Dottrina de Fileo. Egloga sesta et ultima
Nel dolce gremio della erbosa Arcadia
fra el coro pastoral siede Fileo,
che de dottrina tutta Grecia irradia.
Adoralo ciascun sì come deo,
e diresti, a sentir la cetra e il canto,
ch'ei fosse Apollo e vincitor d'Orfeo.
Non t'amirar, lettor, de sì gran vanto,
ché pastoria virtute ha pur gran copia
quando per grazia el Ciel la inalza tanto.
D'armental pompa lui sostiene inopia,
ma con duoe peccorelle ne dimostra
como con povertà virtù s'apropia.
Filosofia per lui contende e giostra
s'alcun resiste, e poesia non dorme:
queste son matre della fama nostra.
Mentre si regge ai passi lor conforme,
da comune speranza ne richiama,
e quanto al vulgo è bel, tuto gli è informe.
Ma per seguir quel che 'l penser mio trama,
dico ch'altri pastori in bella schiera
corsero a lui per la volante fama.
Fileo, che ad una oliva apoggiato era,
lieto al cantar de Filomena in gabbia,
mosse ai loro preghi la sua lira altiera.
Che dirai? Ché a l'aprir de quelle labbia
stettero i fiumi, e le saltanti fere
deposero in quel dì la innata rabbia.
Mostrò i principii in le sustanzie vere
cagion del moto, e del possar iocondo,
con la virtù de le correnti sfere.
Provò la integrità de questo mondo,
unico, terminato, e del ciel bello
la gran capacità perché gli è tondo.
Lassando el ciel, cantò d'ogni duello,
onde in questa region variabil sempre
cangiato è fra ' contrarii or questo, or quello;
e poi de l'aria le diverse tempre,
ch'or acqua, or neve, et or gran venti danno,
e così avien ch'ogni mortal si stempre.
Disse de' minerali, e de l'affano
de' vani ingegni moteggiando rise,
che d'alchimia e di petre nulla sanno.
In tre nature l'anima divise,
e sopra la minor, vegetativa,
la sensuale e l'intelletto mise.
L'esser de' bruti per la sensitiva
provò con silogismo arguto e breve,
e concluse ne l'om la parte diva.
Ma perché fu tanta dottrina greve,
a' rudi spirti el fabular gli piacque,
ché senno pastoral qui corre lieve.
Del rabido Licaone non tacque
el fedo ospizio, e poi de l'uman genere
per sua colpa sommerso in le grandi acque,
che riparato ancor fu senza Venere
da Pirra e Deucalion, doppo le spalle
getando i sassi che fûr membra tenere.
Puose Io afflitta in sconsolata valle,
che de sua gran beltà confusa e persa
lamentando si va per ogni calle.
Vedesi al chiaro fonte, ohimè, conversa
in vacca, e di pel novo andar coperta,
con fronte armata, onde gran pianto versa.
Misera, al rominar sì mal experta
le pallide erbe, e il ruggiadoso pasto!
Cotal cibo da Iove ogi si merta.
Iove crudel, che sì bel volto hai guasto,
se con fraude costei da te fu presa,
perché festi a Iunon sì vil contrasto?
E tu el patre vedendo, a dir l'offesa
se parlar vòi, un gran muggito n'esce,
ch'esser non può la tua parola intesa.
Inaco, a cui di te tanto rincresce,
ti vede ognor, né ti cognosce, e geme:
e così d'ambi l'infortunio cresce.
Soggiunse de Calisto, e il figlio insieme
figurati nel ciel con magior forza,
vicini al polo nelle parti extreme.
Contra Apolline ardor così lo sforza:
stolto, non tu, ma le saette tue
fêr paura a colei che cangiò scorza.
Argo ove lasso, che sì presto rue
chiudendo gli occhi come el Ciel dispone,
de' quai pinse el pavon le piume sue?
Se mal trovasti, fu di te cagione,
cieco a veder la temeraria offesa
qual festi a Iove per servir Iunone.
Al fin cantò della superba impresa
de quei giganti, che con voglia altiera
credean pigliar el ciel senza contesa,
e come Iove fulminò tal schiera
ruinando Ossa, Pelio e l'alto Olimpo;
e seguiva el cantar, ma venne sera
biasmata da' pastori, e ne l'Olimpo.