Egloga duodecima

By Bernardino Baldi

Scosta, scosta il tuo armento, o Melibeo,

Da quell'ombrosa grotta, e dal fiorito

Margine di quel fonte, se non vuoi

A lui ch'è nostro Dio cadere in ira.

Tu sai pur quanto presto egli vi corra,

Se vien punto irritato; e quanta n'aggia

Dentro quel suo calluto adunco naso.

Dimmi, in che offeso vien, s'entro a quel fonte

Gli assetati miei buoi lascian la sete,

E se tondendo van la fresca erbetta

Di quella verde piaggia?

A Pane è sacra

(Se no 'l sai) quella fonte, e quella opaca

Spelonca che tu vedi: egli vi suole

Venir talor il dì, mentre dormendo

Vuol la noia schifar del maggior caldo.

E chi ciò sa? Forse fu visto mai

Da alcun qui intorno, o pure ognun sel crede?

Sì, credonlo color che non l'han visto;

Io no, che visto l'ho proprio con questi

Occhi, a punto così ne la sua forma,

Come guardando te, te stesso vedo.

E quando (se ti piace) a te concessa

Fu tanta grazia?

Vedi tu quell'erto

Sasso, che par che per tremoto sia,

O per lunghezza di soverchio tempo,

Staccato da la costa, e 'n guisa pende

Che minaccia ruina?

Il veggio.

Vedi

Tu dove le radici entro l'aperto

Ha quel fico selvaggio, ove quell'edra

Per la muscosa cote erra e serpeggia?

Veggio ogni cosa, e poi?

Lascia ch'io segua,

Et il tutto saprai. Mentre soletto,

Quattro o sei giorni son, per questo bosco

Cercando me ne vo qualche bel ramo

Di noderoso cornio, per formarne

Un baston, com'è 'l tuo, lucido e nero,

Sento in cima a quel sasso in fra le frondi

Gemer due tortorelle: e perché avea

Promesso di donarne a la mia amata

Un paio, per nutrirle entro la gabbia,

Discalzatomi pria, per poter meglio

Fermar il piè sovra l'alpestri pietre,

Con gran fatica al fin, da sassi acuti

Punto, e da molte spine, al sommo ascendo.

E mentre vo spiando ove sia il nido

De le due tortorelle, e nulla trovo,

Veggio da quella grotta a l'improviso

Uscir il Dio, di forma assai maggiore

D'ogni forma mortale, e passo passo

Venir a questa fonte: se timore

M'assalse alor, se 'l sangue mi s'accolse

Intorno al cor, s'un freddo orror mi scosse

Le membra, pensal tu, se mai vedesti,

O pur ti sovragiunse a l'improviso

O notturno fantasma o cosa tale.

Riavutomi al fine, e preso ardire,

Dietro al sasso m'ascondo, e non veduto,

O negletto da lui, se ben veduto,

Per angusto spiraglio il tutto vidi.

Vidi che con la man movendo l'acque,

Rinfrescato che s'ebbe i labri e 'l viso,

E fu tornato là dove de l'antro

S'alza a man destra quel fiorito seggio,

Quasi stanco s'assise; indi prendendo

La sua zampogna d'ineguali avene,

Che gli pendea sovra il sinistro fianco,

La mirò d'ogni parte: e perché forse

Temea che qualche picciola festuca

Chiuso le avesse i fori, in guisa il fiato

Forte le diè, ch'a me parve d'udire

Il suon di cento trombe, e tutto tutto

Dal capo al piè mi scossi; indi veduto

Che nulla gl'impediva, il labro adonco

Movendo per le canne, e con le dita

Or questo rinchiudendo, et or quel foro,

Armonia fece tal, che le mie orecchie

Simil mai per l'adietro non udiro;

E quei caprar che noi teniam sì grandi

Ne l'arte del sonare, e ch'io credea

Che fossero divini, il paragone

Mi fece giudicar da nulla, e vili.

A cantar poscia prese, e cantò cose,

Cose che s'io potessi intender bene,

Certo, Melibeo mio, mi stimerei

Sovra ogni altro pastor grande, e felice.

Tu mi narri gran cose, ma di grazia,

Prima ch'altro di lui tu mi racconti,

Dimmi com'era fatto, e s'egli è vero

Che tale a punto sia qual si dipinge.

Nulla v'è di menzogna: egli ha le chiome

Inanellate et irte, e 'n su la fronte

Gli escon due corna picciolette, a punto

Come son quelle che spuntar vediamo

A' lascivi capretti che già il latte

Cominciano a sprezzar de le lor madri.

Il volto ha rubicondo, il naso acuto

Schiacciato e rosso, sì che a punto sembra

Tinto di sangue; il petto ha ricoverto

D'una macchiata pelle, et ha le braccia

Nerborute, torose; ambo le cosce

Di folto pel vestite, e l'unghia fessa,

Come l'unghia vediam del piè caprino.

M'accorgo che l'hai visto: in tal maniera

Tu mel figuri; e si somiglia a punto

A quel grande di legno, e riverendo

Per la sua antichità, ch'abbiam ne l'antro

De l'Eliceto, a cui facciamo ogni anno

Gli usati sacrifizii, a fin che sia

Tutor de' nostri armenti. Or segui pure

Quel ch'udisti cantar, che sempre io fui

Vago di cose belle, e so che queste

Deono esser bellissime, e divine,

S'un dio cantate l'ha, come tu dici.

Non son cose da noi, che tutto il giorno

Attendiamo a le mandre, o Melibeo.

Che? Non importa, no: tu sai pur ch'anco

Ne' tempi antichi il vecchiarel Sileno

Cose a pastor cantò non da pastori;

E se falso non è quel che si conta,

Gli aratori, e i pastor furon primieri

Ad osservar le stelle, et a por mente

Per qual camino in ciel si giri il sole.

Sì che, commincia pur, che non desio

Tanto sul mezzodì, quando ho più sete,

Qualche fresca bevanda, quanto io bramo

Di ber con le mie orecchie quelle cose

Ch'aspetto udir da le parole tue.

Tu m'hai convinto; onde perché tu sappia

Se sian cose alte o no, se da pastori,

O pur sian da dottor, vuo' che tu l'oda.

Poi che, come dicea, sovra quel seggio

Posto si fu a seder, et ebbe desto

Il dolcissimo suon de le sue canne,

Al ciel tutto s'affisse; indi cantando

Cominciò a dir che questa immensa mole,

Ch'altri chiama Ornamento, altri Universo,

Corpo è ch'ogni altro corpo in sé rauna,

E non locato a tutti il loco porge;

Che rotondo è d'aspetto, e così pieno,

Ch'in lui nulla trovar lice di vòto;

Che dissimil natura le sue parti

Informa e move: perché quanto abbraccia

Col giro suo la figlia di Latona

I semi ha in sé di nimicizia eterna;

Ma la parte immortal lucida e pura

Contrarii in sé non ha, se non se in quanto

È 'n lei fermo desio di cangiar sempre

Secondo le sue parti il sito e 'l loco.

Ch'ivi nulla è che sia grave, leggiero,

Umido, secco, fervido, od algente,

E benché sia così, quinci han principio

Quante hanno qualità semplici e miste

Queste parti del mondo ime et impure.

Divise poscia i cieli, e dal superno

Cristallo cominciando, a parte a parte

Scese fin al più basso angusto giro.

Quinci affermò null'altro esser l'eterne

Fiamme de l'auree stelle, ond'è cosperso

Del ciel l'immenso e lucido sereno,

Che le parti di quello, ove s'unisce

Il purissimo corpo, e si condensa.

Dichiarò i varii moti, e l'armonia

De le ruote veloci, e de le tarde,

E come il ciel che più lontan si volge

Seco rapido ognor da l'oriente

Porti verso l'occaso i sette erranti.

Disse per qual cagion del sol s'adombri

Il chiarissimo aspetto, e quel ch'involi

A la rotonda luna i bianchi rai.

Cantò poi perché il giorno or cresca, or cali,

Or s'adegui a le notti, et onde nasca

L'eterno variar ch'al mondo apporta

Autunno, state, primavera, e verno.

Giunto fin qui, come di posa vago,

Fermò la voce e tacque; e poi che fue

Stato alquanto così, non so per quale

Cagion, pria che tornasse al primo canto,

A contemplar si pose intento e fisso

Le pelose sue cosce, e i duri piedi;

E mi meravigliai che mutò il suono

In suon da quel primier tanto diverso,

Ch'ove quel col suo dolce a me medesmo

Me medesmo rapia, questo confuso

Mi parea sì, ch'a pena io discernea

Se discorde si fosse, o pur concorde.

Ripigliò al fin la voce, e nel suo canto

Spiegò per qual cagion la terra scenda

Verso le parti inferne, e perché il foco

Lieve s'innalzi a le superne sfere;

Perché l'acqua a la terra, e l'aria a l'acqua

Sovraste; perché dritto, e non obliquo,

Sia 'l calle onde sen van queste nature

Libere a ritrovar le proprie sedi.

Disse perché di fochi, e di splendori

L'aere s'imprima; come si condensi

L'umida nube in pioggia, e come spieghi

L'ancella di Giunon l'arco lucente;

Come il folgor s'infiammi, e 'n giù sospinto,

Per indirette vie l'eccelse cime

De le torri e de' monti apra, et offenda.

Vestì la terra poi d'erbe, e di piante,

Diè senso e moto agli animali, e disse

Qual nuoti o voli, e qual passeggi o serpa.

Disceso al fin nel tenebroso grembo

De la solida terra, onde principio

Abbian, cantò, l'inessiccabil vene

De le fonti, e de' fiumi: indi più a dentro

Penetrando, scoprì come si crei

Ogni metallo, o livido, o lucente;

Come il marmo s'induri, et ogni gemma

Luce e color acquisti, e da qual forza

Sospinto il mondo, orribilmente tremi.

Questo è quanto a me par di ricordarmi

Di quel ch'udii cantar dal nostro Dio.

Né creder già che tutto quel che disse

Io ti racconti, ché la mia memoria

Non fu tanto capace; e quando pure

Mi ricordassi, a me bisognerebbe,

Per ripeter il tutto, aver ben cento

Lingue di ferro, e voce di metallo.

Non più, Titiro mio, ch'ora m'aveggio

Che tu dicevi il ver quando dicevi

Che non eran da noi cose tant'alte.

Ma che fece dapoi, che disse, e quale

Fin ebbe il fatto?

In piè levossi, e verso

Quella selva inviossi ove tu vedi

Quella quercia, e quel faggio; et io rimasi

Sì stupido et attonito, che a pena

Avrei saputo dir come venuto

Fossi, e perché, in quel loco. Al fin tornato

In me, vedendo il sol gire a l'occaso,

Scesi dal sasso, e del bastone in vece,

E de le tortorelle, altro alor meco

Non riportai che del dio Pane il canto.

Ma si fa tardi, Melibeo: la notte

Scende dagli alti monti, onde fia meglio

Che rauniam le greggie: oh, tu non vedi

Come cozzan fra lor quegli agnelletti?

Se lunga esperienza non mi inganna,

Diman cader dal ciel potria gran pioggia.

Sì, l'istesso cred'io, perché i miei buoi

Mugghian più de l'usato, e con le nari

Vanno l'aere fiutando: orsù lasciamo

I paschi omai, che da lontano io scorgo

Fumar de le capanne i colmi, e credo

Che la mia Licidetta e la tua Filli

Si meraviglin già che noi tardiamo

Più de l'usato a ritornare a cena.