Domini Joannis Sanguinatii poete clarissimi ad serenissimum principem ac illustr...
Vorei, principe excelso, inclyto e pio,
Per el cui perspichaze e sacro ingegno
A sempiterno regno
Il veneto dominio è stabellito
Esser imme tanta vertude, ch'io
Potesse degnamente apalegiarte
In queste debel charte
El mio dolor cum molta golglia unito.
Ma s'io vivesse più nel terren sito
Che Dandona non fiece e il re Latino,
O fosse dal divino
Male notrito qual Platone in culla,
Io credarei dir nulla
A quel ch'io sento e bramo dentro al pecto;
Però, signor, supplissi al mio diffecto.
Ho me dolgliuto e dolglio più che mai
De questo duro Marte a ti nemicho,
E de Saturno amicho,
I' vidi sempre al tuo vagho abscendente.
Io piangho gli obscurati e chiari rai
Di questa refulgente e bella donna,
Che la soa fidel gonna
Have prescripto immachulatamente.
Et era già il tregesimo anno ardente
Che visa era pudicha sença machia,
Né mai bubo, o chornachia
Augurar potte a·llei pensier fallace.
Questo è quello che me sfaze;
Che se tal motto in gioventù correa,
Più facilmente excusar si potea.
O sagurata donna, anzi atradita
Quando mai più reschoterai to fama?
Ché tutto il mondo chiama
Vendecta sopra ti di tanto errore.
Ella rispose: la vertù infinita
Del padre eterno, e la soa gran justitia
Troncharà la nequitia
De chi exurpar si crede ogni mio honore.
Lui sa bem la monditia del mio chuore,
E che giamai non fiece fallimento;
Ma chi da tradimento
Potrìa guardarse andando cum fidutia?
E per non far più indutia
Guarda che gente rustichana e vile
Sparger cerchava il sangue mio gentile.
Son quisti quilli instabili plebei
Che poter denno tormi tanta laude,
Non trovando im me fraude,
Né fallo alchuno in gli omeni maturi.
Né credo già che li superni dei
Chiusi havesser mai gli ochii a tanto male
Che mai ste nobile ale
Fosser state renchiuse dentro ai muri.
Forsi che nei primi anni accerbi e duri
Serebbe andato tal pensier a eflecto
Quando che ogni dillecto
De libertà spolgliava tyrampnia.
Ma credibil non fia
Gyamai che star volesse in servitude
Essendo francha e certa di salude.
Questa risposta audita, signor giusto,
Poi me raliegro e dicho: certamente
Questa donna è innocente,
Né merita per questo esser dampnata.
Io me ritorno a quel rimor vetusto
Di Tranquinesi, e di qui duo fratelli,
Chommossi da i Viteli,
E per i pader la scententia lata.
Consider poi la pugna disperata
Di Mario e Silla, e di quel Corneliano,
Che 'l gran stato Rhomano
A forza subiugava cum sua soma.
E non però mai Rhoma
Chiamata fu nel mondo traditrice;
Ma sol chi gueregiava soe pendice.
Quante volte la plebe e quel trebuno
Il chapitolglio lor prese e rischosse,
Quante civil perchosse
Fôrno per Appio nel Monte Aventino!
Non sa il crudel tractato ciascheduno
De Katelina e le repente morte
Di chonsoli, e lor forte
Batalglie, pace e guerre in un matino.
Non fu contento el suo fatal destino,
Che tra parenti pose tanta rabia,
Ove a secar tal schabbia
Sol Brutto seppe usar la medicina.
De qui Julia meschina
Piangendo chiama il charo suo Pompeo,
E navichando anchora fulmina Gneo.
Ma per non proseguir più antichi exempii
Fra li altri io me revolgho nel concepto
Quel ambitioso pecto
Di Balgliamonte chi bagliò col vento.
Guardò el Falerio soi vani contempii
Che del suo coniurar sentè mal fructo,
E pur fo sempre asciutto
Di sporcha labe el veneto convento.
Non fu gyamai Vinesia, si bem sento,
Di prodition nomata, o di fallire;
Ma chomo degna sire
Di fedeltà per l'universo vola.
Questa regina sola
Mantien franchezza, e tu con el tuo senno
Fai più che gli altri armati mai non fenno.
Ond'io, principe illustre, a ti richorro,
Pregando la toa somma excelsitudine
Che a tanta amaritudine
Te piazza dar socchorso con dolzezza.
È melglio ch'io non dicho anzi strachorro
Di questa donna le ragion intendi,
Se bem chiaro comprendi
Non meritar infamia, né tristeza.
Da possa rachomando alla toa altezza
I soi fideli e adolorati filglij,
Che Cato e soi perilglij
Prima ch'abandonarti harian seguìto.
De chonossi il partito,
Non comportar ch'i boni per li tristi
A torto in agri pianti se contristi.
Signor, per dio destirpa le radice
Dove chotanto morbo è proceduto;
Che spesso hai chognosciuto
Il suo peschar sotto acqua per desfarti.
Non te fidare di bocha mentetrice,
Né de tyramno alchuno, che la soa lebre
Rode assai più che 'l Tebre,
E pocho val con ragion lamentarsi.
Ora questo basti per non più tediarti.
Tu Appollo, tu il stupendo hora sei stato,
Che dal cielo inspirato
Chognobbe il ponso chiunche bem amava.
Però, signor mio, lava
Ogni machula nostra, e fa ch'io possa
Sepelir nel mio nido in pace l'ossa.
Ai piedi vai, chançon, di tanto duce,
Che ymaginando toa bassezza tremmo,
E sença dubio io temo
Che tu non perdi il spirto con l'ardire.
Ma, se altro non poi dire,
Fa che m'arichomandi al suo valore,
Perché dio in cielo et qua l'ò per signore.