Egloga duodecima
Scosta, scosta il tuo armento, o Melibeo,
Da quell'ombrosa grotta, e dal fiorito
Margine di quel fonte, se non vuoi
A lui ch'è nostro Dio cadere in ira.
Tu sai pur quanto presto egli vi corra,
Se vien punto irritato; e quanta n'aggia
Dentro quel suo calluto adunco naso.
Dimmi, in che offeso vien, s'entro a quel fonte
Gli assetati miei buoi lascian la sete,
E se tondendo van la fresca erbetta
Di quella verde piaggia?
A Pane è sacra
(Se no 'l sai) quella fonte, e quella opaca
Spelonca che tu vedi: egli vi suole
Venir talor il dì, mentre dormendo
Vuol la noia schifar del maggior caldo.
E chi ciò sa? Forse fu visto mai
Da alcun qui intorno, o pure ognun sel crede?
Sì, credonlo color che non l'han visto;
Io no, che visto l'ho proprio con questi
Occhi, a punto così ne la sua forma,
Come guardando te, te stesso vedo.
E quando (se ti piace) a te concessa
Fu tanta grazia?
Vedi tu quell'erto
Sasso, che par che per tremoto sia,
O per lunghezza di soverchio tempo,
Staccato da la costa, e 'n guisa pende
Che minaccia ruina?
Il veggio.
Vedi
Tu dove le radici entro l'aperto
Ha quel fico selvaggio, ove quell'edra
Per la muscosa cote erra e serpeggia?
Veggio ogni cosa, e poi?
Lascia ch'io segua,
Et il tutto saprai. Mentre soletto,
Quattro o sei giorni son, per questo bosco
Cercando me ne vo qualche bel ramo
Di noderoso cornio, per formarne
Un baston, com'è 'l tuo, lucido e nero,
Sento in cima a quel sasso in fra le frondi
Gemer due tortorelle: e perché avea
Promesso di donarne a la mia amata
Un paio, per nutrirle entro la gabbia,
Discalzatomi pria, per poter meglio
Fermar il piè sovra l'alpestri pietre,
Con gran fatica al fin, da sassi acuti
Punto, e da molte spine, al sommo ascendo.
E mentre vo spiando ove sia il nido
De le due tortorelle, e nulla trovo,
Veggio da quella grotta a l'improviso
Uscir il Dio, di forma assai maggiore
D'ogni forma mortale, e passo passo
Venir a questa fonte: se timore
M'assalse alor, se 'l sangue mi s'accolse
Intorno al cor, s'un freddo orror mi scosse
Le membra, pensal tu, se mai vedesti,
O pur ti sovragiunse a l'improviso
O notturno fantasma o cosa tale.
Riavutomi al fine, e preso ardire,
Dietro al sasso m'ascondo, e non veduto,
O negletto da lui, se ben veduto,
Per angusto spiraglio il tutto vidi.
Vidi che con la man movendo l'acque,
Rinfrescato che s'ebbe i labri e 'l viso,
E fu tornato là dove de l'antro
S'alza a man destra quel fiorito seggio,
Quasi stanco s'assise; indi prendendo
La sua zampogna d'ineguali avene,
Che gli pendea sovra il sinistro fianco,
La mirò d'ogni parte: e perché forse
Temea che qualche picciola festuca
Chiuso le avesse i fori, in guisa il fiato
Forte le diè, ch'a me parve d'udire
Il suon di cento trombe, e tutto tutto
Dal capo al piè mi scossi; indi veduto
Che nulla gl'impediva, il labro adonco
Movendo per le canne, e con le dita
Or questo rinchiudendo, et or quel foro,
Armonia fece tal, che le mie orecchie
Simil mai per l'adietro non udiro;
E quei caprar che noi teniam sì grandi
Ne l'arte del sonare, e ch'io credea
Che fossero divini, il paragone
Mi fece giudicar da nulla, e vili.
A cantar poscia prese, e cantò cose,
Cose che s'io potessi intender bene,
Certo, Melibeo mio, mi stimerei
Sovra ogni altro pastor grande, e felice.
Tu mi narri gran cose, ma di grazia,
Prima ch'altro di lui tu mi racconti,
Dimmi com'era fatto, e s'egli è vero
Che tale a punto sia qual si dipinge.
Nulla v'è di menzogna: egli ha le chiome
Inanellate et irte, e 'n su la fronte
Gli escon due corna picciolette, a punto
Come son quelle che spuntar vediamo
A' lascivi capretti che già il latte
Cominciano a sprezzar de le lor madri.
Il volto ha rubicondo, il naso acuto
Schiacciato e rosso, sì che a punto sembra
Tinto di sangue; il petto ha ricoverto
D'una macchiata pelle, et ha le braccia
Nerborute, torose; ambo le cosce
Di folto pel vestite, e l'unghia fessa,
Come l'unghia vediam del piè caprino.
M'accorgo che l'hai visto: in tal maniera
Tu mel figuri; e si somiglia a punto
A quel grande di legno, e riverendo
Per la sua antichità, ch'abbiam ne l'antro
De l'Eliceto, a cui facciamo ogni anno
Gli usati sacrifizii, a fin che sia
Tutor de' nostri armenti. Or segui pure
Quel ch'udisti cantar, che sempre io fui
Vago di cose belle, e so che queste
Deono esser bellissime, e divine,
S'un dio cantate l'ha, come tu dici.
Non son cose da noi, che tutto il giorno
Attendiamo a le mandre, o Melibeo.
Che? Non importa, no: tu sai pur ch'anco
Ne' tempi antichi il vecchiarel Sileno
Cose a pastor cantò non da pastori;
E se falso non è quel che si conta,
Gli aratori, e i pastor furon primieri
Ad osservar le stelle, et a por mente
Per qual camino in ciel si giri il sole.
Sì che, commincia pur, che non desio
Tanto sul mezzodì, quando ho più sete,
Qualche fresca bevanda, quanto io bramo
Di ber con le mie orecchie quelle cose
Ch'aspetto udir da le parole tue.
Tu m'hai convinto; onde perché tu sappia
Se sian cose alte o no, se da pastori,
O pur sian da dottor, vuo' che tu l'oda.
Poi che, come dicea, sovra quel seggio
Posto si fu a seder, et ebbe desto
Il dolcissimo suon de le sue canne,
Al ciel tutto s'affisse; indi cantando
Cominciò a dir che questa immensa mole,
Ch'altri chiama Ornamento, altri Universo,
Corpo è ch'ogni altro corpo in sé rauna,
E non locato a tutti il loco porge;
Che rotondo è d'aspetto, e così pieno,
Ch'in lui nulla trovar lice di vòto;
Che dissimil natura le sue parti
Informa e move: perché quanto abbraccia
Col giro suo la figlia di Latona
I semi ha in sé di nimicizia eterna;
Ma la parte immortal lucida e pura
Contrarii in sé non ha, se non se in quanto
È 'n lei fermo desio di cangiar sempre
Secondo le sue parti il sito e 'l loco.
Ch'ivi nulla è che sia grave, leggiero,
Umido, secco, fervido, od algente,
E benché sia così, quinci han principio
Quante hanno qualità semplici e miste
Queste parti del mondo ime et impure.
Divise poscia i cieli, e dal superno
Cristallo cominciando, a parte a parte
Scese fin al più basso angusto giro.
Quinci affermò null'altro esser l'eterne
Fiamme de l'auree stelle, ond'è cosperso
Del ciel l'immenso e lucido sereno,
Che le parti di quello, ove s'unisce
Il purissimo corpo, e si condensa.
Dichiarò i varii moti, e l'armonia
De le ruote veloci, e de le tarde,
E come il ciel che più lontan si volge
Seco rapido ognor da l'oriente
Porti verso l'occaso i sette erranti.
Disse per qual cagion del sol s'adombri
Il chiarissimo aspetto, e quel ch'involi
A la rotonda luna i bianchi rai.
Cantò poi perché il giorno or cresca, or cali,
Or s'adegui a le notti, et onde nasca
L'eterno variar ch'al mondo apporta
Autunno, state, primavera, e verno.
Giunto fin qui, come di posa vago,
Fermò la voce e tacque; e poi che fue
Stato alquanto così, non so per quale
Cagion, pria che tornasse al primo canto,
A contemplar si pose intento e fisso
Le pelose sue cosce, e i duri piedi;
E mi meravigliai che mutò il suono
In suon da quel primier tanto diverso,
Ch'ove quel col suo dolce a me medesmo
Me medesmo rapia, questo confuso
Mi parea sì, ch'a pena io discernea
Se discorde si fosse, o pur concorde.
Ripigliò al fin la voce, e nel suo canto
Spiegò per qual cagion la terra scenda
Verso le parti inferne, e perché il foco
Lieve s'innalzi a le superne sfere;
Perché l'acqua a la terra, e l'aria a l'acqua
Sovraste; perché dritto, e non obliquo,
Sia 'l calle onde sen van queste nature
Libere a ritrovar le proprie sedi.
Disse perché di fochi, e di splendori
L'aere s'imprima; come si condensi
L'umida nube in pioggia, e come spieghi
L'ancella di Giunon l'arco lucente;
Come il folgor s'infiammi, e 'n giù sospinto,
Per indirette vie l'eccelse cime
De le torri e de' monti apra, et offenda.
Vestì la terra poi d'erbe, e di piante,
Diè senso e moto agli animali, e disse
Qual nuoti o voli, e qual passeggi o serpa.
Disceso al fin nel tenebroso grembo
De la solida terra, onde principio
Abbian, cantò, l'inessiccabil vene
De le fonti, e de' fiumi: indi più a dentro
Penetrando, scoprì come si crei
Ogni metallo, o livido, o lucente;
Come il marmo s'induri, et ogni gemma
Luce e color acquisti, e da qual forza
Sospinto il mondo, orribilmente tremi.
Questo è quanto a me par di ricordarmi
Di quel ch'udii cantar dal nostro Dio.
Né creder già che tutto quel che disse
Io ti racconti, ché la mia memoria
Non fu tanto capace; e quando pure
Mi ricordassi, a me bisognerebbe,
Per ripeter il tutto, aver ben cento
Lingue di ferro, e voce di metallo.
Non più, Titiro mio, ch'ora m'aveggio
Che tu dicevi il ver quando dicevi
Che non eran da noi cose tant'alte.
Ma che fece dapoi, che disse, e quale
Fin ebbe il fatto?
In piè levossi, e verso
Quella selva inviossi ove tu vedi
Quella quercia, e quel faggio; et io rimasi
Sì stupido et attonito, che a pena
Avrei saputo dir come venuto
Fossi, e perché, in quel loco. Al fin tornato
In me, vedendo il sol gire a l'occaso,
Scesi dal sasso, e del bastone in vece,
E de le tortorelle, altro alor meco
Non riportai che del dio Pane il canto.
Ma si fa tardi, Melibeo: la notte
Scende dagli alti monti, onde fia meglio
Che rauniam le greggie: oh, tu non vedi
Come cozzan fra lor quegli agnelletti?
Se lunga esperienza non mi inganna,
Diman cader dal ciel potria gran pioggia.
Sì, l'istesso cred'io, perché i miei buoi
Mugghian più de l'usato, e con le nari
Vanno l'aere fiutando: orsù lasciamo
I paschi omai, che da lontano io scorgo
Fumar de le capanne i colmi, e credo
Che la mia Licidetta e la tua Filli
Si meraviglin già che noi tardiamo
Più de l'usato a ritornare a cena.