D'UN QUASI CIECO E PRESSO A ESSER VEDOVO

By Niccolò Tommaseo

Sole di Dio, la vivida

luce che crea l'aprile e fa l'aurora,

nella pupilla languida

versa di sé pur qualche stilla ancora.

Qual chi da buia carcere

esce all'aperto, e la catena ha seco;

qual chi, l'opaca tunica

toltagli, esclama: or non son io più cieco?;

Tal, come di miracolo

quotidian, ti rende il pensier mio

grazie, e con gioia trepida

dice: I' ti veggo ancor, sole di Dio.

Dal buio che l'attornia,

discerne ancor sulla parete il bianco

raggio posare, e il coglie,

quasi candido fior, quest'occhio stanco.

Ma non distingue il tremulo

scintillar delle stelle, e i bei colori

dell'iride, e il sorridere

de' visi amati, e in mezzo al verde i fiori.

Ah sia continue tenebre

la mia giornata estrema tutta quanta,

purché tu sole all'anima

quaggiù mi resti, oh mansueta, oh santa.

Nel paziente e vigile

senno romita, ed umilmente altera,

tu nel mio verno un florido

ispirasti alitar di primavera.

La man tua fida il povero

cieco sorregga, e di tua mente pura

l'occhio la via gl'illumini,

salvo mi scorga alla mia sepoltura.

Senza di te, cadavere

pien di vivi dolor', che farei io?

Della sua pace il raggio

non mi s'asconda. Orate, Angeli, a Dio.