Egloga decima

By Bernardino Baldi

Io veggio una gran gente, onde mi credo

Che 'l ballo sciolto sia che si facea

Nel prato di Damone. Oh, mira un poco

Come è piena di polve, e di sudore

La figlia di Licaspe, e come in viso

Par ch'abbia il foco: or sì che si conosce

Quanto giovi esser bella, e seco a paro

Cloride sua compagna oh come è folle

Al mio giudizio, poi che essendo tanto

Di lei men bella, non s'accorge quanto

Lo stare appresso lei le porti danno.

Forse non si conosce, e quel difetto

Ch'abbiam tutte noi donne di tenerci

Belle, ancor che siam brutte, anco a lei nuoce.

È vero, e così reo non fora il mondo

S'ogn'uom sé conoscesse. Ma che stiamo

Perdendo il tempo e altrui biasmando insieme,

Quando altro abbiam che fare? Il giorno fugge,

E passa l'ora: andianne.

Io mi partia

Senza il mio cestellin: però trattienti

Fin ch'io vada a pigliarlo.

Oh come è bello!

Egli è bello e m'è caro: io vi conservo

Dentro le reticelle, i nastri, il velo

Et altri abbigliamenti onde m'adorno

Ne' giorni più solenni, e quando voglio

Andar pomposa a la cittate, e al ballo.

Se non m'inganna di lontan lo sguardo,

Quella mi pare Orizia, che s'asside

A l'ombra di quel lauro: io la conosco

A l'usata sua veste, e a la persona.

E' non ti inganna punto: è dessa, e deve

Anch'ella da le danze or dipartirsi,

Pur come l'altre ch'incontrammo. Andianne

Dunque colà, ch'a quell'aprica piaggia

Mai non mancano fiori, ove dapoi

Che di lor colmi aremo i cesti e 'l grembo,

Faremoci anco noi del lor drappello.

Andianne ove ti par, che come sai

Da casa mi partii, per venir teco

Ove a te più piacesse. Oh Melibea,

Elle n'han discoperte, e me ne accorgo,

Ché Orizia a le compagne ne dimostra,

E rivolta ver noi, ci guarda e ride.

Vuo' salutarle alquanto da lontano,

Per esser io primiera. Amor secondi

I vostri desiderii, o giovanette,

E mai non mesca amaro al vostro dolce.

E te contenti ognora. E che vuol dire

Che quando tutte l'altre in questi prati,

In dì così solenne com'è questo,

S'adunano a le danze, e tu t'ascondi?

Forse che non sei bella, e non è bello

Al par d'ogni altro il tuo leggiadro Aminta?

Devei pur tu, se non per altro, almeno

Venir per danzar seco, e consolarlo.

Oggi dapoi che venne, e fra noi tutte

Ti ricercò con gli occhi, e non ti vide,

Mesto quinci partì, come si parte

Non sazio bue da secco prato il verno.

Tu scherzi meco, Orizia, e tu sai pure

Come ben ti conosco: non ha sempre

Tempo fanciulla onesta e vergognosa

Di correr senza freno ad ogni ballo.

Orsù, lasciam gli scherzi: e qual cagione

Oggi t'ha ritenuta entro l'albergo?

Quella stessa cagion che qui mi mena,

M'ha fatto stare in casa: io qui men vengo

Con esso Melibea, con questo cesto,

Per coglier fiori, onde dimani il crine

E 'l velo e 'l petto adorni a mia sorella,

Che sposa Batto, il figlio di Melanto.

Se tu non vien per altro, non accade

Che t'affatichi, che di quei pigliando

Che noi già colti abbiam, potrai colmarne

Quattro, non ch'un sol cesto.

Io son contenta;

Accetto la tua offerta, e ti ringrazio.

Ma dimmi un poco, Orizia, e chi t'ha dato

Quel cembalo sì bello? e' par ch'or ora

Lasci le man del mastro, in guisa serba

De la vernice il lume, e de' colori.

Lasciami un po' mirarlo più d'appresso.

O che vaghe pitture! Orizia cara,

Dimmi per cortesia, che foco è questo,

Che par ch'entro al suo letto arda e consumi

Quell'infelice giovane meschina?

L'istoria è alquanto lunga, onde ti basti

Saper che questa è Semele, di cui

Nacque, e di Giove il trovator del vino,

La qual credendo a le finte parole

De l'astuta Giunon, che sotto forma

Di vecchierella semplice le apparve,

Chiese al grande amator ch'egli volesse

A lei venir di folgori vestito,

Come alor suol che de la sua consorte

S'accosta in cielo a l'ingemmato letto:

Ond'al fin ella n'arse. Il fanciullino

Che mezzo ne la coscia, e mezzo fuori

Tu vedi a Giove, e par che de la fiamma

Punto non curi, e pargoleggi, e rida,

È Bacco suo figliuolo; e quelle Ninfe

Che là sotto quell'antro attendon ch'egli

Sia dato loro in braccio, son le Ninfe

Che di mèle, e di latte il nutricaro.

L'istesso in altra parte già cresciuto

Vedi degli Indi trionfare, assiso

Sovra un carro che guidan due pantere.

Mira l'arte del mastro, e come finge

Al vivo il plauso, e 'l favorevol grido

De le Baccanti sue, de' suoi Silvani,

Che vestiti di pelle il tergo e 'l fianco,

Vibrano i verdi tirsi in vece d'aste.

Vedi il vecchio Silen, che sonnacchioso

Et ebro ad or ad or par che dal tardo

Orecchiuto asinello a terra caggia.

Vedi con quanto garbo il fondo ha cinto

Intorno intorno d'intrecciato fregio.

Questa è una vite, che con torte braccia

D'ogni parte il circonda, a cui s'attorce

Et aviticchia d'edera selvaggia

Un lunghissimo ramo, e di maniera

Seco insieme s'abbraccia, che le frondi

Paion fra lor communi, e communi anco

L'uve già nere, e i pallidi corimbi.

Io non sapea sì innanzi, et or m'aveggio

Che tu sai più di quel ch'io mi credea.

Ma dimmi per tua fé, chi te l'ha dato?

La ragion me l'ha dato, e l'aver vinto,

Cantando, chi primiera il possedea.

E chi fu quella?

Erminia fu, che meco

Vincer credendo, si trovò perdente.

Tu vinta Erminia? Io ne stupisco, e come

Esser può che sia il vero? Ora non sai

Che te vinse Corinna, e di Corinna

Fu vincitrice Erminia? Et io che cedo

Di gran lunga ad Erminia et a Corinna,

Oserei di venir teco a duello.

Io 'l vinsi pure, e 'n mio favor fu data

La sentenza dal giudice: che vuoi

Saper di più?

Se il giudice fu ingiusto,

È un altro fatto. Marsia ancora fue,

Giudice Mida, vincitor d'Apollo.

Non so di tante cose: in tutto è vano

Il far parole là dove tu puoi

Venir a fatti. Abbiam qui Melibea,

Ch'oltra aver buon giudizio, et altre volte

Esser giudice stata in tal tenzoni,

Ambo egualmente ha care, onde sicure

Rimetter ci possiamo al suo parere.

Ritrova cosa pur che agguagli il pregio

Del cembalo ch'hai visto, che il duello

Che da te mi fu offerto io non ricuso.

S'a me non fosse il cestellin sì caro,

E del cembalo assai più non valesse,

Il deporrei senz'altro: ma che vuoi

Di più darmi, s'io vinco?

Oh noi siam lunge!

Ch'ha di bello il tuo cesto?

Egli ha di bello

Forse più del tuo cembalo: non vedi

Come di salce rosso, verde, e giallo

Egli è contesto sì che par ch'ondeggi,

Et ha in mezzo del fondo, entro un bel cerchio

Ch'ha l'orlo suo dorato, una figura

Di Venere marina, assai più vaga

Che non è la tua Semele, e 'l tuo Bacco?

Or via: contenta son d'aver a vile

Per chiarirti, il mio cembalo.

Et io sono,

Per discoprirti l'error tuo, contenta

D'avilir il mio cesto. O Melibea,

Assiditi qui in mezzo, sì che meglio

Ambe udir tu ne possa, e dar più giusta

Poi la sentenza.

Or su, già perdo il tempo.

Non è più da tardar, se voi volete

A vicenda cantare: a te, Cidippe,

Tocca di cominciar, che provocasti.

Invoca ogni pastore

E Pane e Pale e Cerere e Pomona:

Ne la mia voce suona

Il nome che nel cor mi scrisse Amore.

Invoca il dio de l'onde

Commettendosi al mare il navigante:

A' miei prieghi il mio amante

Nel pelago d'amor sempre risponde.

Quando in lontana parte

Gira il sol, l'aspro verno il mondo ingombra:

Il mio seren s'adombra

Qualor Aminta mio da me si parte.

Se grave il vento spira,

Rompe, e disperge le mature biade:

Ogni mia gioia cade

A terra se 'l mio Egon meco s'adira.

Fien testimoni ognora

Gli antri, i boschi, le valli, i fonti, e i fiumi

Come ne' vivi lumi

Del mio leggiadro Aminta io viva, e mora.

Non move mai la chioma

Per le floride rive del Metauro

Quercia, olmo, faggio, e lauro,

Che del mio caro Egon non suoni il nome.

Aminta me sola ama,

Né d'altra giovinetta amor l'accende:

Sol di me cura prende,

E degna del suo amor me sola chiama.

Quando torbido affetto

A l'amato mio Egon vela le ciglia,

E meco si consiglia,

Nulla nube di duol gli ingombra il petto.

Rinova la Fenice

A le fiamme del sol l'antiche piume:

Me de' begli occhi il lume

Del vago Aminta mio rende felice.

Men dolce è quel liquore

Che suggono da' fior l'api ingegnose

Di quel che ne le rose

De le labra al mio Egon distilla Amore.

Vince nel canto Orfeo

Aminta, del mio cor vera dolcezza;

Né punto di bellezza

Ceduto avrebbe al pastorello ideo.

Ha sì polito il viso

Ha di sì lucid'oro il capo adorno

Egon, ch'a mezzo il giorno

D'invidia n'arde il gran pastor d'Anfriso.

Vince Aminta d'ingegno

E di prudenza ogni canuta mente;

E se ben non consente

Il Ciel che rege ei sia, degno è del regno.

Più veloce è 'l mio Egone,

Che non è 'l capro, il cervo, il tigre, e 'l pardo:

E così anco gagliardo,

Che non teme affrontar l'orso e 'l leone.

Un lucido cristallo

M'ha donato colui che m'innamora,

Ov'io mi specchio alora

Che m'orno il crin per ir più vaga al ballo.

Un ricchissimo ramo,

Tutto di seta e d'or, fiorito, e bello,

Adorna il mio capèllo,

Presente di colui che io amo e bramo.

Se fia ch'oggi cantando

Guadagni, o Muse, il cembalo, e la gloria,

In segno di vittoria,

D'intorno a' vostri altar l'andrò sonando.

S'oggi il mio voto adempio,

Per voi, figlie di Giove, e col mio canto

Il cesto ottegno, e 'l vanto,

Pien l'offrirò di rose al vostro tempio.

Lasciam, lasciam, compagne,

L'ombra di queste fronde,

Che 'l giorno omai s'asconde,

E la notte imbrunir fa le campagne.

Fuggiam, fuggiamo altronde,

Ch'a noi sen vien a volo

Di vespe orrido stuolo,

E sotto aurato manto il ferro asconde.

Basta, basta, non più: compreso ho quanto

Ognuna di voi vaglia, e son per dare

La sentenza fra voi secondo i merti.

Grato m'è stato sì, cara Cidippe,

Il canto tuo, che forse dee men grato

Esser a chiara fonte al tempo estivo

Di qualche opaca pianta il fresco, e l'ombra.

E 'l canto tuo con tal dolcezza, Orizia,

Beuto han le mie orecchie, che non credo

Che con maggior dolcezza al più gran caldo

Bevan l'umor di cristallina fonte

L'assetate radici de le piante

Che fan corona a le fiorite rive.

Rendon grate le piante ai vivi fonti

De la dolce onda in premio il fresco e l'ombra:

Le fonti, non ingrate, a le radici

De le vicine piante in premio danno

De l'ombra che le copre il fresco e l'onda.

Se giuste dunque son l'acque e le piante,

Giust'è ch'anco sia giusta Melibea.

Orizia, il cesto è tuo, prendilo in premio

Del tuo leggiadro canto; e tu Cidippe,

Perché non men di lei cantato hai bene,

Portati a casa il cembalo dipinto.

E da qui innanzi, come pari è in voi

Il valor, e l'etade, e la bellezza,

Così pari l'amor si trovi in voi

Al valor, a l'etate, a la bellezza.