dal celleste impero,
Miracholosamente ben funo inspirati
Li nostri antichi passati
Quando in tal luochi fermono lor masoni.
Dentro v'alberga di molte condictioni
Gente tedescha, italica e lombarda,
E, se 'l bel dir non tarda,
Francischi, borghognuni e inglesi.
Unghari e Schiavi di lontan paesi,
Tartari, Mori, Albanesi e Turchi
Venghon cum nave e burchi
A tar lor vitta mai non se ne parte.
Molti maistri ve sono de diverse arte
Pulglisi, Griechi et anchor Ceciliani,
E multi Surïani.
Molti da Chayro par che qui ne veda.
E di Toschana gran maistri de seda,
Luchisi me paren quasi tutti quanti,
E grossi merchadanti,
Simile mi par vedere qui fiorentini.
Chon loro torsate di multi fiorini
In una piazza ch'è dicta Rialto,
E quello è il più galgliardo
Che melglio sanno dare l'acqua al suo mulino.
Io vedo presso nui quasi al chonfino
Molti Millanesi e Berghamaschi,
Piacentini e Cremaschi,
E Genoisi e multi Piamontani.
Quivi ne giungono spesso li Istriani
Chon loro barchette chariche di ribole;
Ponne haver chi vole
Chon suo' danari assai per giusto presio.
E Richanati anchor qui non dispresio
Che sono signori di buon trebiani,
Li quali li fanno star sani
Chome ucelliti sopra la ramella.
Di Chandia la malvasia novella,
El Tirro e da Modon la Romanìa;
Ma pur sia che se sia
Che melglio dar potesse al mio parere.
Da Napuli me par Griechi venire
Plusquam perfecti e chose da signori,
Cum suo soavi oduri
Ch'ogni vil chuor rasanan e fanno star lieti.
Ormai di parlar più quasi divieto,
Di tal condictïon notar vi volglio,
Di grassa, grano e olio
In questo zunzendo de più diverse parte.
Li nostri marinari che sanno l'arte
Vanno nella Pulglia e anchor nella Cicilia,
Lì fanno festa e vigilia
Charicano le lor nave a più non posso.
Golfo che 'l mare magior li butta adosso,
Schutari cum tutta l'Albania,
Che questa signoria
Fanno chopiosa d'ogni mansïone.
Anchor de Melglio per munitione
Cum assai mistura e più diverse
Qui par che si riversi
In tanta quantità vi giunge ognora.
Chaso e grassa, charne salata vien di Pulglia anchora,
Murlachi, Ciciliani, e ben si vede
Chon l'ixola di Crede,
Modon, Choron, Chorfù anchor non resta.
E se tu guardi, tu vederai festa
Giungere gioso per popa haver bandito
Lighaneghe infinite,
Unto di porcho e altre frexare.
E non di meno più le vendon chare
Chon tanto spago che dir Miserere
Non puon mangiar, né bere
Della gran pressa del populo magno.
La lengua mia de più parlar resparmio
Di tal chondictin, ho dicto troppo,
Ogimai volglio far groppo,
E rachontar più bella tenzone.
Io ve dirò della chondictione
Del navichar che fanno le galee
Tutta la nocte e 'l dìe
Su l'alto mare su l'isola de Fiandra.
De chanta un pocho, dolce mia chalandra,
Chostor di grana charchi e draparìe,
Vendando per le vie,
Su per le schale, io dicho al suo ritorno.
Li galiotti ognon di loro più adorno
Cum soe divise de più man choluri
Di servi palglion signori
Quando ritornano di chotal paese.
Altre galee, altri viazi han prese
In Romanìa n'è posta un'altra muda,
Spesso convien che suda
Li barcharuoli prima che siano alla tana.
E lì si spaza assai pani de lana
E rivesteno im perle, petre e giolglie,
Non so s'elgli è te palglion folglie
Di persiche o di more tal baratti.
Ognuno melglio che sanno fanno suo facti,
Chi chompara cira, chi di molta seda,
E in galea la queda,
E poi ritornano tutti cum gran festa.
Le nave dalla ratta poi li presta,
Charicha de molte chose che lor lassa
Tutte in una madassa
Moron e sturion qui se chonduce.
Anchora per la Surìa el nostro duce,
Chol suo savio chonselglio ha preceduto,
Che le galee del tutto
In Alisandria vadano e a Barutti.
Queste doe mude mai non vanno sutti,
Che non siano cariche di merchadandìa,
Zoè spetiarìa,
Chubebe, meleghette e sputio d'osso,
Tal che più parlar omai non posso, etcetera.