Egloga decima
Io veggio una gran gente, onde mi credo
Che 'l ballo sciolto sia che si facea
Nel prato di Damone. Oh, mira un poco
Come è piena di polve, e di sudore
La figlia di Licaspe, e come in viso
Par ch'abbia il foco: or sì che si conosce
Quanto giovi esser bella, e seco a paro
Cloride sua compagna oh come è folle
Al mio giudizio, poi che essendo tanto
Di lei men bella, non s'accorge quanto
Lo stare appresso lei le porti danno.
Forse non si conosce, e quel difetto
Ch'abbiam tutte noi donne di tenerci
Belle, ancor che siam brutte, anco a lei nuoce.
È vero, e così reo non fora il mondo
S'ogn'uom sé conoscesse. Ma che stiamo
Perdendo il tempo e altrui biasmando insieme,
Quando altro abbiam che fare? Il giorno fugge,
E passa l'ora: andianne.
Io mi partia
Senza il mio cestellin: però trattienti
Fin ch'io vada a pigliarlo.
Oh come è bello!
Egli è bello e m'è caro: io vi conservo
Dentro le reticelle, i nastri, il velo
Et altri abbigliamenti onde m'adorno
Ne' giorni più solenni, e quando voglio
Andar pomposa a la cittate, e al ballo.
Se non m'inganna di lontan lo sguardo,
Quella mi pare Orizia, che s'asside
A l'ombra di quel lauro: io la conosco
A l'usata sua veste, e a la persona.
E' non ti inganna punto: è dessa, e deve
Anch'ella da le danze or dipartirsi,
Pur come l'altre ch'incontrammo. Andianne
Dunque colà, ch'a quell'aprica piaggia
Mai non mancano fiori, ove dapoi
Che di lor colmi aremo i cesti e 'l grembo,
Faremoci anco noi del lor drappello.
Andianne ove ti par, che come sai
Da casa mi partii, per venir teco
Ove a te più piacesse. Oh Melibea,
Elle n'han discoperte, e me ne accorgo,
Ché Orizia a le compagne ne dimostra,
E rivolta ver noi, ci guarda e ride.
Vuo' salutarle alquanto da lontano,
Per esser io primiera. Amor secondi
I vostri desiderii, o giovanette,
E mai non mesca amaro al vostro dolce.
E te contenti ognora. E che vuol dire
Che quando tutte l'altre in questi prati,
In dì così solenne com'è questo,
S'adunano a le danze, e tu t'ascondi?
Forse che non sei bella, e non è bello
Al par d'ogni altro il tuo leggiadro Aminta?
Devei pur tu, se non per altro, almeno
Venir per danzar seco, e consolarlo.
Oggi dapoi che venne, e fra noi tutte
Ti ricercò con gli occhi, e non ti vide,
Mesto quinci partì, come si parte
Non sazio bue da secco prato il verno.
Tu scherzi meco, Orizia, e tu sai pure
Come ben ti conosco: non ha sempre
Tempo fanciulla onesta e vergognosa
Di correr senza freno ad ogni ballo.
Orsù, lasciam gli scherzi: e qual cagione
Oggi t'ha ritenuta entro l'albergo?
Quella stessa cagion che qui mi mena,
M'ha fatto stare in casa: io qui men vengo
Con esso Melibea, con questo cesto,
Per coglier fiori, onde dimani il crine
E 'l velo e 'l petto adorni a mia sorella,
Che sposa Batto, il figlio di Melanto.
Se tu non vien per altro, non accade
Che t'affatichi, che di quei pigliando
Che noi già colti abbiam, potrai colmarne
Quattro, non ch'un sol cesto.
Io son contenta;
Accetto la tua offerta, e ti ringrazio.
Ma dimmi un poco, Orizia, e chi t'ha dato
Quel cembalo sì bello? e' par ch'or ora
Lasci le man del mastro, in guisa serba
De la vernice il lume, e de' colori.
Lasciami un po' mirarlo più d'appresso.
O che vaghe pitture! Orizia cara,
Dimmi per cortesia, che foco è questo,
Che par ch'entro al suo letto arda e consumi
Quell'infelice giovane meschina?
L'istoria è alquanto lunga, onde ti basti
Saper che questa è Semele, di cui
Nacque, e di Giove il trovator del vino,
La qual credendo a le finte parole
De l'astuta Giunon, che sotto forma
Di vecchierella semplice le apparve,
Chiese al grande amator ch'egli volesse
A lei venir di folgori vestito,
Come alor suol che de la sua consorte
S'accosta in cielo a l'ingemmato letto:
Ond'al fin ella n'arse. Il fanciullino
Che mezzo ne la coscia, e mezzo fuori
Tu vedi a Giove, e par che de la fiamma
Punto non curi, e pargoleggi, e rida,
È Bacco suo figliuolo; e quelle Ninfe
Che là sotto quell'antro attendon ch'egli
Sia dato loro in braccio, son le Ninfe
Che di mèle, e di latte il nutricaro.
L'istesso in altra parte già cresciuto
Vedi degli Indi trionfare, assiso
Sovra un carro che guidan due pantere.
Mira l'arte del mastro, e come finge
Al vivo il plauso, e 'l favorevol grido
De le Baccanti sue, de' suoi Silvani,
Che vestiti di pelle il tergo e 'l fianco,
Vibrano i verdi tirsi in vece d'aste.
Vedi il vecchio Silen, che sonnacchioso
Et ebro ad or ad or par che dal tardo
Orecchiuto asinello a terra caggia.
Vedi con quanto garbo il fondo ha cinto
Intorno intorno d'intrecciato fregio.
Questa è una vite, che con torte braccia
D'ogni parte il circonda, a cui s'attorce
Et aviticchia d'edera selvaggia
Un lunghissimo ramo, e di maniera
Seco insieme s'abbraccia, che le frondi
Paion fra lor communi, e communi anco
L'uve già nere, e i pallidi corimbi.
Io non sapea sì innanzi, et or m'aveggio
Che tu sai più di quel ch'io mi credea.
Ma dimmi per tua fé, chi te l'ha dato?
La ragion me l'ha dato, e l'aver vinto,
Cantando, chi primiera il possedea.
E chi fu quella?
Erminia fu, che meco
Vincer credendo, si trovò perdente.
Tu vinta Erminia? Io ne stupisco, e come
Esser può che sia il vero? Ora non sai
Che te vinse Corinna, e di Corinna
Fu vincitrice Erminia? Et io che cedo
Di gran lunga ad Erminia et a Corinna,
Oserei di venir teco a duello.
Io 'l vinsi pure, e 'n mio favor fu data
La sentenza dal giudice: che vuoi
Saper di più?
Se il giudice fu ingiusto,
È un altro fatto. Marsia ancora fue,
Giudice Mida, vincitor d'Apollo.
Non so di tante cose: in tutto è vano
Il far parole là dove tu puoi
Venir a fatti. Abbiam qui Melibea,
Ch'oltra aver buon giudizio, et altre volte
Esser giudice stata in tal tenzoni,
Ambo egualmente ha care, onde sicure
Rimetter ci possiamo al suo parere.
Ritrova cosa pur che agguagli il pregio
Del cembalo ch'hai visto, che il duello
Che da te mi fu offerto io non ricuso.
S'a me non fosse il cestellin sì caro,
E del cembalo assai più non valesse,
Il deporrei senz'altro: ma che vuoi
Di più darmi, s'io vinco?
Oh noi siam lunge!
Ch'ha di bello il tuo cesto?
Egli ha di bello
Forse più del tuo cembalo: non vedi
Come di salce rosso, verde, e giallo
Egli è contesto sì che par ch'ondeggi,
Et ha in mezzo del fondo, entro un bel cerchio
Ch'ha l'orlo suo dorato, una figura
Di Venere marina, assai più vaga
Che non è la tua Semele, e 'l tuo Bacco?
Or via: contenta son d'aver a vile
Per chiarirti, il mio cembalo.
Et io sono,
Per discoprirti l'error tuo, contenta
D'avilir il mio cesto. O Melibea,
Assiditi qui in mezzo, sì che meglio
Ambe udir tu ne possa, e dar più giusta
Poi la sentenza.
Or su, già perdo il tempo.
Non è più da tardar, se voi volete
A vicenda cantare: a te, Cidippe,
Tocca di cominciar, che provocasti.
Invoca ogni pastore
E Pane e Pale e Cerere e Pomona:
Ne la mia voce suona
Il nome che nel cor mi scrisse Amore.
Invoca il dio de l'onde
Commettendosi al mare il navigante:
A' miei prieghi il mio amante
Nel pelago d'amor sempre risponde.
Quando in lontana parte
Gira il sol, l'aspro verno il mondo ingombra:
Il mio seren s'adombra
Qualor Aminta mio da me si parte.
Se grave il vento spira,
Rompe, e disperge le mature biade:
Ogni mia gioia cade
A terra se 'l mio Egon meco s'adira.
Fien testimoni ognora
Gli antri, i boschi, le valli, i fonti, e i fiumi
Come ne' vivi lumi
Del mio leggiadro Aminta io viva, e mora.
Non move mai la chioma
Per le floride rive del Metauro
Quercia, olmo, faggio, e lauro,
Che del mio caro Egon non suoni il nome.
Aminta me sola ama,
Né d'altra giovinetta amor l'accende:
Sol di me cura prende,
E degna del suo amor me sola chiama.
Quando torbido affetto
A l'amato mio Egon vela le ciglia,
E meco si consiglia,
Nulla nube di duol gli ingombra il petto.
Rinova la Fenice
A le fiamme del sol l'antiche piume:
Me de' begli occhi il lume
Del vago Aminta mio rende felice.
Men dolce è quel liquore
Che suggono da' fior l'api ingegnose
Di quel che ne le rose
De le labra al mio Egon distilla Amore.
Vince nel canto Orfeo
Aminta, del mio cor vera dolcezza;
Né punto di bellezza
Ceduto avrebbe al pastorello ideo.
Ha sì polito il viso
Ha di sì lucid'oro il capo adorno
Egon, ch'a mezzo il giorno
D'invidia n'arde il gran pastor d'Anfriso.
Vince Aminta d'ingegno
E di prudenza ogni canuta mente;
E se ben non consente
Il Ciel che rege ei sia, degno è del regno.
Più veloce è 'l mio Egone,
Che non è 'l capro, il cervo, il tigre, e 'l pardo:
E così anco gagliardo,
Che non teme affrontar l'orso e 'l leone.
Un lucido cristallo
M'ha donato colui che m'innamora,
Ov'io mi specchio alora
Che m'orno il crin per ir più vaga al ballo.
Un ricchissimo ramo,
Tutto di seta e d'or, fiorito, e bello,
Adorna il mio capèllo,
Presente di colui che io amo e bramo.
Se fia ch'oggi cantando
Guadagni, o Muse, il cembalo, e la gloria,
In segno di vittoria,
D'intorno a' vostri altar l'andrò sonando.
S'oggi il mio voto adempio,
Per voi, figlie di Giove, e col mio canto
Il cesto ottegno, e 'l vanto,
Pien l'offrirò di rose al vostro tempio.
Lasciam, lasciam, compagne,
L'ombra di queste fronde,
Che 'l giorno omai s'asconde,
E la notte imbrunir fa le campagne.
Fuggiam, fuggiamo altronde,
Ch'a noi sen vien a volo
Di vespe orrido stuolo,
E sotto aurato manto il ferro asconde.
Basta, basta, non più: compreso ho quanto
Ognuna di voi vaglia, e son per dare
La sentenza fra voi secondo i merti.
Grato m'è stato sì, cara Cidippe,
Il canto tuo, che forse dee men grato
Esser a chiara fonte al tempo estivo
Di qualche opaca pianta il fresco, e l'ombra.
E 'l canto tuo con tal dolcezza, Orizia,
Beuto han le mie orecchie, che non credo
Che con maggior dolcezza al più gran caldo
Bevan l'umor di cristallina fonte
L'assetate radici de le piante
Che fan corona a le fiorite rive.
Rendon grate le piante ai vivi fonti
De la dolce onda in premio il fresco e l'ombra:
Le fonti, non ingrate, a le radici
De le vicine piante in premio danno
De l'ombra che le copre il fresco e l'onda.
Se giuste dunque son l'acque e le piante,
Giust'è ch'anco sia giusta Melibea.
Orizia, il cesto è tuo, prendilo in premio
Del tuo leggiadro canto; e tu Cidippe,
Perché non men di lei cantato hai bene,
Portati a casa il cembalo dipinto.
E da qui innanzi, come pari è in voi
Il valor, e l'etade, e la bellezza,
Così pari l'amor si trovi in voi
Al valor, a l'etate, a la bellezza.